Maestre violente o caccia alle streghe? Limiti e bias dei metodi d’indagine

I casi di presunti maltrattamenti di bimbi da parte delle loro maestre sono ormai numerosissimi e in costante aumento.

Chissà quanti altri ne verranno fuori a breve. Non dubitiamo infatti che, in questo preciso momento, numerose telecamere nascoste staranno spiando l’operato di ignare insegnanti considerate violente, a torto o a ragione, da zelanti genitori.

Personalmente sono stato interpellato come perito di Stress Lavoro Correlato (SLC) nei docenti per studiare atti e videoregistrazioni di numerose indagini di questi ultimi anni. Con l’esperienza maturata sono pervenuto a conclusioni che potrebbero essere d’aiuto a chi promuove ed esegue le indagini, nonché a coloro che operano in difesa dell’indagato. Spunti comunque preziosi che dovrebbero indurre a maggior cautela chi rischia di scatenare processi costosi e gogne massmediatiche dolorose che nulla hanno a che vedere con l’applicazione della giustizia.

Sia ben chiaro che tratto unicamente di scuola pubblica poiché per il settore privato (asili nido e scuola dell’infanzia) sono previsti requisiti di selezione e formazione che rendono le due fattispecie affatto diverse e non assimilabili. Tanto per essere più espliciti, non rientrano nella mia casistica noti fatti di cronaca come i casi “Cip & Ciop” di Pistoia e quello più recente di Viale Sarca a Milano.

Considerazioni di ordine generale sui metodi d’indagine e sui loro limiti

  1. I tempi di videoregistrazione sono da contingentare e da stabilire preventivamente: più è lunga la videoripresa maggiore è la possibilità di documentare un gesto di stizza per poi assumerlo/spacciarlo per un comportamento abituale di un’indole violenta o criminale. L’identikit così tracciato diviene l’ideale per scatenare un’opinione pubblica inferocita e attivare la gogna massmediatica. Dobbiamo invero pensare che se a ciascuno di noi venissero posizionate di nascosto in casa delle telecamere per un mese o un anno, assai probabilmente incapperemmo in sequenze di immagini sconvenienti che, qualora diffuse dai media, creerebbero un danno alla nostra persona. Dovrebbe dunque essere preventivamente stabilito un lasso di tempo (es. da un minimo di 7 giorni a un massimo di 15) in cui effettuare le riprese: maltrattamento videoregistrato potrebbe così essere ritenuto “sporadico” se commesso una sola volta, ovvero “abituale” se commesso più volte.
  2. L’abitualità di un gesto è di fatto criterio lasciato totalmente e inopinatamente alla discrezionalità di un giudice e non risponde a parametri oggettivi che invece dovrebbero essere prestabiliti. Stabilire se un comportamento violento è abituale o estemporaneo, magari perché dovuto a un gesto di stizza momentanea, rientra fra i compiti del giudice che, come sappiamo, purtroppo non vedrà mai le videoregistrazioni per intero.
  3. La visione/sbobinatura integrale dei lunghissimi filmati videoregistrati viene affidata esclusivamente a “non addetti ai lavori” che non possiedono alcuna conoscenza in materia di educazione e insegnamento ma che, al massimo, possiedono un’esperienza genitoriale (che ci si auspica buona). Questo limite si acuisce poi particolarmente, quando sono ripresi insegnanti di sostegno alle prese con disabili gravi (es. particolari forme di autismo), poiché il rapporto “fisico” con l’educatore può facilmente essere equivocato e azioni di contenimento vengono interpretate come maltrattamenti e coercizioni fisiche. E’ questo il caso occorso in un recente procedimento in cui i filmati sono eloquentissimi ma, nonostante ciò, è stato mantenuto come capo d’imputazione l’art. 572 cpp (maltrattamenti) anziché il 571 (abuso dei mezzi di correzione).
  4. L’estrapolazione di pochi fotogrammi (trailer) da un contesto articolato, complesso e assai prolungato nel tempo si presta a interpretazioni equivoche e a conclusioni affrettate, se non addirittura pilotate, che invece richiederebbero conferme e contestualizzazioni specifiche. In altre parole il trailer potrebbe non essere rappresentativo della realtà globale. Solitamente i filmati contestati (nella mia esperienza) variano dai 5 ai 34 minuti quando i tempi di videoregistrazione spaziavano da un minimo di 160 a un massimo di 640 ore. Vi sono addirittura alcuni casi nei quali il PM inspiegabilmente richiede di prorogare i già lunghi tempi di registrazione. La qual cosa crea problema perché qualora il docente sottoposto a indagine avesse maltrattato gli alunni, non avrebbe senso esporre i bimbi a ulteriori angherie, qualora invece non avesse commesso reati ci troveremmo di fronte a un accanimento giudiziario ingiustificabile.
  5. La successiva trascrizione delle immagini su testo scritto (ai fini della stesura dei capi d’imputazione) si presta poi alla creazione di facili e frequenti equivoci (misunderstanding) perché soggetta all’interpretazione ed emotività dell’operatore. Ecco che, per esempio, lo scappellotto si trasforma in sberla, la pacca diviene percossa, l’abbraccio contenitivo si trasforma, per incanto, in violenza fisica. Ne discende che il testo recante le contestazioni di addebito finisce per essere smisuratamente più inquietante rispetto all’oggettività dei fatti videoregistrati.
  6. Nell’indagine la ricostruzione della personalità di un individuo è quindi surrettiziamente affidata a un “trailer” di pochi minuti recante le immagini più negative, selezionate puntigliosamente tra mesi e mesi di registrazioni, mentre le immagini “normali” non vengono minimamente considerate. Di certo né il PM, né il giudice vedranno mai per intero tutte le riprese, arrivando ad avere una visione parcellare, estremamente limitata ed esclusivamente negativa della personalità e professionalità dell’individuo. E’ bene infine conoscere le proporzioni tra parti “buone” e “cattive” dei filmati: le frazioni delle bobine contestate dai giudici (mediamente 20-30 minuti) rappresentavano ora 1/500, ora 1/2.000 del totale delle riprese effettuate a seconda dei tempi videoregistrati che, a seconda dei giudici, spaziano da 15 a 120 giorni.
  7. Curiosamente sussistono difformità e talvolta a contraddizioni, anche nelle procedure adottate per le indagini. In un caso il PM ha richiesto e ottenuto “l’autorizzazione alla videoregistrazione con l’esclusione della registrazione audio ai sensi dell’art. 189 cpp”. Tuttavia nel capo d’imputazione si leggeva, sorprendentemente, che la maestra urlando induceva il pianto dei bimbi.
  8. Eventuali danni psicologici (non documentati) sui bimbi vengono imputati acriticamente alla scuola (maestre) senza che vi sia alcuna possibilità di verificare a monte l’esistenza di una qualche responsabilità familiare o genitoriale. Se è vero che la scuola è la seconda agenzia educativa, non vi è dubbio che la famiglia resta è di gran lunga la prima.
  9. Nella stragrande maggioranza dei casi, il capo d’imputazione è stato derubricato da maltrattamenti (art. 572 cpp) ad abuso dei mezzi di correzione (art. 571 cpp). Segno che l’accusa, il più delle volte, viene opportunamente ridimensionata ad opera dello stesso PM.
  10. In una circostanza mi sono imbattuto in un preventivo per l’affitto e installazione delle telecamere che documenta i costi cui vanno aggiunti quelli inerenti il personale impiegato per la sbobinatura e l’azione legale della Autorità Giudiziaria. I costi per l’indagine superano decisamente la decina di migliaia di euro, senza contare le spese che dovrà sostenere l’indagato. Siamo certi che sia proprio necessaria questa spesa di denaro pubblico o sarebbe convenuto una azione/procedura interna alla scuola? In molti casi ho potuto constatare che i genitori che avevano sporto denuncia non avevano né parlato con le maestre, né tantomeno col dirigente scolastico e i suoi collaboratori. Sarebbe dunque bene che l’Autorità Giudiziaria rinviasse nelle opportune sedi coloro che cortocircuitano i referenti/responsabili dell’istituzione scolastica. Viene infine da chiedersi se un giudice (sollecitato da un PM) non debba infine trovare per forza qualcosa a carico dell’imputato, se non altro per giustificare lo sperpero di così tanto denaro pubblico.
  11. L’esperienza oggi insegna che le maestre, spesso sollecitate dai loro avvocati, anche quando si ritengono innocenti, optano per il patteggiamento. Fortunatamente la Corte di Cassazione sancisce che il patteggiamento non equivale ad ammissione di colpevolezza (Sent. C. Cass. n°4170 del 2-02-2016). In certi casi infatti questo istituto viene adito dall’imputato col solo intento di ridurre i tempi e i costi del processo ordinario ed evitare la gogna mediatica per sé e per i propri familiari.
  12. Significativo infine rilevare che gli avvocati non intendono chiamare in causa la salute del lavoratore che non è affatto tutelata dalle Istituzioni (art. 28 DL 81/08) nonostante il governo abbia da poco riconosciuto come usurante la professione di maestra della Scuola dell’Infanzia. Secondo un personalissimo ragionamento dei legali, mettere in luce una condizione di usura psicofisica, equivarrebbe ad ammissione di colpevolezza del docente. A tale proposito vale la pena ricordare che nel 90% dei casi di presunti maltrattamenti evidenziati dalla cronaca, le maestre indagate avevano un’età anagrafica superiore ai 50 anni e un’anzianità di servizio impeccabile di oltre 30. Il sospetto che lo SLC giochi la sua parte, deve quanto meno indurre ad approfondire la variabile “salute del lavoratore” senza particolari tatticismi.

Mi auguro che queste riflessioni possano aiutare tutte le parti in causa ad alzare la testa per rendersi conto che non conviene a nessuno screditare la scuola (non solo quella dell’infanzia). In particolare i genitori, così come MIUR e politica possono realizzare che il miglior modo per garantire l’incolumità dei bambini passa attraverso la tutela della salute degli insegnanti.

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