Maltrattamenti a scuola, meglio il dirigente che vigila sull’incolumità degli studenti che le telecamere

di Vittorio Lodolo D'Oria
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Il fenomeno dei Presunti Maltrattamenti a Scuola (PMS) ha raggiunto il suo apice nel 2018 con 47 casi ma rischia di vederli raddoppiati nel 2019 poiché a Maggio la cifra ha già raggiunto i 45 episodi.

Tutto ciò di fronte alle soluzioni demagogiche proposte dalla politica (telecamere in ogni dove), al silenzio istituzionale dai dicasteri coinvolti (MIUR, MGG, MS), alla smisurata cautela sindacale, all’atteggiamento forcaiolo dell’opinione pubblica.

Ho più volte sottolineato l’inadeguatezza dei metodi d’indagine adottati dall’Autorità Giudiziaria nell’ambiente scolastico analizzando a fondo i procedimenti penali che mi sono stati sottoposti come consulente tecnico di parte.

A confortare le mie perplessità erano talvolta gli stessi giudici che ritengono scorretto decontestualizzare gli episodi incriminati o attribuire valenza penale a quei procedimenti che rientrano in ambito disciplinare.

Non prenderò in considerazione la questione medica e previdenziale, che peraltro mi è più propria, avendo già precedentemente esposto il forte dubbio che il fenomeno dei PMS sia, almeno in parte, imputabile all’elevata età media delle maestre indagate (56,4 anni) e alla loro importante anzianità di servizio (33 anni).

Come conoscitore del sistema scolastico cercherò altresì di evidenziare ulteriori perplessità suscitate dai metodi d’indagine applicati alla scuola, in cerca di u

na risposta esaustiva per il bene di chi assiste, educa, insegna ai bambini e per i piccoli stessi. Le domande di seguito riportate sono rivolte al mondo della Giustizia (giudici, inquirenti, avvocati) perché il suo ingresso nel mondo della scuola, sostituendosi ai dirigenti scolastici, resti un’eccezione e soprattutto non arrechi maggiori danni rispetto a quanti si propone di ripararne.

  1. Considerate le numerose competenze professionali richieste ai docenti (vedi art. 27 CCNL), è corretto, nell’ambito di un procedimento penale, affidare la valutazione della loro professionalità a un poliziotto, o carabiniere, o finanziere che non si intendono di scuola, educazione, istruzione, pedagogia, insegnamento, mentre per irrogare sanzioni disciplinari nelle visite ispettive ministeriali vengono impiegati appositi ispettori tecnici ministeriali altamente preparati?
  2. Avviare un’indagine per PMS in una scuola, equivale di fatto a operare una valutazione dell’attività professionale del docente indagato. Lo confermano le telecamere installate sul posto di lavoro, le ipotesi di reato (artt. 571 e 572 cpp), i frequenti e inaspettati coinvolgimenti di colleghi nel procedimento penale etc. Tale attività di controllo professionale, esplicitamente vietata dall’art. 4 dello Statuto dei Lavoratori che vieta il controllo del lavoratore in remoto con l’uso di tecnologie, è per giunta attuata “di nascosto” e all’insaputa del lavoratore. Ci si pongono conseguentemente due domande: a) non esiste un qualche conflitto tra il dettato del succitato articolo 4 dello SL e le modalità dell’indagine “professionale”? b) Siamo certi – come sostenuto dai giudici in alcuni procedimenti – che “la questione integri la soglia del penalmente rilevante, connotandosi al più come espressione di discutibili metodi didattici che esauriscono la loro censurabilità in ambito disciplinare” (TdR Quartu 2017) riguardando così il dirigente scolastico e non l’Autorità Giudiziaria.
  3. Nel caso di un sospetto maltrattamento da parte di una maestra a danno degli alunni non sarebbe preferibile e auspicabile (se non obbligatorio per legge) un intervento tempestivo e risoluto del dirigente scolastico anziché filmare e documentare i suddetti episodi di nascosto per intere settimane, se non per interi mesi?
  4. Siamo sicuri che per rappresentare correttamente la realtà in un’indagine il sistema giusto sia quello di: filmare di nascosto un docente, ad libitum, quindi selezionare, estrapolare, decontestualizzare e montare le immagini in trailer, che rappresentano al massimo lo 0,1-0,2% di tutte le intercettazioni effettuate, affidandone la trascrizione a non addetti ai lavori che le drammatizzano e poi le sottopongono ai giudici così confezionate?
  5. Non è invero indispensabile che i giudici esaminino tutti i filmati (100%) e non solo i trailer (0,1-0,2%) per farsi la giusta idea dell’attività professionale del docente indagato? Di converso, è opportuno chiedersi anche se debba avere un qualche peso, ed eventualmente quanto, il restante 99,8% delle audiovideointercettazioni nel valutare la professionalità dell’indagato.
  6. Fare visionare ai giudici l’intera videoregistrazione – anche se giusto – comporterebbe dei costi inimmaginabili (oltre a quelli già alti per le tecnologie affittate e l’impiego del personale inquirente). Non sarebbe più conveniente e pratico oltreché legittimo sotto ogni punto di vista (tempestività, economicità, appropriatezza) richiamare il dirigente scolastico al suo compito di vigilare sull’incolumità degli alunni come si usa in Gran Bretagna?
  7. Nel nostro ordinamento è considerato reato il maltrattamento che influisce sulla psiche dei bambini – senza peraltro dovere dimostrare in alcun modo il danno psichico – così come è possibile richiedere il risarcimento del danno subito da un alunno per “violenza assistita“. Quanto sopra riesce anche a scatenare l’assalto alla diligenza da parte di molte famiglie per la prospettiva di un facile guadagno. Perché si tralascia volutamente il fatto di non voler operare la distinzione tra i disturbi della psiche insorti in famiglia da quelli eventualmente originati a scuola? È peraltro noto inoltre che fatti gravi e di sangue non avvengono mai a scuola bensì tra le mura domestiche.
  8. Come si spiega il fatto che il dirigente scolastico non è quasi mai chiamato in causa nei processi per presunti maltrattamenti pur avendo la responsabilità di tutelare l’incolumità degli alunni? E come è valutabile il comportamento del preside che, avendo saputo di presunti maltrattamenti da personale scolastico o genitori, corre a denunciare il fatto all’Autorità Giudiziaria anziché intervenire e gestirlo coi mezzi a sua disposizione (sopralluoghi, ispezioni, affiancamenti, sospensione cautelare e accertamento medico…)?
  9. l silenzio di istituzioni e sindacati di fronte a questo fenomeno in aumento lascia perplessi. Perché non copiare il modello inglese che prevede un protocollo operativo per cui i genitori non possono sporgere denuncia all’autorità giudiziaria, se non dopo aver adottato interventi risolutivi in accordo col dirigente scolastico?
  10. Potranno mai i numerosi arbìtri, quali la scelta di una qualsiasi durata delle intercettazioni così come l’applicazione di un criterio empirico e soggettivo di “abitualità” dei maltrattamenti, dare luogo a giuste, eque e omogenee sentenze?

Una risposta ufficiale a queste domande è doverosa da parte delle istituzioni, inaspettatamente mute, per non costringerci ad assistere inerti all’azione di un dicastero che, pur in buona fede, smonta inconsciamente la credibilità dell’altro (MGG-MIUR) in un gioco a perdere per la comunità. Dobbiamo legittimamente chiederci se la via giudiziaria intrapresa è davvero quella giusta per risolvere il fenomeno dei PMS che sono in vertiginosa crescita a dispetto della strada imboccata o, forse, proprio a causa della stessa. Non è più sufficiente dar credito all’inutile sbraitare di chi invoca demagogicamente telecamere in ogni aula. La valutazione delle professionalità nella scuola infatti non si attua al di fuori della stessa con personale non-addetto-ai-lavori e con telecamere nascoste (in violazione dello Statuto dei Lavoratori?) né, tantomeno, con interminabili e costosi procedimenti penali. Per affrontare questo problema esistono dirigenti scolastici e ispettori tecnici del MIUR come è stato da sempre.

www.facebook.com/vittoriolodolo

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