Mascherine in classe o mascherata collettiva? Lettera

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inviata da Laura Cesaratto – Il  Ministro Speranza chiede ai giovani responsabilità  nel momento in cui si rischia la partenza della scuola a causa della ripresa dei casi da Covid19 che le pratiche della socialità estiva, massiva e caciarona, non poteva che favorire.

Glielo si è spiegato, rispiegato, sono stati in quarantena, hanno visto le bare a Bergamo, le fosse comuni, gli ammalati attaccati ai respiratori. Certo non leggono (generalmente) i giornali. Ma tant’è. Nemmeno sorprende il comportamento, in linea con il senso di immortalità che caratterizza l’età giovanile: ai ragazzi, finché non gli tocca, nulla li può scalfire.

Ciò che davvero mi sconvolge, attonita, interdetta, ed anche vagamente rabbiosa, è pretendere che generazioni di ragazzi che mai hanno patito rinunce o frustrazioni, che vivono una scuola che non è più modello sociale ove si riproducano, ancorché in scala omeopatica, le dinamiche sociali (spesso da homo homini lupus) nelle quali saranno irrimediabilmente coinvolti una volta usciti dal guscio (scolastico o familiare che sia), ma soprattutto una scuola che non è in grado di imporre né far rispettare minimamente una qualsiasi regola del vivere civile (vedi bullismo contro i professori, spesso filmato col cellulare, vedi il deturpamento dell’arredo scolastico, vedi come trattano i libri, avvertiti non come tesori da scoprire ma fardelli di cui liberarsi spesso anche durante l’anno,-ed avere così la scusa per incrociare le braccia-), una scuola in cui non è insegnato, e da tempo, il rispetto dei ruoli, dell’età, delle gerarchie, del lavoro -di docenti e bidelli e tutti-, in cui tutto è lecito, ove le famiglie mal sopportano ogni genere di limite, di ‘contenimento’, sempre pronte ad addurre patetiche scuse, spesso surreali, pur di salvare la faccia (e spesso i voti disastrosi) dei figli, ascoltino l’appello a mettere le mascherine in classe che sennò non si torna a scuola (evviva!).

Sono una docente, ovvio. E non desidero produrmi nel cahier des doleances trito e ritrito della scuola fin troppo inclusiva, che cioè include anche i genitori, e troppo buonista con tutti, per nulla selettiva e sempre pronta a trovare scuse creative ed immaginifiche per promuovere anche gli impromuovibli. Con quei risultati che peraltro sono sotto gli occhi di tutti, specie per strada, quando vedi e senti parlare i ragazzi; quando li vedi imbrattare Ponte Milvio con la bomboletta spray e che, quando fai loro notare che quella roba sta lì da Mille anni, e ci sta proprio bene, e ritieni che debba continuare a starci così com’era ti guardano dapprima smarriti. Poi scocciati. Infine minacciosi, dunque arretri e te ne vai, sconfitta insieme a Duemila anni di Cultura (non a caso con la C maiuscola).

Chi scrive si chiede, preoccupata e a 12 giorni dall’avvio scolastico: ma i nostri decisori come possono pretendere che i ragazzi si tengano le mascherine in classe? Quando non riescono neanche a stare seduti sul banco per più di un’ ora? Quando per loro infrangere qualsivoglia regola è stile di vita e rispettarla è da ‘soggetti’? Come si può far appello al senso di responsabilità (quale?) davanti alla tragica ipotesi di ritorno della pandemia che altrettanto tragiche conseguenze avrebbe anche sul futuro, specie il loro?

Rimango esterrefatta: un sistema educativo, scolastico e non, che ha fatto della deresponsabilizzazione morale la cifra educativa di  questi ultimi 25 anni (ad uso e consumo del ‘sistema dei consumi’, si perdoni il giro di parole), che ha reso prive di coscienza e refrattarie al sacrificio intere generazioni (si è salvato solo chi ha potuto contare su famiglie ‘resilienti’ e promotrici di un certo spirito critico, e anche vagamente interdette, deluse ma tenaci anche nella loro solitudine alternativa al mare magnum del ‘ci sentiamo sul gruppo whatsapp’) che non sono in grado, e nemmeno ne hanno colpa (!), di ordinare le priorità, di rendersi conto, di rispettare regole e leggi qualsiasi esse siano, che non hanno idea dei valori irrinunciabili di ciascuno (anche del mio a non contrarre il virus in classe, ad esempio), come può pretendere che gli alunni, dai 6 ai 19 anni, tengano perentoriamente le mascherine in classe?

(Ma ‘perentoriamente’ che vuol dire, mi pare già di sentirli? -perché certamente lo sforzo di cercare sul dizionario, ancorché digitale, mica lo fanno!)

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