“Manifesto europeo degli insegnanti”, Pacifico (Anief-Udir) rilancia il ruolo del sindacato

di redazione
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Anief – Si è conclusa la due giorni di confronto a Lisbona su “Professionisti e sindacati dell’istruzione: orizzonte 2025”, organizzata sotto l’egida dell’Unione Europea, dal quale è emersa la necessità di introdurre un Manifesto europeo degli insegnanti:

al convegno, moderato da Kerstin Born-Sirkel, collaboratore senior presso l’European Policy Centre, ha partecipato anche il professor Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief-Udir e segretario confederale Cisal, che ha incentrato il suo intervento sul ruolo centrale del sindacato per la tutela dei diritti dei lavoratori europei, in particolare di quelli che operano nelle nostre scuole.

“La contrattazione o lo sciopero sono soltanto degli strumenti, ma non gli unici, per riportare il ruolo dell’insegnante e del dirigente scolastico a livelli rispettabili per un’opinione pubblica che assiste attonita ogni giorno anche e sempre più a numerosi episodi di violenza”, ha detto il sindacalista autonomo. “Attraverso incontri istituzionali, seminari aperti al pubblico, assemblee con il personale – ha continuato – bisogna porre seriamente il problema di armonizzare i diritti e doveri dei professionisti dall’educazione in tutto il territorio europeo con il principale obiettivo di alimentare la costruzione di un’idea di cittadinanza europea che veda nell’attività pedagogica dell’insegnamento il suo veicolo principale”.

COSA PUÒ FARE IL SINDACATO?

Secondo il sindacalista autonomo, questo deve proporre Cesi “nella scrittura del manifesto degli insegnanti che può essere assunto come testo base per scrivere una carta europea che fissi norme comuni per riconoscere la professione dell’insegnamento e del dirigente scolastico, dal reclutamento a fine carriera. La formazione iniziale universitaria con attività di tirocinio diretto e indiretto, didattica, approfondimenti dei contenuti curricolari e dell’area trasversale psico-socio-pedagogica rimane un pilastro nell’accesso alla professione dell’insegnante, ma a condizione che il percorso porti rapidamente alla conferma nei ruoli. A tal proposito, in Italia piuttosto che eliminarlo sarebbe bastato ridurre il Fit ad un anno. Né si può pensare nel caso specifico italiano di eliminare tutti i rimedi possibili quali la riapertura delle graduatorie ad esaurimento o concorsi riservati per stabilizzare migliaia di precari che sono utilizzati dallo Stato per coprire posti vacanti e disponibili per ragioni finanziarie”.

Pacifico si è quindi soffermato sul nodo della stabilizzazione mancata dei precari della scuola pubblica: “In tutta Europa, con un record in Spagna e Italia, si assiste mensilmente a sentenze della Corte di Giustizia sulla violazione della norma comunitaria sull’abuso dei contratti a termine e sulla discriminazione tra personale a tempo determinato e indeterminato. Deve essere chiaro una volta per tutte che i lavori si classificano per le mansioni e non per la durata dei contratti. Ad ogni modo, il sistema di selezione dopo Lisbona 89 deve essere allineato in ogni Paese UE: sono passati trent’anni ed in certi Paesi ancora non è chiaro”.

Il leader dell’Anief ha quindi parlato della carriera: “l’ultimo rapporto europeo Eurydice ci conferma come da inizio a fine carriera gli stipendi dei docenti europei si differenziano, sia per livello base che per merito. Un docente italiano prende quasi la metà di un collega tedesco e questo si ripercuote nella figura del dirigente scolastico e nell’età anagrafica del personale in servizio. Attualmente lo stipendio di un docente italiano non supera 32 mila euro in media, con un assegno ridotto al 70% nel momento in cui va in pensione a 67 anni o dopo 43 anni di servizio. Non vi è nessun riconoscimento economico della funzione sociale del ruolo rivestito né dei pericoli legati al burnout o allo stress di lavoro correlato. Anche rispetto agli attacchi sempre più frequenti di alunni e genitori non vi sono norme particolari a tutela dei lavoratori”.

I RAPPORTI IMPIETOSI

Proprio dal recente rapporto “Teachers’ and school heads’ salaries and allowances in Europe 2016/17”, pubblicato da Eurydice, è emerso che a fine carriera la distanza stipendiale dei docenti dell’Italia rispetto ai Paesi più avanzati del vecchio Continente è abissale.

Solo per comprendere di cosa stiamo parlando, in Olanda e Austria un maestro del primo ciclo appena assunto percepisce tra i 34 mila e i 35 mila euro, contro i 23 mila di un collega italiano; al top della carriera, sempre i docenti olandesi ed austriaci andranno ad assicurarsi rispettivamente quasi 55 mila e 63 mila euro, contro i 34 mila scarsi del maestro del Bel Paese. Alle superiori, il gap diventa ancora più vistoso, perché i docenti più anziani in Olanda e Austria arrivano a prendere ben oltre i 70 mila euro, mentre da noi non si superano i 39 mila.

Di proporzioni ancora maggiori si presenta il divario rispetto ad altri Paesi. Come con la Germania, dove un maestro della primaria entra in ruolo percependo molto più di un qualsiasi insegnante italiano: ben 46.984 euro di media, fino a superare i 62 mila euro prima di andare in pensione; alle scuole medie, il collega tedesco sfiora i 53 mila euro all’inizio e i 70 mila euro a fine carriera; alle superiori, infine, si vede assegnare 53 mila euro come primo stipendio da neo-assunto (20 mila più dei nostri) e 76.770 euro come stipendio massimo (quasi il doppio rispetto ad un insegnante italiano della secondaria di secondo grado). Per non parlare di realtà nazionali, come Lussemburgo e Svizzera, dove un insegnante percepisce circa 150 mila euro lorde, una cifra che nella PA viene assegnata solo ai giudici.
“Tutto questo – ha commentato Pacifico – è intollerabile, specialmente per una Europa che vorrebbe i suoi insegnanti esperti in più lingue comunitarie e in grado di trasmettere i valori europei. Ma se bisogna dettare regole comuni sulla progressione di carriera, altrettanto importante risulta costruire questi valori europei, con i professionisti dell’educazione chiamati finalmente a svolgere un ruolo principale”.

COSA DEVE FARE L’EUROPA?

Il ruolo dell’Unione Europea, in questo contesto, è fondamentale. “L’Ue – ha dichiarato Marcello Pacifico al tavolo di Lisbona – deve operare per costruire una cittadinanza solidale, regole giuste ed eque, un’identità forgiata sul rispetto del diritto e del dialogo sociale. Carlo Magno è il patrono di un’Europa che partendo dalla cultura greca attraverso l’osmosi del mondo romano e la mediazione della Chiesa ha visto il lavoro da punizione divina a esaltazione del creato di Dio. Al tempo di Federico II, nel XIII secolo, si forgiarono i caratteri di un’Europa che, nonostante le crociate, si è sempre distinta nel dialogo. Anche con il mondo islamico. Lisbona né un esempio, nella coesistenza tra saraceni e cristiani, anche dopo la conquista di Alcacer do Sal nel 1217 ad opera di Alfonso II”.

“Bisogna ripartire da queste radici e dall’insegnamento che l’imperatore, stupor mundi, lasciava a suo figlio Corrado prima di morire: si gubernare populos in studio velle. La curiositas deve spingere insegnanti, sindacalisti e governanti a trovare le soluzioni più idonei per valorizzare una professione senza la quale – ha concluso Pacifico – non possiamo costruire la nostra società del domani”.

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