Marotta (Andis): “Rendere obbligatoria formazione docenti nel contratto. Elaborare una visione complessiva sulla didattica” [INTERVISTA]

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Da un lato puntare, con cospicue risorse, sulla formazione degli insegnanti, dall’altro elaborare una visione complessiva sulla didattica, per esempio attivando una piattaforma digitale centralizzata, sicura, garantita e indipendente per tenere in rete tutte le istituzioni del sistema educativo nazionale. Sono alcune delle idee avanzate dal Consiglio nazionale dell’Andis (Associazone Nazionale Dirigenti Scolastici) per orientare al meglio i futuri investimenti nella scuola; il Presidente Paolino Marotta ce ne ha illustrato in questa intervista i punti più interessanti.

L’Andis pone la formazione iniziale e in servizio degli insegnanti come un obiettivo prioritario del Piano Nazionale per il rinnovamento del Paese. Lei pensa che l’attuale sistema abbia dei limiti?  

“Da anni l’ANDIS sostiene che non ci potrà essere rinnovamento della didattica né contrasto alla dispersione scolastica senza investimenti sulla formazione iniziale e in servizio del personale. Serve una formazione capillare, permanente, di qualità, che presuppone non solo risorse ingenti e capacità progettuale, ma soprattutto valide e permanenti strutture di supporto alle scuole.

Occorre migliorare innanzitutto il sistema della formazione iniziale dei docenti, puntando da una parte su una maggiore responsabilizzazione delle strutture universitarie, dall’altra su un più efficace collegamento con le autonomie scolastiche. Un sistema ben articolato che possa far conseguire ai giovani laureati non solo solide competenze disciplinari, didattiche e metodologiche, ma anche competenze “informatiche, linguistiche, organizzativo-relazionali, di orientamento e di ricerca, di documentazione e valutazione” come prevede il CCNL vigente.

Altro discorso va fatto per la formazione in servizio, che ricade nella responsabilità delle singole istituzioni scolastiche che la organizzano in proprio o aderendo alle reti di ambito e di scopo.

Ci sarebbe da chiedersi, a partire dai collegi dei docenti, qual è la qualità e la ricaduta di questi percorsi formativi sulla professionalità dei docenti, come fare a riconoscere e valorizzare adeguatamente le competenze maturate. Un modello sostenibile di riferimento può essere quello della ricerca–azione, che postula l’applicazione nel contesto della didattica delle competenze acquisite durante la formazione”.

Ma in che modo rendere davvero qualificanti queste azioni di aggiornamento?

“Esiste un problema di fondo da risolvere: l’aggiornamento e la formazione dei docenti sono definiti dalla legge come obbligo permanente e strutturale. Di converso, nel Contratto Collettivo Nazionale nulla si dice di specifico intorno a questo obbligo, per cui la formazione rimane in piedi come un generico diritto-dovere.

Occorre acquisire tale obbligo all’interno del contratto e declinarlo nei suoi aspetti economici e di orari obbligatori complessivi di servizio.

Servono strumenti più affinati per riconoscere, valorizzare e certificare le attività e, più in generale, per qualificare il sistema della formazione in servizio. Anche alla luce delle numerose esperienze poste in essere dagli ambiti territoriali con il Piano Nazionale di formazione dei docenti, credo che il Ministero possa intervenire per migliorare e uniformare le modalità di progettazione, gestione e attestazione finale dell’offerta formativa da parte delle scuole, degli ambiti, delle associazioni e degli enti che si occupano di formazione. Si tratterebbe di definire linee guida, standard professionali attesi, crediti formativi, didattici, professionali, indicatori di qualità di modelli/proposte di formazione declinabili in termini di unità formative (UF), profili richiesti ai diversi soggetti impegnati nei percorsi (progettisti, facilitatori, formatori, tutor d’aula).

Anche i dirigenti scolastici dovrebbero avere un ruolo maggiormente propositivo nella progettazione e nell’attuazione dei progetti di rete o di ambito, dovrebbero definire in sede di contrattazione criteri per la selezione dei docenti da formare, promuovere modalità per garantire una condivisione e una ricaduta della formazione all’interno delle singole scuole, nonché favorire in ogni modo la partecipazione dei docenti ai percorsi formativi.

Sarebbe davvero importante, infine, che il Ministero decidesse finalmente di aggiornare le misure dei compensi per i formatori (ferme dal 1995 a 41,32 euro lordi/ora), con le quali è davvero difficile, se non impossibile, impegnare nelle attività formative esperti di livello nazionale o di caratura universitaria”.

Relativamente a questo punto, oggi assistiamo a un’ingerenza sempre più forte della realtà produttiva nell’ambito della didattica, vista anche l’accelerazione verso la digitalizzazione favorita dall’emergenza sanitaria. Non crede che si debba fare maggiore attenzione su questo punto?

“E’ vero che nei mesi scorsi diverse aziende del settore hanno avanzato alle scuole le più disparate proposte in tema di didattica digitale, ma spesso queste sono risultate fortemente orientate. Di fronte al fiorire di proposte e offerte di servizi digitali spetta alle scuole stabilire priorità e compiere scelte eque ed inclusive. Dovremmo forse chiederci quali idee di educazione veicolano certe piattaforme e, soprattutto, a che cosa si riduce l’esperienza di insegnamento quando usiamo l’una o l’altra di esse.

Dal punto di vista generale, l’ANDIS continua a sostenere che bisogna investire di più sul potenziamento delle competenze digitali e informatiche di base degli alunni e, riguardo alle competenze digitali dei docenti, che il Ministero deve non solo promuovere un poderoso piano di formazione sulla didattica digitale, ma anche attivare una piattaforma digitale centralizzata, sicura, garantita e indipendente per tenere in rete tutte le istituzioni del sistema educativo nazionale”.

Sul trattamento economico e lo sviluppo professionale dei docenti, quali idee potrebbero essere messe in campo?  

“L’ANDIS chiede a gran forza che, nel riparto dei fondi del Next Generation UE, si proceda ad equiparare il trattamento economico del personale della scuola ai livelli europei. Parallelamente alla questione retributiva occorre che il Governo e il Parlamento decidano di affrontare alcune importanti questioni di prospettiva: sistema di reclutamento, valutazione del periodo di prova, sviluppo della carriera docente, valorizzazione delle competenze professionali del personale, sviluppo della carriera docente, stabilizzazione delle figure di “middle management”. Il fondo di istituto e per la valorizzazione del merito sono strumenti economici deboli e insufficienti per retribuire questi incarichi che devono essere inseriti nella retribuzione fissa, pensionabile.

Vanno potenziati e stabilizzati gli organici del personale docente, educativo, ATA. L’intervento dovrebbe essere accompagnato dalla riduzione del numero di alunni per sezione/classe. Occorre, inoltre, un piano di rilancio delle politiche per l’inclusione ed il contrasto all’abbandono e alla dispersione che preveda il potenziamento dell’organico di diritto sul sostegno e di tutti gli strumenti di supporto alle disabilità / fragilità. Ovviamente molti altri possono essere gli interventi possibili e auspicabili a partire dalla riforma degli ordinamenti, che potrebbe non comportare costi, ma inserirsi efficacemente in un contesto complessivo di rinnovamento”.

In cosa consisterebbero gli interventi di perequazione per il Sud?  

“Faccio considerare che la UE ha posto una precisa condizionalità: i fondi del RF devono essere utilizzati prioritariamente per ridurre delle disuguaglianze esistenti nei servizi fondamentali. E’ risaputo che il Mezzogiorno e le aree interne (comprese quelle del Nord) sono soggetti ad un continuo processo di spopolamento, che la disuguaglianza economica e sociale si riflette sui risultati dell’azione educativa delle istituzioni scolastiche, che in quelle aree solo una piccola percentuale di bambini usufruisce dei servizi per l’infanzia, che in alcune regioni meridionali la maggior parte degli edifici scolastici necessita di interventi urgenti di manutenzione, che i risultati di apprendimento misurati dall’INVALSI sono generalmente al di sotto della media nazionale, che si registra un alto tasso di abbandono e di dispersione scolastica.

L’ANDIS ritiene che i fondi europei del NGeu dovrebbero essere destinati anche a sanare i forti squilibri esistenti nel Paese e che si ripercuotono in modo drammatico sui risultati dell’azione educativa delle istituzioni scolastiche. Gli interventi dovrebbero riguardare un forte investimento sulle infrastrutture (edilizia scolastica, connettività, mobilità) e un piano di generalizzazione dei servizi educativi e scolastici (nidi, scuole dell’infanzia, tempo pieno nella primaria, tempo prolungato nella secondaria di I grado). Senza la scuola le diseguaglianze sono destinate ad accentuarsi, forse irrimediabilmente”.

Qual è la sua opinione riguardo lo strascico di povertà educativa che porta dietro di sé la didattica a distanza? C’è chi dice che essa dovrebbe essere messa a sistema e non rappresentare un’eccezione. 

“In questi mesi di lockdown è stato denunciato da più parti (lo ha fatto anche l’ANDIS riportando i risultati di un sondaggio che ha coinvolto … scuole) che le disuguaglianze sociali ed economiche delle famiglie finiscono per colpire la parte più fragile della popolazione studentesca, in quanto un gran numero di alunni non dispone degli strumenti (device, connettività, locali) per partecipare in maniera efficace alla didattica a distanza. Ciò non vuol dire ovviamente che la DaD non stia funzionando e che bisognerebbe metterla in soffitta.

E’ del tutto ovvio che, in una situazione eccezionale come quella che stiamo vivendo, la Dad costituisce l’unico rimedio che consente alle istituzioni scolastiche di continuare a funzionare. Certo che non potrà mai sostituire la scuola nell’esercizio dei suoi compiti istituzionali di insegnamento, educazione e formazione. L’emergenza che ci ha costretti ad utilizzare la didattica digitale in rapporto ad alcuni milioni di alunni e studenti ci porta a ripensare la didattica di fronte alla sfida tecnologica e, soprattutto, ci chiede di generalizzare la risposta, evitando che gli insegnanti siano lasciati soli nella ricerca di metodi nuovi e personali”.

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