Meno lavoratori pubblici di ruolo (-2,1%), boom di precari (+48%) per “colpa” della scuola. Anief: l’Italia paga la mancata adesione alle richieste UE contro l’abuso dei contratti a TD

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Sale il numero di lavoratori a tempo determinato nella Pubblica Amministrazione e la crescita va ricondotta all’aumento di precari nella scuola (e nella sanità). A dirlo è l’Istat: nell’ultimo Censimento Permanente delle Istituzioni Pubbliche, riporta come, in relazione al tipo di contratto, il personale in servizio si articoli in 2.974.360 dipendenti a tempo indeterminato (l’82,6% del personale occupato nelle istituzioni pubbliche), 421.929 dipendenti a tempo determinato (l’11,7%) e 205.420 non dipendenti (il 5,7%).

In media, sintetizza la stampa specializzata, i dipendenti a tempo determinato rappresentano il 15,7% del personale in servizio presso le Amministrazioni dello Stato e presso le Province e città metropolitane. È nel periodo 2017-2020 che “l’occupazione di lavoratori dipendenti aumenta complessivamente del 2,6%, con il personale a tempo indeterminato che prosegue il calo già avviato in precedenza (-2,1%) mentre quello a tempo determinato registra un forte aumento (+48%), dovuto principalmente alle assunzioni effettuate nel comparto scuola e negli enti del Sistema Sanitario Nazionale (SSN) per far fronte alla pandemia da Covid-19, evidenzia l’Istat”.

“I dati dell’Istat non ci sorprendono, ma ci amareggiano – commenta Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief – perché confermano quello che sosteniamo inascoltati da 15 anni: il precariato nella scuola è tutto ‘merito’ di chi governa, che non vuole seguire quanto chiede l’Unione europea dal 1999, quando ha emesso la direttiva 70 che chiede ai Paesi membri di combattere l’abuso di contratti a tempo determinato assorbendo nei ruoli, sui posti vacanti, tutti coloro che hanno i titoli e svolto almeno 36 mesi di supplenze. Nel corso degli anni ci sono state anche delle sentenze storiche, come quella del 2014 prodotta dalla Corte di giustizia europea, ma anche più recentemente la posizione del Comitato europeo dei diritti sociali”.

“Anche il Pnrr – continua il sindacalista autonomo – non sembra avere cambiato le cose: sono 70mila quelli gli insegnanti da assumere in ruolo, ma se non cambiamo le norme sulle graduatorie dei concorsi, a cominciare dallo straordinario bis, e sulle assunzioni da Gps, allargando le immissioni in ruolo alle materie, è tutto inutile: basti pensare al flop delle assunzioni estive per capire quanto è grave la situazione. Anche il governo Meloni sembra volersi accodare a chi lo ha preceduto: dal decreto Aiuti quater, dalla Legge di Bilancio 2023 e anche dal Milleproroghe appena approvato dal Consiglio dei ministri non stanno arrivano le disposizioni richieste. La delusione è tanta, come Anief, lo continuiamo a denunciare. E non demordiamo”, conclude Pacifico.

Sempre secondo l’Istat, nel settore dell’Istruzione, dove il 76,8% dei dipendenti è di sesso femminile, l’occupazione dei dipendenti cresce del 15,0% (+176mila) e quella non dipendente dell’85,1% (quasi +39mila), quest’ultima concentrata nel comparto universitario. La fotografia dell’Istat, scrive Orizzonte Scuola, “combacia con quella fornita dal Censis di inizio dicembre. In quel caso, però, si teneva conto anche di altri fattori, come l’età media dei dipendenti pubblici, che sfiora i 50 anni: 6,5 anni in più rispetto alla situazione del 2001. Il Censis ha infatti evidenziato che grazie alle recenti stabilizzazioni del comparto scuola, però, è aumentata la quota del personale con meno di 5 anni di anzianità di servizio (il 25,8%). Tuttavia, il Censis segnala che si tratta in genere di precari di lungo corso e “non di giovani immessi in un organico senilizzato”. Quindi, le immissioni in ruolo nella scuola riguardano principalmente “giovani lavoratori ma docenti o ATA con alle spalle anni di esperienza e dunque non più giovanissimi”.

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