Luca Toselli, “La didattica a distanza. Funziona, se sai come farla”. Milano 2020

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La scuola, grazie alla passione e all’impegno di docenti, operatori e dirigenti, pur investita dalle svariate complessità strutturali e organizzative, a settembre aveva ripreso respiro e riaperto i battenti: un’immagine emozionante e ancora vivida nella memoria di tutti.

Ma è durata poco, sono tornati i giorni difficili, la pandemia ha ripreso con prepotenza a coinvolgere ogni nostra dimensione vitale. Alcune scuole sono state nuovamente chiuse e si riprende a parlare di Didattica a Distanza che, per gli adolescenti è già parzialmente in atto, secondo le singole realtà territoriali. È naturale provare rabbia, un senso di sconfitta, scoraggiamento ma non dobbiamo dare spazio alla rassegnazione e, indipendentemente da opinioni e ideologie personali, va ribadito con forza che la priorità assoluta, in questa fase altamente critica, sono i giovani studenti, il nostro futuro. A noi professionisti della scuola e della cura spetta il compito di occuparci di loro al meglio possibile.

Le recenti statistiche e le varie ricerche sul campo hanno fornito cifre molto preoccupanti rispetto all’aumento della dispersione scolastica, delle situazioni di disagio psicologico, della crescita delle difficoltà di apprendimento. Abbiamo ascoltato le drammatiche testimonianze di genitori di alunni diversabili che si sono sentiti abbandonati e soli e che hanno denunciato paurose regressioni cognitive nei loro figli. Le cause o le colpe di tutto ciò sono ormai note a tutti, ma non può e non deve più succedere.

La pandemia, in questi mesi, ha drammaticamente posto in risalto annose criticità della scuola italiana, per troppo tempo eluse dai governi che si sono succeduti: classi numerose, spazi inadeguati e strutture spesso fatiscenti, docenti poco tecnologici o docenti poco umanistici, totale delega educativa tra scuola e famiglia, scarso riconoscimento del ruolo socio-educativo della professione docente. Tuttavia un tacito e condiviso codice etico muove da sempre ciascun insegnante che, per vocazione o spiccato senso del dovere, ha cercato sempre di sopperire alle carenze, anche quelle macroscopiche. Il desiderio di creare condizioni di benessere negli alunni ha sempre prevalso, almeno nella maggioranza dei casi, in attesa che le istituzioni abbiano consapevolezza che la scuola è il cuore pulsante di un Paese.

Qualche mese fa la DaD ci aveva colti impreparati, suscitando svariate e anche legittime reazioni. Ma ora la conosciamo, e semmai dovesse rappresentare la via per fare scuola, bisogna fare in modo di viverla propositivamente per renderla il più possibile efficace. È un dovere degli adulti educanti assicurare tanto il diritto all’istruzione e alla formazione dei nostri giovani, quanto la salvaguardia dell’istruzione pubblica.

Luca Toselli, studioso e ricercatore dei nuovi media dalle prime teledidattiche universitarie e televisive degli anni Novanta, ha appena pubblicato un libro molto interessante che sembra arrivare in aiuto giusto in tempo: La Didattica a Distanza funziona, se sai come farla. Con uno stile leggero e un linguaggio piano, l’autore afferma che durante la pandemia la DaD ha rappresentato “una sponda amica, alleata nell’irrinunciabile bisogno di relazione umana, non fisica ma capace comunque di dare senso al nostro quotidiano, diventato triste e pesante” (pag. 9). Che cosa avremmo potuto fare altrimenti? Così, anziché rimarcare mancanze e difetti della DaD, l’autore ne mette in luce le potenzialità e ce la porge come efficace risorsa per una società educante in trasformazione. Attraverso la sua personale esperienza di docente trasformativo (così mi piace pensarlo) e la passione di studioso della materia, incoraggia a sperimentare un’altra didattica al passo con i tempi. Il suo libro è il racconto di un viaggio pedagogico dove i protagonisti sono alunne/i, docenti e famiglie, tutti sulla stessa barca, come si suol dire, pur nell’asimmetria dei ruoli. Come un entusiasta viaggiatore, Luca Toselli ricostruisce le tappe del suo percorso di docente che ha praticato convintamente e con piacere la DaD, ne illustra mezzi e strumenti, modalità e regole di svolgimento, risposte possibili alle problematicità di volta in volta emergenti. Insomma, invita al viaggio offrendoci una guida e lasciando aperta la finestra ad altre possibilità creative.

Il suo libro si legge come un libro di tecnologia umanizzata, un aspetto particolarmente apprezzabile. Le tecnologie, infatti, non vanno demonizzate, sono parte integrante di un percorso evolutivo dell’umanità, ma non hanno né possono avere supremazia sulla umanità che sola rende preziosa l’esistenza stessa. A questo vanno educati i nostri giovani, anche utilizzando la Didattica a Distanza, secondo l’autore.

L’accompagnamento costante dell’adulto, l’esempio che si tramuta in transfert educativo sono aspetti fondamentali. Toselli, poi, è ben consapevole delle difficoltà dei nostri ragazzi a mostrarsi in tutta la loro realtà: appartamenti piccoli, fratelli da seguire, una quotidianità che può stare stretta. E allora suggerisce adeguate strategie per tutelare la riservatezza e il proprio spazio, ma anche per imparare ad aver cura “del frame che rivela di noi spesso più delle espressioni del nostro viso” (pag. 76) e ci aiuta a creare “la “scenografia della propria privacy” (pag. 78), proponendo peraltro un’interessante riflessione e argomentazione sul concetto stesso di privacy nel nostro tempo. L’autore si dichiara più che convinto che la DaD rappresenti un valido mezzo per sopperire anche al bisogno di relazione, di sguardo, di volto, quando il fisicamente presente non è possibile ma, solo se sai come farla.

Sono inoltre molto interessanti le sue considerazioni e le sue proposte operative relativamente a temi pedagogici complessi e sui quali il dibattito e la ricerca sono ad oggi in atto, come per esempio: la valutazione degli alunni, la formazione dei docenti all’utilizzo di una pedagogia della domanda (le domande capovolte). Già Dewey invitava ad acquisire “l’arte di interrogare che è l’arte di guidare l’apprendimento, il cui funzionamento non è stabilito da regole fisse e rigide”. E ancora, come non pensare alla pedagogia delle domande legittime? Per il nostro autore ciò che conta per davvero è la formazione al pensiero critico degli studenti, tanto più che viviamo in un presente estremamente social.

Ciò che colpisce, pagina dopo pagina, è lo spirito con il quale l’autore ha praticato la Didattica a Distanza. Un viaggio di responsabilità e conoscenza, strategie didattiche poliedriche e dialogo, sperimentazioni e divertimento. A pensarci bene “divertire” deriva dal latino de-verto, che letteralmente significa cambiare strada per intraprenderne una nuova. È un verbo di movimento, perché bisogna avere il coraggio di abbandonare la propria postazione per dirigersi in un luogo nuovo (M. Balzano, 2019).

Se DaD dovrà essere, proviamoci dunque, con un sorriso, con la voglia di sperimentare il nuovo, con il desiderio di farsi domande, con la curiosità della scoperta ma, soprattutto con l’intento di non lasciare indietro nessuno dei nostri alunni, proprio come fa l’autore che “nella scuola ribaltata dal lokdown – scrive- noi siamo stati bene: liberi finalmente di progettarci, di parlarci e di ascoltarci…Mai così distanti, mai così vicini” (pag. 13). Famiglie comprese.

Toselli non nega di avere incontrato difficoltà e le riporta fedelmente nel testo. Che siano problemi tecnici, o familiari, o emotivi, o affettivi, secondo l’autore è fondamentale che un insegnante (allenatore, o attivatore, o animatore- pag. 73) sia capace di ascoltare e di osservare, anche attraverso lo schermo.

La DaD sembra essere per Luca Toselli “un’auspicabile alleata della didattica in presenza” perché è un tempo nuovo, altro, da non vivere come un rimedio contingenziale, bensì come pratica pedagogica, risultato di ricerca, di formazione e di studio. Occorre acquisire anche una certa abilità, è innegabile.

Auspichiamo tutti che la scuola in presenza resti “la scuola”: una parola bellissima, capace di scrivere una buona e significativa parte delle nostre biografie. Certo, essa dovrà rinnovare il proprio abito, ma senza disperdere il prezioso significato originario di scholè pur con l’apertura al nuovo e alla sperimentazione.

Sono convinta che questo libro tecnologico umanizzato possa rappresentare una guida per l’autoformazione e uno strumento metodologico utile a ogni docente, ora per l’emergenza sanitaria, ora in diversi altri contesti e situazioni. Pensiamo agli studenti ospedalizzati!

È necessario provare, mettersi in gioco, pur con la speranza che il vociare degli alunni, i corridoi delle scuole brulicanti di vita, tornino presto a essere realtà… con un bagaglio di conoscenza, di esperienza, di abilità in più e… senza perdere nessun alunno, nemmeno uno.

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