Maestra deve fronteggiare violenze, lancio di oggetti, fughe dalla classe. Perde la propria sicurezza, ma il Dirigente scolastico non la aiuta

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Talora le cose sembrano andare bene finché fatti imprevisti e inattesi non ci riportano di colpo alla realtà. Il malessere psichico e il disagio relazionale avanzano di solito gradualmente ma le circostanze talvolta precipitano la situazione slatentizzando una situazione psichica instabile.

E’ questa la storia di Marina che si scopre fragile e inadatta solo di fronte a una situazione particolarmente difficili. Assai interessante la reazione istintiva seguita dall’iter ragionato per uscire dalla palude dopo aver sperimentato l’impotenza nella totale solitudine.
Effettueremo come al solito delle riflessioni con lo scorrere della lettera.

Racconto. Gentile dottore,
sono un’insegnante di 57 anni con 32 anni di servizio sulle spalle e sono sempre stata considerata un’ottima insegnante: preparata, capace, aggiornata e, come si dice oggi, “performante”. Questo fino a un anno fa, ecco perché: classe terza, mese di ottobre, la preside chiama me e le mie due colleghe per avvisarci che a breve verrà inserito un bambino proveniente da una scuola di un paese vicino. Ci viene descritto come un bambino vivace con qualche problema di apprendimento. Non ha il sostegno e vive una situazione familiare difficile. Va beh! Mi dico, sai che novità! Ormai noi insegnanti siamo abituate a far fronte, da sole, a una miriade di situazioni problematiche: “Una più, una meno cosa vuoi che sia”, mi ripeto tornando a casa. Giorni dopo arriva il bambino. Se ne sta buono buono in silenzio, sembra timido e spaventato ma ogni volta che giro lo sguardo verso di lui vedo che mi fissa in continuazione senza staccarmi gli occhi di dosso. A pelle avverto una strana sensazione che non so definire e a fine giornata me ne torno a casa un po’ inquieta.

Riflessioni. Marina è convinta di essere forte e capace di affrontare ogni nuova situazione. Nulla le è sconosciuto della sua professione, tantomeno i problemi che la stessa comporta. Anche agli occhi delle sue stesse colleghe rappresenta l’immagine dell’equilibrio e della pacatezza. Sarà vero? Qualche minimo dubbio – per fortuna – si insinua con l’arrivo di un bimbo difficile. Questi non ha le solite reazioni ma si trincera nel silenzio. Un linguaggio indecifrabile anche per una maestra temprata come Marina che comincia a smarrire la sua sicurezza di sempre.

Racconto. Trascorre così una settimana in questo stato di attesa sospesa. Il bambino non fa niente: non parla quasi mai, non interagisce con i compagni, non apre il quaderno ma, in compenso, neanche disturba; mi fissa e basta e io continuo a sentire nell’aria un’elettricità foriera di un temporale. Provo a smuoverlo dandogli una scheda simpatica da colorare, giusto per entrare in contatto con lui, in punta di piedi, senza forzare la situazione. Lui guarda la scheda, alza lo sguardo verso di me e mi urla: “Brutta puttana! Ficcatela in culo la scheda”. Il temporale esplode con un bel botto ed io resto inebetita senza saper come reagire. Da lì in avanti si materializza un incubo: violenze verbali e fisiche, lancio di oggetti nei confronti miei e dei compagni, aula sottosopra, fughe dalla classe e dall’edificio scolastico (sono arrivata a rincorrere l’alunno per oltre un chilometro, lasciando gli altri bambini incustoditi), imitazioni caricaturali della mia persona e altri insulti umilianti

Riflessioni. Marina è di fronte a una tempesta, completamente nuova, non decodificabile. Trovarsi di fronte all’ignoto è terrificante, soprattutto quando ritenevi di essere temprata a tutto e di poter gestire da sola ogni circostanza. La maestra perde la sua compostezza, deve scansare gli oggetti che vengono scagliati contro di lei e tutta la classe, inseguire l’alunno, abbandonare la classe, corre scomposta in strada quasi a inseguire quella Marina sicura di sé che oramai non esiste più. L’identità di insegnante è smarrita, la sconfitta è totale, ogni punto di riferimento è perso in mezzo a un mare di solitudine dove nessuno è presente per condividere il trauma. Elaborare il lutto non sarà facile.

Racconto. In quella classe e in quel mese di ottobre è crollato il mio mondo, un mondo fatto di sicurezze, di certezze e di amore verso la mia professione. Ho iniziato a non dormire la notte preoccupata di ciò che avrebbe potuto succedere il giorno dopo, e, mentre come ogni giorno mi avviavo a scuola a piedi sentivo un opprimente dolore al petto e facevo fatica a respirare fino ad avere un grave attacco di panico. All’inizio non ho raccontato niente a nessuno, mi vergognavo ad ammettere di non saper gestire la situazione e sentivo di essere inadeguata. All’improvviso non ero più adeguata. La mia autostima si assottigliava ogni giorno di più ma, almeno io, avevo la “fortuna” di condividere l’incubo con le mie colleghe anch’esse incapaci di affrontare una situazione oggettivamente ingestibile. Giorno dopo giorno i miei malesseri crescevano e le notti insonni si moltiplicavano fino ad arrivare a uno stato fisico preoccupante con tremori alle mani, difficoltà di concentrazione, pianti continui etc.

Riflessioni. Ecco dunque apparire il burnout con tutta la sua sintomatologia: senso di inadeguatezza, vergogna, insonnia, affanno, precordialgie, attacchi di panico, pianto frequente, tremori alle mani, difficoltà di concentrazione. In mezzo a tutto ciò, l’unica vera e valida ancora di salvezza: la condivisione del problema con le colleghe.

Racconto. Decisi così di parlarne con la mia preside che già era stata allertata dalle numerose relazioni sul pericolo e il disagio che noi insegnanti ci trovavamo a vivere ogni giorno. Le spiegai i miei problemi fisici e relazionali ma ricevetti solamente pacche sulle spalle e parole del tipo: “Lei è bravissima, una delle mie migliori insegnanti, sono sicura che dentro di se troverà le risorse per riuscire a risolvere la situazione”. Io? Bravissima? Capace di gestire la situazione? In possesso delle necessarie risorse? Sono uscita dalla presidenza in lacrime sentendomi ancor più inadeguata di quando sono entrata decisa a non farmi annientare ulteriormente. Fino a quel giorno ero, come molti, convinta che il burnout riguardasse pochi e sfortunati insegnanti con pochi mezzi professionali e con problemi caratteriali.

Riflessioni. Emblematica la reazione del dirigente che è totalmente digiuna circa il fenomeno del burnout e delle malattie professionali degli insegnanti. Avrà attuato la prevenzione dello Stress Lavoro Correlato come previsto dalla normativa a tutela dei lavoratori? Ne dubitiamo, considerata la sua reazione e l’inesistenza di fondi stanziati ad hoc.

Racconto. Pertanto mi sono recata dal mio medico e gli ho raccontato tutti i miei disturbi: era così allarmato che mi ha subito preso un appuntamento con un bravo psichiatra. Risultato? Una pesante farmacoterapia e una psicoterapia settimanale per il resto dell’anno. Come sto ora? Di certo non sono più quella di prima. Ho chiesto il trasferimento riuscendo a cambiare scuola e riuscendo a migliorare la situazione. Continuo a vedere lo psichiatra con minor assiduità e ho dimezzato la dose dei farmaci. Tutto risolto? No di certo, ma ora almeno dormo meglio e non soffro più di attacchi di panico. Di converso ho sviluppato una mania del controllo che prima non avevo: sono divenuta ossessiva nel preparare le lezioni, compro e consulto continuamente materiale scolastico e leggo compulsivamente tutto ciò che ha a che fare con le problematiche della scuola. Ho, insomma, paura di non avere tutto sotto controllo e su questo sto attualmente lavorando con lo psichiatra (per le vacanze di Natale – come terapia – ho dovuto trattenermi dal preparare lezioni e consultare materiale scolastico).

Riflessioni. Di fronte all’insipienza della sua dirigente scolastica, Marina capisce che deve cercare un altro aiuto ricorrendo allo psichiatra. Questi si accorge della gravità del caso (magari pur non sapendo che si tratta di usura psicofisica dovuta alla professione) e interviene con tutti gli strumenti a disposizione come la farmacoterapia e la psicoterapia. La situazione migliora gradualmente anche se si manifestano delle strategie di adattamento come i disturbi ossessivo compulsivi che devono essere controllate e neutralizzate.

Racconto. Perché racconto tutto questo di me? Perché leggendo altre testimonianze su questa rubrica ho capito che noi insegnanti dobbiamo uscire allo scoperto, raccontarci il nostro disagio cui nessuno crede come fossimo in una seduta degli alcolisti anonimi per darci una mano e non sentirci soli.

Riflessioni. Seppure in modo semplice, finanche ingenuo, Marina percepisce l’esatta modalità per rispondere allo Stress Lavoro Correlato degli insegnanti: parlare tra colleghi del burnout e condividere le difficoltà invece di dissimulare il disagio per non crollare davanti alla prima vera prova. Per facilitare questo processo, le istituzioni devono riconoscere ufficialmente le malattie professionali degli insegnanti, finanziare e attuarne la prevenzione, restituire loro un adeguato prestigio sociale infine rivedere le politiche previdenziali: tutti passaggi peraltro contemplati dalla petizione sostenuta da quasi 35.000 insegnanti e che è ancora possibile sottoscrivere a questo indirizzo: https://www.change.org/p/i-partiti-che-si-presenteranno-alle-elezioni-politiche-2018-insegnanti-stipendi-adeguati-salute-tutelata-previdenza-anticipata

Al contrario, restare fermi, comporterà un aumento di bambini difficili da trattare (per il vertiginoso aumento il numero di famiglie sfasciate) a fronte di una insufficiente preparazione degli insegnanti a gestire i suddetti casi e a far fronte al conseguente incremento di Stress Lavoro Correlato.

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