Maestre e presunti maltrattamenti a scuola: caccia alle streghe o ai fantasmi?

di Vittorio Lodolo D'Oria
ipsef

item-thumbnail

Quasi ogni settimana si registra un fatto di cronaca che tratta di presunti maltrattamenti di bambini da parte delle loro maestre.

Da Milano a Palermo ho avuto il privilegio di essere interpellato da innumerevoli legali di queste insegnanti per redigere un parere circa il livello di Stress Lavoro Correlato delle loro assistite. Lo scenario che mi si è parato dinnanzi ha sollevato molti dubbi, procurato altrettante certezze e soprattutto spalancato un mondo di ingiustizie.

Ho visionato ore di videoregistrazioni, di una noia mortale, in cui si trovavano maestre-nonne affaticate e talvolta in sovrappeso che, di tanto in tanto, cacciavano un urlo in classe o ricorrevano a rari scappellotti per ristabilire l’ordine tra bimbi in età prescolare. Quegli eventi venivano “trascritti” negli atti d’accusa e divenivano per magia “botte, sberle, schiaffi, percosse” così da configurare il reato di maltrattamenti di cui all’art. 572 del c.p.p. anziché, eventualmente, il reato di abuso dei mezzi di correzione di cui all’art. 571 del c.p.p.

La notizia delle angherie subite dai bimbi diviene poi appetibile per le trasmissioni scandalistiche di cui il palinsesto televisivo è pieno. Le “giurie popolari” in esse ospitate emettono così sommarie sentenze invocando l’ergastolo o la pena di morte per “le streghe che infieriscono sui piccoli”.

Ecco in due parole la dinamica che tralascia il calvario cui sono sottoposte le insegnanti che cadono nelle maglie della giustizia: arresto, gogna mediatica, spese processuali, sospensione dal lavoro, sentenza, indennizzi e risarcimenti alle famiglie, infine licenziamento. E “tanto peggio per loro che sono colpevoli di maltrattamento dei loro alunni”.

Ma siamo sicuri che le cose stiano veramente così?

Domandiamoci quanto ne sa di scuola, di educazione, di insegnamento la Giustizia (giudici e avvocati). Chiediamoci poi se Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza, vigili urbani sono idonei e preparati a visionare i filmati per valutare l’operato di un insegnante con il suo metodo educativo e pedagogico. A giudicare dalle opposte interpretazioni dei PM, dei GIP, dei giudici del Tribunale del Riesame, e delle sentenze impugnate anche dai Procuratori Generali, l’unica a regnare sovrana è la confusione. E non può essere altrimenti se non esiste un contingentamento dei tempi di intercettazione con videoregistrazione; se non esiste un criterio oggettivo che stabilisce l’abitualità di un comportamento; se gli addetti alle trascrizioni descrivono una noiosa giornata d’asilo come fosse una rissa tra ubriachi da saloon avvalendosi di un trailer di pochi secondi estrapolato da decine o centinaia d’ore di attività e via discorrendo.

Ma non è tutto. Nelle indagini – spesso incomprensibilmente a senso unico – si assiste a inspiegabili forzature e amenità: dando per buone solo le testimonianze a carico dell’indagato e considerando reticenti i testimoni a suo favore; scambiando azioni di contenimento di un disabile per maltrattamenti; rifiutando di sentire i test a favore (tutti i genitori della classe) e dando ascolto al solo denunciante; rifiutandosi di accertare la credibilità di quest’ultimo; non chiedendo mai conto al dirigente scolastico della sua attività di controllo; etichettando come “percosse, botte o strattonamenti” ogni tipo di accostamento fisico all’alunno; ricorrendo alla “pesca a strascico” con continue proroghe delle videoregistrazioni (a proposito quanto costano alla collettività?); non comprendendo che il rapporto fisico è spesso l’unico modo per comunicare con bimbi prescolari e ancora di più con quelli disabili; nel ritenere che la “manifesta attività criminale d’intesa tra colleghe è comprovata dal fatto che parlino tra loro in dialetto”; operando arresti in flagranza di reato quando l’autorizzazione alle audio e video intercettazioni è scaduta da giorni e via discorrendo.

La tutela della privacy dell’imputato rimane poi del tutto disattesa senza che alcun giudice si pronunci a difesa della stessa: televisioni che ripropongono senza sosta i trailer delle presunte violenze estrapolate dal loro contesto; scritte infamanti le maestre sui muri della scuola; striscioni esposti allo stadio e affissi sui pontili dei viadotti esponendo alla pubblica gogna non solamente la presunta “strega” ma tutta la famiglia e i congiunti. Tutto ciò senza che venga neanche sporta una denuncia contro ignoti a difesa delle maestre.

No, qualcosa non torna davvero: per l’ignoranza della giustizia in materia di scuola ed educazione; per i suoi metodi spicci e poco ortodossi (tempi di videoregistrazione non contingentati e “pesca a strascico”); per i suoi tempi rinomatamente biblici e quell’ansia di emettere una sentenza all’apparenza preordinata per giustificare le spese per le indagini. Possibile che a nessuno, o quasi, venga in mente che se il solo dirigente scolastico svolgesse bene la sua funzione di controllo non dovremmo affrontare mai simili problemi? Ci siamo mai chiesti quanti soldi costino alla comunità queste indagini e conseguenti processi? Forse vale la pena ricordare che la vicenda di Rignano Flaminio costò all’erario oltre due milioni di euro per arrivare alla sentenza definitiva con lo “strabiliante” verdetto assolutorio per tutti gli imputati “perché il fatto non sussiste”. La caccia alle streghe era divenuta una caccia ai fantasmi.

Sarà poi un caso, ma alcuni degli episodi più “incresciosi” di questi presunti maltrattamenti sono avvenuti a Milano, Castellamare di Stabia, Crotone, Partinico e Corleone e via discorrendo. Tutte località in cui notoriamente le Forze dell’Ordine e i giudici sono sfaccendati? Al contrario. E allora restituiamo ai dirigenti scolastici il loro ruolo e le conseguenti responsabilità perché la giustizia nella scuola fa più danni di un elefante nella cristalleria.

Proprio perché siamo a ridosso della Pasqua, vogliamo ricordare che la giustizia diviene iniqua quando asseconda le sentenza popolari sommarie. Anche duemila anni fa si finì col mettere in croce il Maestro, ma oggi, a finire sulla graticola è l’intera categoria professionale.

www.facebook.com/vittoriolodolo

Versione stampabile
Argomenti:
anief anief
soloformazione