Maestre, maltrattamenti ai bimbi e telecamere nascoste: tra spettacolo e tragedia

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L’episodio occorso a Milano pochi giorni fa in un asilo privato di Viale Sarca a Milano, deve indurre a ulteriori riflessioni.

L’episodio occorso a Milano pochi giorni fa in un asilo privato di Viale Sarca a Milano, deve indurre a ulteriori riflessioni.

Secondo quanto riportato dai giornali nazionali, le indagini con telecamere nascoste sarebbero durate quattro mesi (115 giorni per la precisione) e avrebbero avuto inizio grazie alla denuncia di due colleghe della educatrice indagata. Stando agli articoli, i bimbi hanno subito angherie di ogni tipo: strattonamenti, schiaffi, pizzicotti, segregazioni e altre violenze come la costrizione a ingoiare il cibo e tirate di capelli. Alcuni particolari rappresentano tuttavia novità interessanti sui quali è bene soffermarsi:

  1. La persona indagata non è assolutamente equiparabile alla figura professionale di una maestra. E’ semplicemente denominata “collaboratrice” dal giornalista e non possiede alcun titolo di educatrice, puericultrice o simili. Nella scuola statale tale evenienza non può avere luogo in nessun caso, mentre le ristrettezze di budget di una struttura privata possono aprire a simili scenari. Evidente dunque la duplice differenza di formazione e selezione del personale nei due sistemi.
  2. La donna che si è resa protagonista della penosa vicenda ha appena 34 anni, a differenza delle maestre indagate in simili episodi occorsi in scuole dell’infanzia statali. Le seconde avevano infatti, nel 90% dei casi, un’età superiore ai 50/60 anni. L’anzianità di servizio della prima è dunque irrisoria rispetto alle colleghe statali che vantano un’esperienza lavorativa almeno trentennale.
  3. Il dato di cui ai punti precedenti ci permette di affermare con buona approssimazione che mentre nell’asilo privato abbiamo un problema di selezione del personale, nel pubblico impiego ci troviamo di fronte alle conseguenze di stress psicofisico a seguito di un lavoro usurante (quello coi bimbi) che ci si ostina a non voler riconoscere come tale. Due problematiche affatto diverse tra loro che portano al medesimo risultato: il maltrattamento della piccola utenza.
  4. Il ricorso alle telecamere è stato certamente risolutivo ma non può essere considerato la panacea di tutti i mali. Le indagini hanno infatti richiesto quattro mesi di tempo nei quali i bimbi sono rimasti alla mercé della loro aguzzina. Al massimo possiamo considerare le telecamere un atto di “prevenzione secondaria” in quanto trattasi di intervento a posteriori quando il danno è già avvenuto.
  5. L’avvio delle indagini ha avuto origine da una denuncia interna, segno che certi comportamenti non possono passare sotto silenzio. In ambito pubblico, la presenza di un dirigente scolastico col quale rapportarsi e affrontare simili problematiche al loro insorgere, consente di gestire internamente questo tipo di problematiche, ricorrendo ad accertamenti medici collegiali, richiami o sanzioni. Tutto ciò senza dover attendere tempo prezioso per attirare l’interessamento dell’Autorità Giudiziaria e numerosi mesi per lo svolgimento delle indagini.
  6. Poniamoci ora una domanda (imbarazzante) sulla durata delle indagini. Chi ne decreta l’avvio e stabilisce la durata è ovviamente il giudice. Non è altrettanto chiaro il criterio col quale si pone fine all’indagine stessa. In quest’ultimo episodio, a chiudere il tutto per poi procedere all’arresto della maestra, è stato l’evento del morso al volto inferto a un bimbo. Siamo certi che a fermare le indagini non fossero sufficienti tutti i maltrattamenti fino ad allora occorsi ai bimbi? Tanto più che nell’articolo si parla di evidenti tracce di lesioni fisiche nei piccoli prima del fatidico morso (lividi sulla pancia e sul braccio, capillari scoppiati sul viso, etc). Quale tipo di maltrattamento si dovrà attendere la prossima volta prima di fermare la violenza sui minori indifesi?
  7. Vi è poi un’ulteriore curiosità. Chi avrà potuto documentare le suddette lesioni? Di certo non le telecamere e neppure i genitori che erano all’oscuro di tutto. Solamente per il morso si dispone di un certificato medico del Pronto Soccorso con relativa prognosi di 9 giorni. Si tratta dell’ennesima conferma che la spettacolarizzazione la fa da padrona, ben lungi dal voler proporre una qualche soluzione al problema.
  8. Come riportato in precedenti articoli, siamo di fronte alla punta dell’iceberg rappresentato comprensibilmente da quella fascia di utenza (scuola dell’infanzia) in cui il rapporto operatore-utente è fortemente “asimmetrico”. Infatti alunni e studenti più grandi si difendono da soli. Ne discende che simili episodi perdono attrattiva per i mass-media proprio perché sempre più numerosi e non costituiscono interesse per un’opinione pubblica oramai avvezza a simili episodi. La spettacolarizzazione della notizia può essere però mantenuta grazie al crescere delle violenze, come avvenuto in questo caso, col morso al volto di un bambino. Siamo certi di volere ciò, assistendo peraltro immobili a siffatti eventi?
  9. Come dunque affrontare il fenomeno che si manifesta inizialmente nella scuola dell’infanzia, a causa della particolare asimmetria con la piccola utenza, ma è presente e diffuso in tutti gli ordini d’insegnamento a causa dello Stress Lavoro Correlato (SLC) completamente ignorato nonostante gli obblighi di legge (art. 28 DL 81/08)? I passi da fare per porre riparo alla questione sono semplici e chiari: a) riconoscere attraverso studi retrospettivi nazionali che le patologie psichiatriche sono le malattie professionali della categoria docente; b) avviare la formazione dei dirigenti scolastici in materia medico-legale sulla prevenzione reale dello SLC; c) informare i docenti sui loro diritti e sui rischi professionali per la loro salute, nonché su manifestazioni e rimedi; d) avviare una revisione immediata delle riforme previdenziali approvate al buio senza tenere conto della salute della categoria professionale.

Il lettore comprenderà ora lo sconforto col quale ogni volta mi accingo a scrivere un pezzo dovendo partire da uno scellerato spunto di cronaca. Avere di fronte un interlocutore istituzionale sordo (per non parlare delle Parti Sociali) in materia di malattie professionali è oltremodo deprimente. E pensare che si tratta del settore più numeroso del pubblico impiego, composto all’82% da donne con un’età media superiore ai 50 anni di età (con tutto ciò che la cosa comporta).

Ma in tempi in cui predomina il pensiero “politicamente corretto”, paga di più riempirsi la bocca col femminicidio, ignorando altresì piaghe di ben altra portata che toccano oltre mezzo milione di donne-lavoratrici.

www.facebook.com/vittoriolodolo

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