“Mai bocciare al primo colpo chi non ce la fa”. L’appello del preside Fabricio e il suo romanzo “La seconda chance”.

di Vincenzo Brancatisano

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La fase finale della didattica a distanza può regalare anche, e sempre a distanza, momenti di commiato e di malinconia a cui uno non pensa in situazioni normali.La fase finale della didattica a distanza può regalare anche, e sempre a distanza, momenti di commiato e di malinconia a cui uno non pensa in situazioni normali.

E’ il caso della fine carriera celebrata, con una connessione molto precaria, in coda all’ultimo collegio docenti tenuto dal preside scrittore Fabricio Lolli, di Zocca, la città dell’Appennino modenese e di Vasco Rossi. “Sono ai titoli di coda”, racconta ora Fabricio, un nome ereditato fin da piccolo grazie a un errore di trascrizione all’anagrafe. “Il film era iniziato nel novembre ‘83 quando il colonnello D’Andria dell’Accademia Militare di Modena dove ero militare mi chiese di insegnare ad un gruppo di militari ancora analfabeti la lingua italiana. Ebbi un discreto successo e dopo una settimana un ragazzo di Lampedusa mio allievo imparò a scrivere il suo nome e…lo scrisse sul cinturone. Fu punito con una settimana di reclusione in camerata e addebito del cinturone. Quell’iniziale successo mi spinse ad intraprendere la carriera di docente scolastico. Iniziai insegnando per due anni economia all’Agraria di Monteombraro di Zocca. Ricordo ancora che mi presentai il primo giorno a scuola, 25enne in giacca e cravatta e il preside Ledo Leonelli mi spedì a vangare l’orto scolastico con i ragazzi.Tornai a casa con le scarpe infangate e mio padre non ebbe cuore di chiedermi nulla. Quei ragazzi ora hanno tutti più di 50 anni. Poi matematica, educazione tecnica e sostegno alle medie, inglese nella scuola privata della ex moglie, e negli ultimi 10 anni preside dell’istituto comprensivo di Marano e Zocca-Montese. Questi ultimi mesi di didattica a distanza sono stati ….tristi. Peccato finire così, pazienza. In altre occasioni ho avuto fortuna nel mondo della scuola. Ora il film è finito. Oggi ultimo mio collegio docenti in modalità online, dove in virtù di una connessione scadente ci si vedeva poco ma in compenso non ci si sentiva per nulla. Inizia un periodo nuovo della mia vita. Un po’ come essere in vacanza al mare nell’ultima di 4 settimane e piove tutti i giorni”.

L’ironia del preside Lolli fa il paio con la potenza narrativa dell’ultima sua opera, “La seconda chance”, un libro in cui c’è molta vita, molta storia e molta scuola. E allora in questi giorni, in cui gli insegnanti e l’istituzione si misurano sul tema della valutazione e della bocciatura degli alunni meno diligenti, la seconda possibilità, che nella narrazione è ricondotta alla povera vita di uno dei protagonisti del romanzo, la possiamo immaginare come una delle tante aperture di credito che tanti docenti concedono in extremis nel pieno di un consiglio di classe. Ammette il preside Lolli: “Prima come docente, poi come preside, ho sempre creduto che ognuno meriti una seconda possibilità”.

Chi non conosce l’autore non immagina che questo libro, davvero ben fatto, abbia un che di autobiografico. Eppure c’è lui nel personaggio Robert, un bambino di 5 anni rientrato a Vignola, provincia di Modena, da Marcinelle, con il papà Vittorio Lolli, già scampato alla tragedia dell’incendio della miniera nel 1956 e morto nel 1994 di silicosi come molti modenesi emigrati in Belgio nel Dopoguerra a seguito dell’accordo Uomo-Carbone, in base al quale l’Italia avrebbe ottenuto quantità di carbone dal Belgio in proporzione al numero di emigrati disposti a recarsi nelle miniere della morte. Vittorio era rimasto intrappolato ma poi riuscì a riemergere dall’inferno di fuoco e in quelle poche ore decise che se avesse portato a casa la pelle avrebbe fatto un figlio. E così fece. Nel romanzo “La seconda chance” (Ed Rosso Pietra, 258 pagine) il libro di Fabricio Lolli, 60 anni, dirigente scolastico dell’Istituto comprensivo “Martiri della Libertà” di Zocca e Montese, ambientato tra Vignola, Marano, Zocca e Montese – una via di mezzo tra un romanzo storico e un thriller – la seconda possibilità è quella che viene fornita a un suo coetaneo, Livio. A differenza di Robert, Livio è un ragazzo difficile, selvatico, che non ha mai conosciuto il padre, una madre mentalmente labile, arrabbiato con tutti, scuola compresa. Infatuatosi di una compagna, Livio la porta al fiume dove cerca di baciarla. Lei lo deride. La spinge, cade, batte la testa e muore. Un destino scritto per chi nasce storto. Ma c’è un terzo personaggio, nato ancora peggio di Livio. E’ un vecchietto, Samuele, il matto del villaggio, bersaglio di tante ingiustizie, del quale s’erano perse le tracce durante la seconda guerra mondiale, dopo che da ragazzo era stato arrestato ingiustamente per l’omicidio di un’altra giovane trovata poi nel Panaro. La scoperta che s’era trattato invece di un suicidio non servì a togliergli di dosso la nomea di assassino. Il vecchio era ricomparso a Vignola dopo vari decenni, ma tutti i bambini del posto avevano ricevuto l’odine di non avvicinarsi a lui. Solo Robert lo frequenta. Il vecchio si trova per puro caso alle spalle del giovane amante respinto quando la ragazza cade a terra e muore. La storia decolla. Il vecchio guarda in faccia l’altro e ne coglie la disperazione: scappa, salvati, gli dice. Quando arrivano i carabinieri, Samuele si prende la colpa, viene portato in galera, non si difende. Livio non fiata. Nell’offrire la seconda chance al ragazzo, è come se l’anziano stavolta la offrisse a sè. E il ragazzo, tacendo la verità, è come se volesse far tesoro di questo regalo, il primo grande regalo offertogli dall’esistenza. Il vecchio muore in carcere pochi mesi dopo. Il ragazzo cresce, si fa una famiglia, assapora la vita normale. Fino a quando, 25 anni dopo dai fatti, e siamo al penultimo capitolo, i ragazzi si trovano per caso a portare dei fiori sulla tomba della compagna di classe morta. Robert chiede all’altro come mai fosse lì. E quando gli propone il quesito su come fosse possibile che una persona che aveva conoscito come gentile e premurosa avesse mai potuto uccidere una ragazza, Robert coglie nel viso di Livio qualcosa di strano, Intuisce tutto. Comprende, conoscendo gli altri due, che uno aveva dato all’altro una seconda chance e l’altro l’aveva custodita riprendendosi dalla vita ciò che la vita gli aveva negato negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza. Il salto dall’autobiografia dell’autore alla sua vita professionale si fa in un attimo. Sono tante le pagine che parlano di scuola, di aule e di maestre autoritarie. Il preside Lolli, laureatosi in letteratura all’università per stranieri di Edimburgo, oltre che a scuola ha insegnato italiano agli allievi somali dell’Accademia militare di Modena. Dare una seconda chance è sempre stato per lui uno stile di vita con i suoi studenti. “Mi sono sempre sforzato contro i miei colleghi che volevano bocciare chi non ce la faceva. Prima come docente, poi come preside, ho sempre creduto che ognuno meriti una seconda possibilità”.

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