Ma cosa ci dice il cervello: un film sull’ordinaria inciviltà, fuori e dentro la scuola, proposta in chiave comica

di redazione

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«We could be hero, just for one day»; «possiamo essere eroi anche per un giorno» cantava David Bowie, e Giovanna (Paola Cortellesi) in Ma cosa ci dice il cervello eroina lo è tutti i giorni.

 Un’eroina in incognito, senza superpoteri, nascosta dietro la falsa maschera dell’anonima impiegata al ministero. Ma tra le sue mani non troverete buste paga, o ritenute di acconto, bensì cellulari, computer, e strumentazioni varie che possono aiutarla nello svolgimento di quella che è la sua vera missione: difendere la sicurezza dei cittadini italiani.

James Bond in borghese e in versione nazional-popolare, Giovanna fa parte della Sicurezza Nazionale. Una devozione più che un lavoro il suo, che la spinge a vivere una doppia vita, con il rischio di allontanare da sé i propri affetti più cari. Il regista Riccardo Milani deve conoscere bene i film di spionaggio e di azione; tanti i riferimenti e i topoi registici che costellano questo mondo da lui presi in prestito e adattati al modo di approcciarsi tipicamente italiano. Da 007 a Mission Impossibile, Milani seleziona i cliché più caratterizzanti per ribaltarli immediatamente in chiave comica, così da strappare un sorriso – o una fragorosa risata – al pubblico in sala. Eppure, quello dello spionaggio e della doppia vita di Giovanna per quanto possano apparire come il perno centrale attorno a cui far ruotare l’intero film, non sono altro che cartine di tornasole su cui riscrivere e celare il vero motif scatenante lo sviluppo della storia. Il lavoro della protagonista è un velo di Maya che illude lo spettatore circa le intenzioni del regista e dei suoi autori, proprio come Giovanna illude i propri amici e parenti circa l’estrema ordinarietà del suo lavoro. Ma cosa ci dice il cervello è sì un film comico, e a tratti action, ma è soprattutto una caustica rappresentazione della società italiana sempre più in deperimento.

Le colonne di macchine in fila che aprono l’opera sono il palcoscenico su cui mettere in piedi lo spettacolo della maleducazione e della poca rispettosità cittadina. Padroni che non puliscono i marciapiedi dai bisogni dei propri cani; automobilisti che sostano in mezzo alla strada per salutarsi costringendo gli altri a manovre pericolose e a insulti pesanti; motorini che passano con il rosso o che sfiorano pedoni sulle strisce; quello immortalato da Milani nei primi minuti della propria pellicola non è una rappresentazione iperbolica del mondo in cui viviamo, ma un’istantanea preoccupante dei nostri habitat quotidiani. Una giostra di comportamenti riprovevoli che, filtrati dallo schermo cinematografico, suscitano ilarità in un pubblico che, inconsciamente, finisce a ridere di se stesso.

Indirizzati da una sceneggiatura solida e lineare, gli spettatori sono portati a chiedersi se il vero pericolo da cui proteggere il nostro paese non sia un misterioso terrorista, quanto noi stessi. Siamo noi, con i nostri atteggiamenti, il vero pericolo della nazione. Milani interiorizza gli insegnamenti appresi dalla commedia all’italiana e affida allo sguardo e alla mimica facciale di sua moglie e musa, Paola Cortellesi, il compito di redigere un saggio sulla disgregazione sociale in atto. Fautori di questa discesa morale e diseducativa sono delle tipologie ben designate di cittadini che il regista intercetta e acutamente oppone ai personaggi degli amici di Giovanna. Sono madri e padri di famiglia, business-man, studenti delle superiori che per quanto stereotipati e macchiettistici risultino nelle loro performance (ottima Paola Minaccioni nei panni di una madre ipocondriaca che preferisce affidarsi alle conoscenze della rete che ai consigli del medico) finiscono per dar voce a individui con cui veniamo in contatto più o meno direttamente nel nostro quotidiano.

Milani compie un transfert di quella vis satirica più impietosa e crudele dell’Italia contemporanea, senza compensarla di malinconia o attenuanti. Un allarme etico rivolto soprattutto al mondo della scuola in cui perfino il rapporto docente-studente viene drammaticamente ribaltato. Oggetto di aggressioni fisiche e verbali, il personaggio dell’insegnante Roberto (Stefano Fresi) si fa fautore e portavoce di quell’insofferenza trasformatasi in violenza che assale i giovani di oggi e scagliata verso figure di riferimento nel processo educativo come professori e genitori. Azioni fin troppo spesso giustificate e sminuite, a cui ancora una volta il cinema è chiamato a rappresentare – denunciandole – sotto le mentite spoglie della comicità. Dopo i giochi degli opposti portati in scena con Mamma o Papà e Come un gatto in tangenziale, Riccardo Milani affonda a piene mani nel grande serbatoio dei vizi e virtù degli italiani per estrapolare modi di pensare e agire che non trovano confini di classi sociali, età, o titolo di studio. Tutti diventano bersagli degli attacchi satirici di Ma cosa ci dice il cervello, commedia morale che dimostra come una giusta lettura della realtà, mista a battute e gag al vetriolo, riesca a scatenare la risata anche in una società come quella contemporanea alquanto cinica e assuefatta dalla visione di ogni tipo di prodotti audio-visivi.

Se tra le mansioni preposte all’organizzazione segreta per cui lavora Giovanna l’educazione dei cittadini non è contemplata, al cinema – specchio riflettente in cui è facile identificarsi – essa sta diventando sempre più una tematica da affrontare. Mostrando comportamenti ai limiti della convivenza civile, la speranza è che il pubblico, posto di fronte ai propri errori e brutte abitudini, ne comprenda la portata negativa senza cadere nella tentazione di una loro reiterazione. Dopotutto, come suggerisce la stessa opera nelle sue fasi finale, non serve essere eroi, o agenti della sicurezza, per migliorare il mondo. Bastano piccoli gesti, anche provenienti da chi, nell’anonimato della sua ordinarietà, vive in incognito, nascosto dal manto dell’invisibilità. Perché tutti possiamo essere, anche solo per un giorno, eroi.

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