Mascherine, distanziamento, intervallo nei banchi. La provocazione di Novara: “Così alimentiamo il settore della neuropsichiatria infantile. Meglio la DAD” [INTERVISTA VIDEO]

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Il dibattito in corso sull’uso delle mascherine in ambito scolastico è un argomento che porta a riflettere sulle necessità prioritarie che le istituzioni scolastiche sono chiamate a tutelare che deve partire dalla crescita sana del bambino. Ne abbiamo parlato con il Professor Daniele Novara, pedagogista, autore, fondatore e direttore del CPP, Centro PsicoPedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti

Professor Novara, è iniziato il nuovo anno scolastico con la particolarità di avere una larga maggioranza di insegnanti ed alunni, sopra i 12 anni, vaccinati. Nonostante ciò la percezione è che la scuola sia ancora considerata come un luogo di diffusione del contagio. L’uso delle mascherine continua ad essere obbligatorio, anche se sarebbe il caso di ripensarne l’utilizzo in considerazione dei distanziamenti in atto negli ambienti scolastici e delle ultime disposizioni di prevenzione che ne hanno rivisto l’uso in altri contesti. Ci aiuta a capire meglio?

Partiamo dal fatto che la scuola è l’ambiente più sicuro per antonomasia in questo momento. Non è assolutamente un focolaio, ed è un dato che è stato già dimostrato durante la primavera 2021 quando i dati raccolti dei contagi erano eccessivamente concentrati sulla scuola e avevano portato ad un picco di riscontri di contagi che però, epidemiologicamente, non avevano una correlazione significativa.

Questo perché se si cerca prevalentemente in un determinato ambiente trovi, ovviamente, dei risultati che però non sono comparabili nel resto della popolazione. Detto ciò, bisogna riscontrare che continua a persistere un certo pregiudizio nei confronti della scuola, vista come luogo di assembramento, cosa che non vale, ad esempio, per le attività sportive che hanno visto una serie di allentamenti rispetto alle norme anti Covid, tant’è vero che oggi è possibile assistere a manifestazioni sportive senza tutte le preoccupazioni che invece aleggiano sulla scuola.

Questo aspetto rappresenta un problema perché la scuola, per essere tale, ha bisogno di una serie di condizioni, altrimenti diventa inutile andarci, tanto varrebbe fare le videolezioni. In un certo senso il mancato allentamento delle restrizioni porta quasi a mettere sullo stesso piano l’andare a scuola con lo stare in DAD. Questo perché se a scuola bisogna stare con la mascherina, bisogna mantenere la distanza, l’intervallo va svolto nei banchi, gli ingressi avvengono in modalità scaglionata, non si può avvicinare i compagni di un’altra classe per non compromettere la bolla della propria classe, quasi quasi viene da dire che è meglio starsene in DAD, così almeno non dobbiamo indossare la mascherina. È un equivoco enorme che non coincide con i proclami di inizio anno scolastico dove si annunciava una scuola in presenza e mai più in DAD. Ma questa non è normalità, non è scuola, finché restano le mascherine, addirittura in prima elementare, la scuola non è scuola, non c’è relazione. La scuola è condivisione, è un elemento anche corporeo e non può limitarsi agli occhi, il volto dà l’idea dell’incontro.

Ho fatto vari appelli affinché le restrizioni venissero allentate e questo perché i nostri bambini e i nostri ragazzi stanno soffrendo questa situazione, con conseguenze sul piano emotivo e psicologico. Non possiamo alimentare tutto il settore della neuropsichiatria infantile perché non riusciamo a vedere la scuola come un ambiente normale, al pari degli ambienti sportivi, dei bar, dei cinema o dei teatri, dove le restrizioni sono state allentate. A scuola invece la situazione si è addirittura complicata, perché con il sistema degli screening si rischia, al rilevamento di una positività, di mandare i ragazzi in quarantena, dietro ad un videoschermo, e la scuola in questo modo diventa un calvario. Lo scorso anno ci sono state scuole che non hanno fatto un giorno in presenza, è una situazione inammissibile, è una vera e propria violazione dei diritti dei bambini.

Professor Novara, lei poco fa accennava al problema che vivono i bambini delle prime classi della scuola primaria che si trovano ad affrontare il nuovo anno scolastico con l’obbligo della mascherina, mentre fino a qualche mese prima frequentavano la scuola dell’infanzia senza questo obbligo. Considerata la giovane età di questi bambini, come si ripercuote questa situazione su di loro.

Nel nido e nella scuola dell’infanzia i bambini non indossano la mascherina. Una scelta opportunistica che si lega più alle difficoltà a far indossare la mascherina a bambini così piccoli che ad altre motivazioni, tant’è che le maestre comunque devono indossare la mascherina. Alla fine della scuola dell’infanzia i bambini, che hanno generalmente intorno ai 6 anni, vivono questa situazione, poi si ritrovano dopo un paio di mesi a frequentare la scuola primaria e a dover indossare obbligatoriamente la mascherina. È una situazione poco chiara per la quale qualcuno dovrebbe spiegarne le motivazioni.

In Francia, come in molti altri paesi europei, le scelte sono andate in altre direzioni. Dico questo perché abbiamo imitato i francesi sul green pass, ma non li stiamo imitando sulle normative scolastiche, mantenendo delle restrizioni che in Francia non ci sono mai state dove, infatti, fino a 8 anni la mascherina non ci sono mai state e adesso, in tanti dipartimenti, le stanno togliendo per tutte le classi della primaria. È logico che chi soffre di più sono i piccoli, i bambini dell’asilo nido soffrono a relazionarsi con la propria maestra con la mascherina.

Non ci rendiamo conto che è in gioco il concetto di salute, dobbiamo chiederci cosa vogliamo indicare con questo termine per i nostri bambini, se limitarci ad isolare un virus nel tentativo di ridimensionarlo o vedere la salute nel suo complesso. Quello che sappiamo scientificamente è che i bambini posso contagiarsi ma non si ammalano. Tra i ragazzi ci sono stati alcuni episodi gravi, da valutare nel complesso, ma oggi la maggior parte di loro è vaccinato, quindi allo stato attuale anche per loro vale il discorso fatto per i bambini. A fronte di questo noi, però, li trattiamo ancora come se fossero degli untori, che rischiano di uccidere i propri nonni, quando quest’ultimi, nell’estate 2020, sono stati tutelati anche grazie al bonus babysitter. Io stesso sono un nonno e sono qui a parlarvi. Va bene il green pass, va bene la mascherina, ma stiamo facendo degli errori grossolani verso i più piccoli.

La salute è un concetto molto più ampio che abbraccia diversi aspetti. Per esempio noi sappiamo che l’areazione è molto importante, bisogna insistere sui processi di areazione all’interno delle aree scolastiche, sono aspetti che vanno rafforzati e non insistere solo e unicamente sulla mascherina. Mi chiedo a cosa serva la mascherina se un bambino è seduto al banco quando ora non la teniamo nemmeno al ristorante. Teniamo conto, inoltre, che molti dirigenti scolastici, per tutelarsi, ci mettono del loro inasprendo ulteriormente le misure preventive come, ad esempio, l’obbligo della mascherina per chi si trova nei cortili della scuola, alunni o genitori, quando all’aperto, in qualsiasi altro luogo, la norma generale non la prevede. Capisco le loro paure, però facciamo attenzione perché le paure degli adulti rischiano di diventare malattie per i nostri alunni.

Precisiamo un aspetto, ovvero perché insistiamo tanto sull’uso delle mascherine. La comunicazione avviene attraverso le parole ma anche con il corpo, di conseguenza si educa con tutto il corpo. Partendo da questi presupposti lei da tempo ribadisce l’importanza del volto nell’educazione, soprattutto con i più piccoli dove è importante anche l’aspetto emozionale.

Quando parlo di rivedere l’uso delle mascherine non intendo di levarle in assoluto, ma di utilizzarle quando servono. Nel caso di attività dove siano previsti piccoli assembramenti, soprattutto al chiuso, oppure negli spostamenti, ovviamente servono. Ma se siamo fermi al tavolo, distanziati, che bisogno abbiamo di dover indossare la mascherina, è sufficiente aprire la finestra per permettere un’areazione dei locali. Allo stesso modo non ha senso l’uso della mascherina per attività svolte all’aperto. Ovviamente tutto questo discorso parte dal presupposto che i dati epidemiologici sono inequivocabili, i bambini non hanno inciso sui dati relativi alla morbilità del virus, sono stati eventualmente contagiati.

Anche sul fatto che il bambino contagi tutta la sua famiglia non esistono riscontri, non abbiamo casi dove c’è stato un tracciamento preciso bambino/adulto, abbiamo semmai dei tracciamenti adulto/bambino. Non voglio intromettermi in questioni che non attengono al mio lavoro, ma purtroppo l’informazione è molto carente da questo punto di vista e quindi mi permetto, come pedagogista, anche grazie ai dati che raccolgo dalla frequentazione di ambienti scientifici, di lanciare l’appello ad un utilizzo della mascherina solo quando sia effettivamente necessario e non in maniera indiscriminata. Lo ribadisco perché il non vederci fa del male, crea delle disfunzioni emotive, psicologiche, mentali, cognitive.

Un’ultima domanda legata a questo aspetto della salute. Lo ha detto lei, ma lo dicono anche molti psichiatri, che la scuola oltre ad avere una funzione prettamente educativa, ha anche una funzione sociale, dove si costruiscono relazioni. Quest’ultimo aspetto, a causa della situazione pandemica, è stato fortemente trascurato concentrando tutti gli sforzi sulla trasmissione di contenuti. Questo sta creando grossi problemi nei nostri alunni dal punto di vista psicologico con problematiche che saranno ancora più evidenti nei prossimi anni. A questo punto le chiedo quanto sia importante educare alla socializzazione e far crescere ragazzi sempre più resilienti e capaci di affrontare i problemi in maniera positiva.

È fondamentale. A scuola, non mi stancherò mai di ripeterlo, gli alunni imparano dagli altri alunni, perché la scuola è una comunità. Gli insegnanti sono i registi di questa comunità, che fanno muovere e fanno fare esperienza ai propri alunni. Se viceversa diventa solo un trasmettitore di nozioni, è chiaro che al quel punto il docente può stare tranquillamente a casa sua dietro ad in videoschermo.

Mi chiedo se è questo quello che vogliono i fautori di una scuola pura e semplice dei contenuti, delle materie tagliate con il coltello in modo che uno coltivi solo il suo orticello, come se la rivoluzione francese fosse solo un problema dell’insegnante di storia oppure l’ermetismo poetico fosse solo un problema dell’insegnante di letteratura. Siamo ancora fermi a questo punto, di una separazione banale delle conoscenze? Ci si meraviglia che il premio Nobel alla letteratura venga assegnato a Bob Dylan, io lo ritengo normale, perché il mondo cambia e la letteratura non è più quella di Dante Alighieri o di Giuseppe Ungaretti.

La scuola deve essere in grado di comprende che oggi abbiamo bisogno di connettere le conoscenze per andare verso un apprendimento che sia applicativo e che porti all’acquisizione di competenze per le quali il ragazzo sia in grado di saper scrivere correttamente e non di conoscere pedissequamente l’analisi logica. Un esempio lampante è l’apprendimento della lingua straniera, è importante che un ragazzo sia in grado di poter andare a Londra ed essere in grado di parlare in inglese e non semplicemente di conoscere i verbi inglesi al solo fine di poter superare una verifica.

La psicologia evolutiva e le neuroscienze ci spiegano che imparare qualcosa vuol dire essere in grado di applicarlo, quindi la scuola non deve essere intesa semplicemente come un luogo professionale, ma deve essere in grado di vivere la propria dimensione di lavoro come un luogo che permetta, poi, di essere attivi e operativi e di applicare quello che si acquisisce. Ne ho parlato nel mio libro “cambiare la scuola si può” che poi è anche il modello del Ministero dell’Istruzione, basti pensare che fino alla scuola secondaria di primo grado non viene mai usata la parola lezione. Purtroppo ci sono delle pratiche inerziali, sostenute da una certa cultura idealistica, che continuano a propinare la frontalità con il passaggio pedissequo da una fonte, l’insegnante, a dei soggetti passivi, gli alunni. I ragazzi hanno inventato lo sguardo catatonico per prendere in giro questi fautori dell’antichità, ti guardano mentre blateri senza neanche ascoltarti. Questo modello in Europa resiste in Italia e in pochi altri paesi. La scuola è una comunità che lavora sull’apprendimento.

Mi sono speso più volte affinché il nuovo Ministro lavorasse sulla formazione pedagogica degli insegnanti. Mi piacerebbe che la maggior parte dei 30 miliardi di euro destinati alla scuola fossero destinati alla riqualificazione del personale scolastico, che è molto importante. Questo dovrebbe portare anche ad una rivalutazione economica dei docenti, che sono fortemente penalizzati da questo punto di vista. In Italia dobbiamo dare alla scuola il peso che merita perché da lì passano i nostri ragazzi, che rappresentano il nostro futuro. Altrimenti il futuro sarà solo un pazzesco calo demografico come ci dicono i dati attuali.

Uno dei passaggi fondamentali per uscire dalla restrizione demografica è quello di dare alla scuola il giusto valore, che è un valore anzitutto pedagogico, dove si impara a stare con gli altri, a diventare cittadini e dove si impara ad imparare. Nelle scuole che seguo non chiedo di trasmettere contenuti, chiedo, invece, che gli alunni siano in grado di assorbire un metodo che gli permetta di stare nella società, nel lavoro, che gli permetta di essere consapevoli delle proprie capacità e non di conoscer pedissequamente i contenuti. Chi ha metodo ha delle capacità superiori a chi ha semplicemente dei contenuti.

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