Maturità al via. Anief: da 2018/19 più facile, primo passo verso l’abolizione del suo valore legale?

di redazione
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Anief – Domani prendono il via gli esami di maturità: saranno i penultimi con le attuali regole. Poi, dall’anno scolastico 2018/2019, si cambia. Purtroppo in peggio.

Perché l’esame finale del secondo ciclo scolastico, una volta considerato una prova cruciale, è stato depotenziato: sono previste meno prove, solo due scritti e un’orale, una riduzione dei punteggi derivanti degli esiti diretti dell’esame stesso. In assoluto, l’esame assume una valenza ridotta. Le novità sono contenute nel decreto legislativo n. 62 della Buona Scuola sulle “norme in materia di valutazione e certificazione delle competenze nel primo ciclo ed esami di Stato”.

Per quanto riguarda l’ammissione, dopo un tira e molla durato mesi, il nuovo esame prevede che si potranno svolgere le tre prove conclusive della maturità solo avendo la sufficienza in tutte le discipline, fatta salva la possibilità per il Consiglio di classe di ammettere, con motivazione, anche lo studente che ha un voto inferiore a sei. Gli allievi del quinto anno di corso che avranno l’insufficienza in condotta non verranno invece ammessi. Diventeranno fondamentali, in linea con la filosofia della Legge 107/2015, le attività di alternanza Scuola-Lavoro: per gli studenti sarà requisito d’ammissione agli Esami di Stato, in pratica, l’aver svolto delle ore in azienda, ancora senza uno statuto nazionale e con il concreto rischio di essere sfruttati o lasciati a fare le fotocopie. Questa necessità, inoltre, creerà non pochi problemi agli studenti privatisti, che non hanno potuto svolgere attività di alternanza scuola-lavoro.

Così come diventa oggetto di ammissione agli Esami di Stato della secondaria di secondo grado lo svolgimento della Prova nazionale Invalsi. Anche se fosse stato meglio tagliarli fuori del tutto. Basti pensare, a questo proposito, alla recente bocciatura della test-mania, la cosiddetta Ocse-Pisa, a tredici anni dalla sua introduzione standardizzata nei paesi industrializzati: solo pochi giorni fa, La Repubblica ha ripreso la lettera pubblicata sul “Guardian” da ottanta ‘prof’ di tutto il mondo (New York e Arizona, Londra, Oxford e Leeds, Stoccolma, persino la Nuova Zelanda): nella missiva pubblica si rilevava che “questa quantificazione continua dei risultati è imperfetta e non può guidare le politiche scolastiche di sessanta paesi che in quelle prove si riconoscono”. Inoltre, “i risultati Ocse-Pisa, mettendo l’accento così forte su quello che è misurabile, ‘rendono invisibile ciò che misurabile non è’. A scuola sono importanti anche lo sviluppo fisico, morale, civico e artistico di ogni ragazzo. E per queste discipline non esiste, sostengono i docenti, un test che certifichi la crescita del ragazzo”.

Le forti critiche degli ottanta docenti universitari sulla somministrazione delle prove standardizzate nelle scuole pubbliche confermano tutte le perplessità espresse in tempi non sospetti dall’Anief, contro il ricorso sempre più frequente all’uso delle prove Invalsi sul territorio nazionale: per certificare le competenze degli studenti, come indicato dalle più moderne teorie docimologiche, non ha alcuna utilità l’uso di un semplice test a crocette. Laddove il quadro socio-culturale è arretrato, infatti, semplificare porta a risultati errati: occorre, piuttosto, una buona didattica, che a sua volta non può limitarsi a un mero approccio disciplinare. Ciò che serve, se si vuole alzare l’asticella della formazione, sono delle adeguate tecniche e strategie d’insegnamento di tipo attivo. Come i giochi di simulazione, le cooperative learning and serving, il peer education e il flipped classroom. Per questo, investire sulle prove standardizzate, che mirano alla valutazione delle nozioni e della preparazione di base, è una pratica che condurrà a una scuola sempre più “piatta”. E pensare che solo qualche mese fa, lo stesso Istituto Invalsi aveva ammesso, al termine di un monitoraggio nazionale, che occorrono politiche scolastiche differenziate in base alle esigenze del territorio e alle tipologie di istituti scolastici.

“Come se non bastasse – ricorda Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief e segretario confederale Cisal – i test Invalsi hanno ripercussioni dirette sul Rav, il rapporto di autovalutazione scolastico, e anche sulla valutazione diretta dei singoli docenti. Pure, in questo caso, senza che si dia un peso adeguato al tessuto sociale: le zone ad alto tasso migratorio, le scuole isolate dal resto del territorio, quelle ad alta criminalità, oppure dove il tasso di abbandono è molto sopra la media, necessitano di uscire dalla logica della somministrazione in classe delle fredde schede da compilare. Questa logica dell’uniformità a tutti i costi, andava sostituita con quella della verifica caso per caso, istituto per istituto: invece, non si è stata scelta l’analisi qualitativa. Questo appiattimento della maturità ci fa sempre più temere che si voglia andare verso la progressiva abolizione della legalità del titolo di studio, premessa all’avvio delle scuole e delle università di serie A e B”.

Tra le (poche) novità positive del nuovo esame di maturità, c’è l’introduzione di un curriculum dello studente allegato al diploma, nel quale saranno “indicati, in forma descrittiva, i livelli di apprendimento conseguiti nelle prove scritte a carattere nazionale”, distintamente per ciascuna delle discipline oggetto di rilevazione e la certificazione sulle abilità di comprensione e uso della lingua inglese. Oltre alle “competenze, le conoscenze e le abilità anche professionali acquisite e le attività culturali, artistiche e di pratiche musicali, sportive e di volontariato, svolte in ambito extra scolastico nonché le attività di alternanza scuola-lavoro ed altre eventuali certificazioni conseguite”, in base a quanto previsto alla legge sulla Buona Scuola (107/2015), “anche ai fini dell’orientamento e dell’accesso al mondo del lavoro”. Il superamento dell’Esame di Stato verrà inoltre realizzato in relazione alle esigenze connesse con la circolazione dei titoli di studio nell’ambito dell’Unione europea: il diploma di Stato, infatti, attesterà l’indirizzo e la durata del corso di studi, nonché il punteggio ottenuto.

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