L’ora di lettura: “Il treno dei bambini” di Viola Ardone [INTERVISTA]

Stampa

Di Ottavia Costantini ed Eleonora Fortunato – In una scuola media di Roma ci siamo dati appuntamento il martedì per seguire le vicende di Amerigo, di Derna, di Rivo, Luzio e Nario, leggendole ad alta voce.

“Il treno dei bambini” (Einaudi 2019, 233 pp.) ci ha tenuti avvinti a un pezzo di storia rimossa, alla polvere e ai sogni che molti dei nostri genitori e dei nostri nonni custodiscono ancora dentro ai loro ricordi, mentre noi li immaginiamo in chissà quale altrove di tempo e di spazio. Ne è nato un dialogo a tre voci tra una studentessa, Ottavia, la sua insegnante e l’autrice del romanzo, Viola Ardone.

O.C.: Come è nata l’ispirazione a scrivere questo romanzo? Può parlarci di una persona o di un episodio, forse?

“La mia nonna paterna abitava in un quartiere molto popolare di Napoli, pur essendo di estrazione borghese. Proprio per questo, le donne del popolino si rivolgevano spesso a lei per consigli sulle più svariate questioni. Mi ha raccontato un giorno che venne interpellata anche in merito alla partenza dei bambini per il nord Italia. Questo ricordo mi è tornato in mente quando ho deciso di scrivere questa storia.

O.C.: Perché ha deciso di riportare in vita un argomento quasi sconosciuto, rendendolo familiare a tutti? 

“Perché questa storia, che era stata documentata da più di una persona nei passati decenni, non era riuscita ad arrivare al grande pubblico. C’è da dire, poi, che la vicenda dei treni aveva degli elementi letterari molto forti: archetipi, simboli che erano per me importanti. L’allontanamento, il ritorno dell’eroe, il rito di passaggio che decreta la fine della fanciullezza, l’agnizione. La vicenda storica, quindi, è stata solo lo sfondo su cui ho liberamente collocato personaggi nati dalla mia fantasia.

O.C.: Per scrivere “Il treno dei bambini” ha utilizzato fonti indirette oppure ha parlato con qualcuno che ha vissuto la stessa esperienza di Amerigo e dei suoi compagni?

“Entrambe le cose: le fonti e i documenti dell’epoca sono serviti a contestualizzare il periodo storico e a non fornire ai lettori informazioni errate o poco verosimili. Ho ascoltato tante storie, tutte, per alcuni aspetti, molti simili. Da lì ho preso lo slancio per elaborare una narrazione autonoma, una creazione letteraria.

E. F.: Sente di avere compiuto, almeno in parte, un’operazione storiografica? Quali sono i limiti che la creazione letteraria l’ha aiutata a scavalcare? 

“No, il lavoro dello storico è un altro. Io stessa sono autrice di un corso di storia per la scuola secondaria di primo grado e conosco le differenze tra la narrazione storiografica e quella letteraria. Il mio è un romanzo di ambientazione storica. È un genere che ha una lunga e blasonata tradizione: da Manzoni a Tolstoj. La letteratura raggiunge le corde dell’emotività, dell’identificazione, dell’empatia. È un artificio che permette di comprendere qualcosa di più su noi stessi e sul mondo che ci circonda.

O.C.: Qual è il motivo per cui ha scelto di rendere protagonisti i bambini? Per indirizzare il libro ad un pubblico di giovani? 

“Quando ho scritto il libro non avevo in mente un lettore ideale. L’ho scritto per me, non era indirizzato a nessun altro. La voce del bambino mi è congeniale e al tempo stesso mi sembrava che una storia già così potente dovesse essere narrata in modo semplice e diretto, come solo i bambini sanno fare. In realtà dietro questa apparente schiettezza e spontaneità si nasconde un lungo lavoro sul lessico e sulla sintassi.

O.C.: A questo proposito, lei ha optato per un italiano con forte coloritura dialettale. È una decisione che ha preso prima di iniziare a scrivere o è stata una conseguenza relativa alla storia che racconta?

“È una lingua letteraria, creata su misura per questo bambino: un italiano colloquiale che riproduce il giro di frase di alcuni dialetti meridionali, la prosodia e il ritmo di queste parlate. Di tanto in tanto ho voluto inserire qualche termine in dialetto napoletano, ma non quello odierno: si tratta di una lingua antica e oggi quasi dimenticata anche a Napoli: è il dialetto che parlavano le mie nonne.

O.C: Ha mai pensato di rovesciare la storia, rendendo protagonisti gli adulti, i comunisti intenti alla loro solidarietà al posto dei ragazzi che l’hanno ricevuta?

“No, perché ne sarebbe venuto fuori un romanzo ideologico, schierato in un senso o nell’altro. Volevo che il punto di vista fosse quello dello stupore, della meraviglia, dell’entusiasmo, della paura e dell’ironia. Quello di un bambino, appunto.

E.F.: Nelle scene iniziali del romanzo ci sono i passi di Amerigo tra la folla, nel ventre di Napoli. Vengono in mente i passi di Useppe all’inizio de “La Storia” di Elsa Morante, come certe rappresentazioni di Ermanno Rea, Anna Maria Ortese. E poi c’è Elena Ferrante. Che sentimento le suscitano i nomi che le abbiamo fatto? Che rapporto ha con le grandi voci della letteratura partenopea?

“Sono tutti autori che amo, ciascuno con una sua voce riconoscibilissima e inimitabile. Quelli con cui il mio romanzo dialoga maggiormente per il contesto e il periodo storico sono Ermanno Rea e Anna Maria Ortese.

E.F.: Amerigo alla fine coglie la sua occasione e se ne va da Napoli, mantenendo però il vezzo di non dire la verità, a volte. Che cosa vogliono dire quelle bugie? Sono sempre innocenti?

“Non sono innocenti perché tradiscono il suo senso di inadeguatezza, che perdura anche quando avrà raggiunto fama e notorietà; il sospetto nei propri stessi confronti di essersi appropriato di una vita che non gli spettava, di un destino che non gli apparteneva. Le bugie sono il sintomo di un malessere”.

O.C.: E a Napoli, oggi, che succede? Ci sono politiche adeguate di sostegno all’emarginazione, alla povertà? Che cosa c’è al posto del ‘treno dei bambini’?

“Credo che quell’idea di solidarietà strutturata, diffusa e condivisa oggi non ci sia più. Non sono a conoscenza di progetti di ampio respiro immaginati per salvaguardare i diritti dei bambini, degli anziani, dei malati, dei migranti. Tante persone se ne occupano, tanti singoli di buona volontà, ma senza un coordinamento politico, in senso lato. E allora, come direbbe Maddalena, questa non è solidarietà. Questa è carità!”.

Stampa

Corso di perfezionamento in Metodologia CLIL: acquisisci i 60 CFU con Mnemosine, Ente accreditato Miur