Conflitti tra le maestre e presunti maltrattamenti alunni. Dirigente deve fare prevenzione, non accendere telecamere

di Vittorio Lodolo D'Oria
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Sempre più frequentemente vengo interpellato da maestre inquisite, e dai loro avvocati, per esprimere un parere tecnico in merito a “presunti maltrattamenti di alunni”.

Ho abbondantemente espresso tutte le mie perplessità a proposito dell’intervento della giustizia nella scuola: nulla sa la prima della seconda, né tantomeno i metodi d’indagine utilizzati per inquisire dei criminali possono essere adatti ai docenti. Oggi intendo analizzare il caso della denuncia di “presunti maltrattamenti” effettuata da una insegnante contro le proprie colleghe e che sollecita la dirigente a recarsi dall’Autorità Giudiziaria come primo e unico intervento. Per esigenza di riservatezza modificherò alcuni dati, senza cambiare la sostanza delle cose. A seguire vi saranno le riflessioni sul fenomeno, in forte aumento, che si presta a facile e dannosa demagogia.

I fatti

Una giovane maestra, appena arrivata nella scuola in esame, viene inserita in un team consolidato e collaudato di quattro maestre con età prossima ai 60 anni e un’anzianità di servizio di oltre 35 anni ciascuna. In circa tre mesi di collaborazione con le colleghe più anziane, la più giovane redige un insolito dossier su “disdicevoli comportamenti” che le quattro maestre terrebbero ai danni della giovane utenza. Si reca tosto dalla dirigente inducendola subito a sporgere denuncia presso l’Autorità Giudiziaria. Alla stazione di Polizia, la preside afferma di aver effettuato precedenti controlli, su segnalazioni verbali della giovane insegnante, ma di non aver riscontrato nulla di quanto da lei denunciato. Delle due l’una: o i controlli della dirigente erano stati fatti male, oppure i “presunti maltrattamenti” non esistevano. Di sicuro però dobbiamo chiederci come mai il capo d’istituto abbia preferito correre a sporgere denuncia contro le insegnanti anziché prima adempiere al proprio compito che le imponeva di proteggere l’incolumità dell’utenza. E, già che ci siamo, vale la pena inoltre domandarsi perché la stessa dirigente non avesse attuato il programma di prevenzione per lo Stress Lavoro Correlato degli insegnanti, considerati anche l’obbligo di legge e l’avanzata età del corpo docente.

Tra le numerose inusuali amenità del caso vi è anche il fatto che la dirigente, nell’ordine: era a conoscenza delle intercettazioni ambientali; aveva reso edotte delle indagini con intercettazioni alcune docenti della classe (ovviamente escludendo le quattro indagate); era corsa a giustificare alla stazione di Polizia l’intervento poco ortodosso verso un alunno da parte di “una sua protetta” che riteneva di essere stata inavvertitamente ripresa dalle telecamere.

Giunti a questo punto viene il sospetto che la vicenda sia, a tutti gli effetti, un ordinario conflitto tra maestre. Tuttavia la vicenda viene complicata e ingarbugliata ulteriormente dalla giustizia con i suoi metodi d’indagine inadatti alla scuola: filmati infiniti, trailer visionati e decontestualizzati da non addetti ai lavori; trascrizioni da film dell’orrore; denunce di surreale clima di terrore in classe; mass-media scatenati nella caccia alle streghe; solito scontro pubblico tra innocentisti e colpevolisti; gogna pubblica per le indagate; conseguente sperpero di risorse pubbliche e private e via discorrendo. I video selezionati (muti nonostante siano contestate alle maestre alcune frasi da loro pronunciate) documentano tra l’altro una trentina di scene (circa 10 minuti totali) estrapolate da 18.000 minuti complessivi di videoregistrazione (quasi 2 mesi di scuola). Segue poi il solito balletto in cui il PM è contro il GIP e un caso in cui il Tribunale del Riesame dà ragione al primo perché una maestra terrebbe sistematicamente una condotta violenta ai danni di diversi minori. Per condotte violente della maestra il giudice relatore intende: l’aver strappato con decisione una matita appuntita dalle mani di un bambino particolarmente agitato, che rischiava di ferire i compagni, così come l’avergli preso a forza da sotto il sedere il diario che nascondeva per impedire che gli venisse scritta una nota per i genitori. Quelle che il magistrato, assolutamente estraneo all’esperienza dell’insegnamento, definisce come “condotte violente”, per un educatore professionale altro non sono se non degli “interventi risoluti, decisi, tempestivi e opportunamente energici dettati dall’alto numero di alunni da seguire”. E la garanzia del “ben operare” delle maestre consiste nella lunga anzianità di servizio, nella gratitudine loro manifestata da nuove e sempre più complicate generazioni cresciute in paese o, più prosaicamente, nella totale assenza di provvedimenti disciplinari a loro carico.

Riflessioni

Siamo solo all’inizio di questa ennesima e infinita odissea giudiziaria che rasenta il ridicolo se di mezzo non ci fossero persone che, sul finire della loro carriera professionale, vengono umiliate, irrise, impoverite e screditate per aver svolto il loro dovere. Questo è il mio parere dopo aver letto gli atti, visto i filmati (senza audio perché questo – incomprensibilmente – hanno fornito gli inquirenti) e sentito gli interessati. E’ la fotocopia di altri episodi venuti alla ribalta delle cronache che mi permette ora di affermare con cognizione di causa i seguenti assunti:

  1. La salvaguardia dell’incolumità degli alunni passa dalla tutela della salute degli insegnanti e non attraverso l’installazione di telecamere spia che possono essere manipolate da non addetti ai lavori che decontestualizzano e producono trailer non rispondenti alla realtà.
  2. Alla tutela della salute degli insegnanti deve provvedere il dirigente scolastico, in quanto datore di lavoro (DL 81/08), ma quasi nessuno attua la prevenzione di legge, come nel caso in esame.
  3. Nel 90% dei casi di “presunti maltrattamenti” l’età delle maestre è superiore ai 55 anni con anzianità di servizio di 35 anni. Il dato suggerisce che un eventuale problema della maestra è da ricondursi a un esaurimento psicofisico piuttosto che a una sua “indole malvagia”. Nonostante ciò, durante i processi, non viene mai chiesto conto al dirigente scolastico dell’attuazione dei programmi di prevenzione dello Stress Lavoro Correlato dal MIUR e dai giudici.
  4. Qualora al dirigente venissero segnalati da chicchessia episodi di “presunti maltrattamenti”, questi ha il compito/dovere di attivarsi per accertare i fatti e cercare di risolvere immediatamente il problema al proprio interno. Per le emergenze può disporre anche della sospensione cautelare (DPR 171/2011).
  5. Per un dirigente correre a sporgere denuncia all’Autorità Giudiziaria, senza prima affrontare il problema di persona, equivale a sottrarsi alle proprie responsabilità e costringere la piccola utenza a sottostare ad eventuali e ulteriori angherie per i lunghi tempi che le indagini richiedono.
  6. La giustizia infatti, telecamere incluse, non rappresenta la giusta soluzione al problema: la non conoscenza del sistema scolastico/educativo con il suo funzionamento; i metodi d’indagine inadeguati; i tempi biblici dei procedimenti legali, sono da ostacolo a una soluzione equa, funzionale, necessaria e tempestiva.
  7. In molti casi alcune famiglie si costituiscono parte civile nel processo per mero opportunismo, anche dopo aver rilasciato in precedenza dichiarazioni spontanee a favore delle maestre inquisite.
  8. La denuncia/esposto può anche nascere da dissapori interni tra colleghe o tra maestre e dirigente e assume un vero e proprio aspetto di regolamento di conti in cui “vince” chi denuncia per primo. Il sistema giudiziario finisce così per prestarsi inconsapevolmente a fini impropri.
  9. Gli episodi finora conosciuti di “presunti maltrattamenti” avrebbero potuto essere benissimo risolti e affrontati tempestivamente dal dirigente scolastico e dai suoi collaboratori grazie a un’adeguata vigilanza.
  10. Ciascun attore (genitori, inquirenti, giudici, avvocati) possiede l’infondata convinzione di sapere come si educa al meglio un giovane, un’intera classe se non addirittura una generazione al completo, pur non avendolo mai fatto o, peggio, senza essere riusciti nemmeno a crescere responsabilmente il proprio figlio spesso unico e problematico. Questa effimera certezza garantirà a ciascuno di costoro il diritto/pretesa di saper giudicare (e condannare per direttissima) maestre ancorché “veterane” con 40 anni di esperienza alle spalle.
  11. Qualunque persona finisce con l’essere ritenuta colpevole di qualcosa se viene sottoposta a sua insaputa a videointercettazioni per centinaia d’ore, quindi accusata grazie a trailer estrapolati dal loro contesto, infine esaminata da non addetti ai lavori che sbobinano e trascrivono fantasiosamente gli atti. Nessuno, in tali condizioni, può uscire indenne da un simile tritacarne.
  12. Ciascuna maestra è ingenuamente e innocentemente convinta che il proprio operato sia esente da pecche e dunque non si ritiene passibile di condanna non sapendo che i metodi d’indagine adottati – come visto in molti casi – compiono miracoli al contrario, trasformando per esempio un atto di contenimento di un disabile in “violenza e privazione della libertà dell’alunno” oppure uno scappellotto in “percossa.
  13. Tutti si ergono a paladini del benessere dei minori ma, talvolta, il vero movente delle denunce dei diretti interessati, può essere animato da un conflitto tra colleghi ovvero da un tornaconto economico (indennizzo) per i genitori
  14. Trattandosi di “presunti maltrattamenti ai minori” la materia si presta all’amplificazione del clamore massmediatico con l’emissione di sommari verdetti di tribunali popolari, cui renderà giustizia qualche improvvisato “giustiziere della notte” (vedi a Partinico) o la condanna alla gogna mediante striscioni o scritte sui muri (vedi a Latina).
  15. Quasi tutte le indagini condotte tendono a sostenere la presenza di danni psicologici a carico della giovane utenza. Tuttavia risulta difficile e delicato stabilire, una volta accertati gli eventuali danni, quali abbiano origine “scolastica” e quali “familiare”, in particolar modo in una società come quella odierna in cui le situazioni familiari difficili sono numerosissime.
  16. Istituzioni, politica, sindacati assistono in imbarazzante silenzio a questo sistematico attacco e vilipendio della categoria professionale delle maestre. E qui va richiamato il sensato appello di un’ispettrice dell’USR Campania che, invano due anni fa, auspicò un pronto dialogo tra MIUR e Ministero di Grazia e Giustizia – come parti in causa – per affrontare il problema.
  17. I costi processuali sono alti e gravano sugli indagati e sulla comunità. Anche per le accuse più gravi i procedimenti giudiziari sono spesso esitati in un nulla di fatto dopo tre gradi di giudizio (processo alle maestre di Brescia e di Rignano Flaminio su tutti) e la spesa di milioni di euro oltre ai danni morali, psicologici e materiali agli inquisiti. Chi giustifica questo spreco di risorse e tutto il tempo speso da giudici e inquirenti a visionare noiosissimi filmati anziché a combattere la vera criminalità?
  18. Conviene a tutti che la risoluzione di certi problemi venga restituita ai dirigenti scolastici perché adempiano al loro duplice mandato di salvaguardare l’incolumità degli alunni e di tutelare la salute dei docenti. Qualora docenti, genitori o chiunque altro dovesse recarsi a sporgere denuncia per “presunti maltrattamenti”, gli agenti dovrebbero invitarlo a parlare della questione direttamente col dirigente scolastico. E se fosse proprio il preside a recarsi a sporgere denuncia? A meno che non si tratti di un fatto grave e non risolvibile dallo stesso capo d’istituto, bisognerebbe ricordargli quali sono le sue mansioni.

Conclusioni

Se il comportamento del dirigente scolastico nel caso in esame è stato assai poco professionale (ha denunciato le proprie maestre pur non trovando riscontri diretti; ha protratto l’esposizione dei bimbi a un eventuale rischio; non ha attuato la prevenzione di legge dello SLC dei docenti), ciò che maggiormente preoccupa è l’intero sistema che sembra causare più danni di quanti ne risolva. Un’intera categoria professionale – quella delle maestre – è messa immeritatamente in discussione, posta sotto accusa senza che nessuna voce (politica, istituzioni e sindacato) si levi a difenderla: se non per le accuse che (spesso ingiustamente) vengono mosse, almeno per i metodi d’indagine inadeguati adottati da chi non sa nulla di scuola, educazione e insegnamento.

www.facebook.com/vittoriolodolo

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