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L’ora di lettura: “I ragazzi che scalarono il futuro”, come a Pisa si progettò e costruì uno tra i primi computer al mondo

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Per il suo esordio narrativo, Maurizio Gazzarri intreccia fonti documentarie e fiction che raccontano in modo nuovo un capitolo fondamentale della storia dell’informatica. A disposizione delle scuole un archivio digitale per approfondire i documenti originali e continuare a seguire le vicende del protagonista del romanzo attraverso i suoi pensieri e il suo diario.

È di questi giorni la notizia che tre scuole italiane sono arrivate ai primi posti di una famosa competizione internazionale di robotica, ma sono in pochi a sapere che già a metà del secolo scorso l’Italia ha avuto un ruolo di primo piano a livello mondiale in un’altra frenetica corsa, quella alla costruzione dei primi computer. Grazie alla illuminata visione di Adriano Olivetti, alla lungimiranza dell’Università di Pisa e soprattutto alla passione e alla dedizione di tanti giovani ricercatori, proprio all’ombra della torre pendente vennero, infatti, interamente progettate e realizzate, in un percorso parallelo che coinvolse istituzioni pubbliche e impresa privata, le prime calcolatrici elettroniche italiane (i primi computer, si direbbe adesso): la CEP (Calcolatrice Elettronica Pisana), e la Olivetti Elea 9001.

Edito dalla casa editrice ETS, “I ragazzi che scalarono il futuro” (Pisa 2018, 232 pp., 20 Euro) è il romanzo storico in cui questa vicenda straordinaria prende forma intrecciando le vicende di Giorgio e Angela, i due protagonisti “di fantasia”, con i dati documentari che l’autore, Maurizio Gazzarri, ha indagato con acribia, passione e competenza. La nostra redazione lo ha raggiunto per approfondire il contenuto del romanzo e del particolare momento storico che affronta.

I ragazzi che scalarono il futuro” è una storia degli anni Cinquanta e dei primi anni Sessanta, ma è di questi giorni la notizia che ben tre scuole superiori italiane si sono piazzate sul podio della competizione mondiale di programmazione aerospaziale organizzata dalla Nasa e dal Mit di Boston, Zero Robotics. Il tuo libro ambienta a circa 60 anni prima la storia di ragazzi di poco più grandi che parteciparono alla straordinaria impresa della Macchina Definitiva. Dobbiamo forse smetterla di dire che il nostro Paese non promuove i talenti in questo campo?

Innanzitutto, grazie per questa opportunità!

Il 1954, anno in cui iniziano le vicende raccontate nel romanzo, a mio parere, è un periodo spartiacque. L’Italia fu in grado di scrollarsi di dosso il dopoguerra, iniziando a guardare al futuro con maggiore speranza. I giovani dell’epoca, che avevano vissuto la guerra da adolescenti o da ragazzini, avevano la certezza che il loro futuro sarebbe stato migliore del passato. Quella spinta non fu solo ideale, ma concreta e visibile nella quotidianità. Sono gli anni in cui nasce la Comunità Economica Europea, in cui l’Italia viene ammessa nell’assemblea delle Nazioni Unite; sono gli anni dei primi satelliti artificiali e del primo uomo in orbita; sono gli anni in cui iniziano le trasmissioni RAI e cominciano a diffondersi le auto. Sono anni in cui comunicare e spostarsi cominciano ad assumere il significato che adesso ci appare scontato. In questo fermento erano un passo avanti tutte quelle realtà territoriali ed economiche in grado di intercettare le energie migliori. I primi giovani assunti dalla Olivetti, per esempio, per progettare e realizzare quella che diventerà la prima calcolatrice elettronica commerciale (la Elea), vengono reclutati con annunci sui quotidiani di tutta Italia: a Pisa si forma un nucleo di neolaureati d’eccellenza, coordinati e guidati da un grande uomo, Mario Tchou. Parallelamente l’Università forma il proprio nucleo, che poi si allargherà sempre più, che realizzerà la CEP. Senza quell’intreccio tra mondo accademico e industria, tutti quei giovani non si sarebbero mai incontrati e la storia quantomeno avrebbe preso strade più ripide e complicate.

Nell’esergo del libro ho voluto riportare una frase di Tom Malone del MIT di Boston: “Un gruppo è più intelligente del più intelligente dei suoi membri”. Quei giovani negli anni ’50, così come i ragazzi di oggi che hanno partecipato alla sfida Zero Robotics, ne sono la dimostrazione. L’intelligenza collettiva fa fare passi in avanti all’intera società. Troppo spesso si è pensato che chi aveva talento poteva farcela anche da solo; adesso sta nascendo un modo nuovo di interagire, studiare e risolvere i problemi. Un modo nuovo sicuramente favorito dalla rete e dalle enormi potenzialità di condivisione e confronto. Si può dire che la storia che racconto nel romanzo è uno dei primi esempi italiani di questo nuovo modo di sfruttare l’intelligenza umana, mettendola al servizio del prossimo.

Veniamo al libro. “I ragazzi che scalarono il futuro” contempera stilemi propri del romanzo storico con quelli del romanzo di formazione, in un tentativo audace ma a nostro avviso ben riuscito. Come è nata l’idea di cimentarsi in un’opera di questo tipo?

Nei 10 anni dal 2008 al 2018 ho lavorato al Comune di Pisa come capo segreteria del Sindaco. È stata un’esperienza bellissima anche per la possibilità che ho avuto di mettermi in relazione con l’Università, la Scuola Normale, la Scuola S.Anna, il Cnr e tanti altri soggetti del territorio, tra i quali il Museo degli Strumenti per il Calcolo dove è tuttora conservata la CEP. Ogni occasione è stata buona per conoscere qualche aspetto di quella vicenda. Poi, nel marzo 2018, la casa editrice ETS ha promosso una specie di corso/concorso, finalizzato proprio alla scrittura di un romanzo. In quel momento, tutte le cose accumulate sono venute fuori come un idrante alla massima potenza! L’incontro tra una storia che nemmeno io sapevo di avere in testa, e qualcuno (in particolare il professore Daniele Luti) che poteva aiutarmi a farla diventare reale, è stato l’innesco di tutto il percorso. Dico solo che nel primo incontro, Luti ha portato con sé un originale manoscritto di Carlo Cassola, trasferendo a tutti noi corsisti l’entusiasmo della scrittura, oltre a indicazioni tecniche indispensabili.

A raccontare le vicende dei protagonisti è una voce fuori campo che sembra condividere in maniera profonda i sogni, i desideri, la speranza di futuro dei giovani protagonisti, aderendo a una visione pienamente progressista e partecipando emotivamente a quanto viene narrato. Quanto c’è dell’autore nel narratore?

Non è facile rispondere, lo devo ammettere. Non posso negare che nelle parole di Angela, quando scrive i suoi articoli per Noi Donne, oppure in quelle del professor Pieri, quando critica i conservatori di professione, ci sia la mia idea di progresso. Ho provato a non farmi prendere troppo la mano, ma rileggendo adesso alcuni paragrafi, mi rendo conto di aver utilizzato non solo i personaggi di fantasia, ma anche quelli realmente esistiti, per dire quello che penso. Forse in me è scattata una specie di molla: “magari non ti capiterà più di scrivere un romanzo, quindi sfruttalo per metterci dentro quello che tuo figlio potrebbe rileggere tra 50 anni per farsi un’idea di chi era realmente suo padre!”.

Veniamo ai personaggi: Giorgio, il protagonista, decide di dedicarsi all’insegnamento universitario, rinunciando a un futuro nella Olivetti. Quali ideali e quali valori lo spingono a questa scelta? Calato nel contesto odierno, ripeterebbe la stessa scelta?

Devo dire che ho conosciuto tantissimi giovani che pur avendo la possibilità di fare una carriera nel settore privato, sono rimasti al servizio della ricerca e della didattica pubblica. Giorgio rimbalza tra la Olivetti e l’Università: i motivi di fondo sono due, o forse tre. Il primo è un espediente narrativo… Avevo bisogno di spostare l’occhio di bue di volta in volta su un contesto o nell’altro, a seconda dello sviluppo delle vicende storiche. Il secondo è legato al concetto che ho di istruzione pubblica: le migliori menti devono essere messe in grado di trasferire le proprie conoscenze, le proprie esperienze, i propri valori alle nuove generazioni. E nessun luogo come le scuole e le università può consentire di farlo fino in fondo. Giorgio, eterno indeciso, lascia alla fine che sia il suo grande amico Mario a decidere per lui… Ho in qualche modo, ed ecco il terzo motivo, fatto fare a Giorgio ciò che avrebbe voluto fare Mario Tchou. Parlando con la moglie di Tchou, Elisa Montessori – un’artista di fama internazionale di una gentilezza e di una cultura rare e preziose – ho potuto conoscere aspetti del grande scienziato italo-cinese che non avevo trovato sui libri. Il suo desiderio di ritornare a insegnare nell’Università era grande, in particolare nell’Ateneo genovese. Purtroppo, la storia prese una piega diversa, con l’incidente automobilistico che, a soli 37 anni, spezzò la vita di Mario Tchou.

 

Giorgio e Angela sono frutto della tua invenzione, ma nel racconto loro vivono accanto ad Adriano Olivetti, Mario Tchou, professori e rettori dell’Università di Pisa realmente esistiti. Qual è il metodo che hai seguito per tratteggiarli tutti in maniera così riuscita? A quale personaggio ti senti più legato?

I consigli e le indicazioni del professor Luti sono stati importantissimi. Non avevo ancora scritto i primi capitoli che Luti mi ha dato un compito complicatissimo, in quella fase: scrivere delle brevi biografie dei personaggi di fantasia. Mettendo nero su bianco le esperienze fatte, gli studi, i tratti somatici e caratteriali. Alcune cose, poi, non sono nemmeno finite nel romanzo. Ma questo metodo mi ha consentito di rendere reali i personaggi immaginari. In più, il lavoro più approfondito l’ho fatto su Angela, che da ragazza ingenua e un po’ superficiale, cresce e matura grazie al contesto operaio in cui inizia a lavorare. Devo dire che è proprio Angela il personaggio a cui mi sono più affezionato perché partiva mille passi indietro agli altri (anche per il contesto patriarcale dell’Italia dell’epoca) e, con tenacia, ha saputo recuperare e sorpassare gli altri. Ma, devo dirlo, di ogni personaggio, anche di quelli reali, mi porto dietro un pezzetto di affetto: è grazie a tutti loro che ho trovato la giusta energia per portare a termine il racconto!

Ecco, avrei un appunto proprio su Angela e sulla sua forse troppo lineare presa di coscienza della condizione operaia e della condizione femminile. A quali autori ti sei ispirato per la sua caratterizzazione?

La sintesi necessaria in un romanzo mi ha portato talvolta ad andare per gradini. Per cui la critica che fai è reale: sembra tutto troppo facile per Angela, anche se i momenti di crisi e di difficoltà non le mancano. Per documentarmi sulla situazione delle donne e in particolare delle operaie, ho potuto consultare gli archivi della CGIL e della Casa della Donna di Pisa. Ho trovato documenti che testimoniano la forza e la caparbietà di molte donne dell’epoca. Per costruire il personaggio di Angela ho messo insieme più situazioni e più fatti realmente accaduti: ne è venuta fuori una sintesi che non nego possa far affermare “Ma guarda questa Angela come le riesce tutto!”

Di nuovo, non posso non citare l’aiuto di Daniele Luti, editor della casa editrice. Le sue parole sulle donne nei libri di Cassola sono state determinanti.

A un certo punto il protagonista realizza che tutti gli specialisti coinvolti nella costruzione della Macchina Definitiva avrebbero potuto ulteriormente sviluppare il loro filone di ricerca, dando vita, per esempio, a un nuovo indirizzo di studi e ricerche. Le cose sono poi andate effettivamente in questo modo?

Sì. A Pisa nel 1969 nasce il primo corso di studi in Italia in Scienze dell’Informazione (che poi muterà nome in Informatica molti anni dopo). Senza l’esperienza della Calcolatrice Elettronica Pisana, nel gergo tecnico di allora Macchina Definitiva, la storia avrebbe preso altre direzioni e Pisa non sarebbe stato il luogo che conosciamo adesso di incubazione, ricerca e sviluppo nel campo dell’informatica. Le parole di Enrico Fermi, che con la sua lettera dell’agosto ’54 fa scattare la scintilla, sono state profetiche: “A questo si aggiungono i vantaggi che ne verrebbero agli studenti e agli studiosi che avrebbero modo di conoscere e di addestrarsi nell’uso di questi nuovi mezzi di calcolo”. Da quella generazione di studenti e studiosi è nato il corso di studi nel ’69 e poi, a cascata, il primo collegamento italiano a Internet nell’86, l’area della ricerca CNR più grande d’Italia, il centro Virgo, nuovi studi su Cybersecurity, Big Data, Intelligenza Artificiale e altri settori d’avanguardia, oltre a una miriade di aziende che lavorano nel settore delle nuove tecnologie.

Questo romanzo sembra un’elegia per Pisa, la città in cui vivi da molti anni e che ha fatto dell’università il motore del suo sviluppo. È ancora così? Vengono in mente le polemiche recenti sulla Normale e le dimissioni del suo Direttore.

Pisa, la sua Università, le sue scuole di eccellenza e i suoi centri di ricerca sono una cosa sola. Una città-campus che ha pochi uguali in Italia. 55mila studenti in una città di 92mila residenti si vedono, si percepiscono, fanno parte del tessuto sociale e culturale e non solo di quello accademico. A questi si affiancano migliaia di docenti e ricercatori e una miriade di studenti provenienti da mezzo mondo. Pisa è questo: apertura al mondo, innovazione, cultura. Ovviamente non è tutto rose e fiori… Quando c’è coesione, come fu nella vicenda della CEP, i risultati si vedono e sono duraturi. Quando, invece, qualcuno vuole fare da sé, senza sinergie e integrazione, nascono i problemi. Nella recente vicenda della Normale sarebbe servito più dialogo tra tutti, ma non ne faccio una colpa al mondo accademico, bensì alla visione molto poco lungimirante dei nuovi governanti locali e nazionali.

Il tuo romanzo viene letto anche nelle scuole, a disposizione delle quali un archivio digitale permette di approfondire i documenti originali citati nella narrazione e serviti per la ricostruzione storica. Ci spieghi meglio come poterlo utilizzare?

Intanto mi preme sottolineare la disponibilità mia e della casa editrice ETS a organizzare presentazioni nelle scuole. Ne ho già in programma alcune in licei e istituti tecnici. Credo che siano occasioni utili per far capire ai ragazzi e ai giovani di oggi che le sfide, anche quelle più complesse e difficili, vale la pena di affrontarle con coraggio e passione.

In collaborazione con il corso di Informatica Umanistica, in particolare con il prof. Cignoni che mi ha aiutato nella revisione tecnica e storica del romanzo, ci siamo inventati una propaggine digitale del libro: l’Archivio di Giorgio (https://www.progettohmr.it/ArchivioDiGiorgio/). Il progetto HMR (Hackerando la Macchina Ridotta) già include la digitalizzazione di una grande mole di documenti storici. Nell’Archivio stiamo via via inserendo pagine di un immaginario diario del protagonista del romanzo: una visione particolare e senza filtri delle vicende narrate nel libro.

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