Merito e carriera. Di Menna: “valutare su base reputazionale, non demonizzare anzianità”

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Massimo Di Menna, appena riconfermato segretario Uil Scuola, torna a rilanciare Valorizza, il progetto che premia il merito dei docenti su base reputazionale, e ammonisce il Governo: “L’anzianità non va demonizzata, basta a rigidità ideologiche”.

Massimo Di Menna, appena riconfermato segretario Uil Scuola, torna a rilanciare Valorizza, il progetto che premia il merito dei docenti su base reputazionale, e ammonisce il Governo: “L’anzianità non va demonizzata, basta a rigidità ideologiche”.

Segretario, che effetti avrà questo blocco degli stipendi sul morale, oltre che sul portafogli, dei docenti italiani?

“Decidere di non rinnovare un contratto fermo al 2009 ha due gravi effetti negativi: il primo è che non si riconosce il lavoro di un’intera classe di professionisti in un momento in cui sarebbe invece importante dare un segnale di fiducia. L’altro effetto negativo è rappresentato dal fatto che la scuola negli ultimi anni è stata al centro, come anche altri ambiti lavorativi, di importanti innovazioni che hanno mutato l’organizzazione, i tempi del lavoro. Se non c’è un adeguamento del contratto a questi cambiamenti un intero settore rischia di rimanere molto penalizzato e di non essere messo nelle condizioni di dare il meglio. Aggiungo che questo quadro è stato aggravato dall’irrigidimento  conseguente alle diverse azioni legislative degli ultimi anni. E’ per tutte queste ragioni che la Uil e le altre quattro sigle sindacali rappresentative del mondo della scuola (Cgil, Cisl, Snals e Gilda) si stanno impegnando in una poderosa azione di raccolta firme, uno strumento di pressione per costringere il ministero e il Governo a guardare in faccia le loro responsabilità”.

Anche perché la Buona Scuola prospetta che i primi aumenti di 60 euro in busta paga i ‘meritevoli’, cioè quelli che rientreranno nel famoso 66 per cento, potranno vederli non prima del 2019…

“La meritocrazia che ha in mente Renzi non ha nessun riscontro a livello internazionale: se ci paragoniamo alla Svezia, ma anche alla Francia o alla Germania vediamo che il criterio dell’anzianità non è demonizzato da nessuna parte come sta succedendo qui da noi, ma è semplicemente affiancato da altri meccanismi. E’ evidente che nella Commissione che ha scritto la Buona Scuola siano mancati degli insegnanti: per l’impegno, lo studio, la capacità relazionale, l’aggiornamento, cioè per tutti ii fattori che rendono un insegnante un buon insegnante, l’esperienza rappresenta un valore aggiunto, non si può far finta che non conti nulla. Per tentare di arrivare a una definizione di criteri plausibili ed efficaci a riconoscere e premiare merito il Governo dovrebbe superare le sue rigidità ideologiche”.

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La Buona Scuola, quindi, su questo sbaglia tutto… Che cosa suggerirebbe ai suoi redattori?

“Insomma, è un affronto agli insegnanti costringerli a racimolare i punti come fossimo al supermercato. In particolare reputo offensivo prospettare che ci si debba muovere da una scuola all’altra alla ricerca dei colleghi con meno punti rispetto ai propri. Anzi, si arriva al paradosso che il vero buon insegnante, quello che pensa solo a far bene il suo mestiere, sicuramente viene tagliato fuori da un simile meccanismo perverso perché, appunto, pensa solo al suo lavoro. E torniamo a quello che le dicevo prima: i redattori della Buona Scuola non hanno mai messo piede in un’aula. Che cosa consiglio loro?  Innanzitutto di documentarsi su quanto avviene negli altri paesi europei e poi di monitorare sperimentazioni significative come Valorizza, il progetto che cerca di individuare i docenti meritevoli sulla base di un criterio reputazionale. Bisognerebbe parlare seriamente anche della costruzione della carriera degli insegnanti: non è possibile che per avanzare di livello un docente debba diventare preside, smettendo di insegnare e mettendosi a fare un mestiere completamente diverso dal proprio”.

Come dovrebbe strutturarsi la carriera di un docente? E soprattutto, in che modo accedere ai livelli superiori?

“Io vedrei bene delle prove concorsuali superate le quali si accede a ruoli di coordinamento nell’ambito della valutazione, dell’innovazione, della formazione e così via. Ma di tutte queste cose si potrebbe cominciare a discutere solo a patto che il ministro anziché parlare dei sindacati, come è ormai sua abitudine, si abituasse ad avere un dialogo con loro. Tengo, infine, a ribadire che per migliorare la qualità della nostra scuola servono risorse finanziarie ingenti: con i tagli non si va da nessuna parte”.

Eppure gli ultimi dati Ocse sembrano mettere in discussione questo sillogismo: a una diminuzione delle risorse investite è corrisposto, in realtà, un miglioramento della preparazione degli studenti italiani in matematica e scienze. A cosa lo imputerebbe, lei?

“Conosco bene il rapporto che cita e la lettura che ne ho dato io valorizza una presa di coscienza dei docenti italiani rispetto ai risultati che il loro operato deve garantire. Ma non è certo continuando a diminuire il loro potere d’acquisto che questo miglioramento continuerà, anzi, inchiodando i docenti a stipendi sulla soglia di povertà si rischia solo di mortificare il loro impegno, la loro passione, la loro voglia di migliorare questo Paese”.

In un momento come questo, in cui i tagli lineari non riguardano solo la scuola ma anche la sanità, dove si potrebbero andare a cercare i soldi?

“Su questo ho un’idea molto chiara: perché non si vanno a spulciare i conti di tutti quegli enti che esternalizzano e privatizzano in maniera fittizia i servizi come trasporti, pulizia, rifiuti? Si troverebbe un pozzo senza fondo”. 

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