Locatelli: “Una classe di concorso specifica per il sostegno per un insegnamento di qualità. Necessario avere docenti motivati e preparati” [INTERVISTA]

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Alessandra Locatelli è da fine ottobre il nuovo ministro per la disabilità. Classe 1976, laureata in sociologia ed è un’educatrice specializzata nella cura delle persone con disabilità psichica: in passato è stata responsabile della Comunità Alloggio a Como e volontaria in Africa. Locatelli non è alla prima esperienza governativa: l’esponente della Lega è stata ministro per la famiglia e la disabilità nel governo Conte I.

Nel corso della sua intervista a Orizzonte Scuola, il ministro mette in luce l’importanza di una formazione adeguata per gli insegnanti di sostegno e l’urgenza di una riforma per garantire un servizio di qualità a tutti gli alunni con disabilità. Locatelli evidenzia l’importante ruolo dei caregiver familiari e la necessità di tutele e servizi per supportarli nel loro compito di cura. Il ministro, alla nostra testata, rende nota l’intenzione di istituire un tavolo di lavoro per proporre un testo che riconosca il loro ruolo cruciale nell’assistenza delle persone con disabilità.

Locatelli condivide, infine, anche la sua visione per un futuro in cui le barriere fisiche e mentali vengano abbattute e in cui la qualità dell’insegnamento di sostegno sia garantita per tutti gli studenti con disabilità.

Ministro Locatelli, recentemente ha definito il mestiere dell’insegnante di sostegno come delicato e faticoso che deve essere fatto con passione. Il personale qualificato, però, latita per via dei pochi posti per il Tfa sostegno. Come si possono coniugare qualità e quantità?

“Lo dico spesso: quello degli insegnanti di sostegno è un lavoro delicato che richiede persone motivate e adeguatamente preparate. Serve una riforma per la formazione ma soprattutto per assicurare la continuità dell’insegnamento e percorsi chiari e specifici. Solo così potremo garantire un servizio adeguato a tutti gli alunni con disabilità rispettando il diritto allo studio e un insegnamento di sostegno che sia di qualità. Grazie al Decreto Legislativo 66/2017 l’approccio all’inclusione scolastica è migliorato e sono stati introdotti i gruppi territoriali, il nuovo piano educativo individuale (Pei), la revisione del concetto di disabilità, rivalutati servizi e percorsi di sostegno, di tipo educativo e di assistenza all’autonomia e alla comunicazione, nel pieno rispetto della Convenzione Onu per i diritti delle persone con disabilità, ma anche a garanzia della piena attuazione del Progetto di Vita. Si tratta, però, di un percorso ancora lungo che richiede grande attenzione”.

Lei è d’accordo sulla possibilità di trasformare il sostegno in una specifica classe di concorso?

“Penso sia necessario uno sguardo nuovo sul tema del sostegno che possa andare di pari passo con il momento storico di transizione che stiamo vivendo e per poter cogliere la potenza innovativa di una prospettiva in grado di mettere al centro i bisogni della persona e garantire ad ognuno servizi, misure e un accompagnamento dignitoso ad una vita autonoma, indipendente e partecipata. Per fare questo salto di qualità serve immaginare il ruolo dell’insegnante di sostegno come specifico, indispensabile, importantissimo. Si tratta di investire risorse non solo per aumentare il numero degli insegnanti per il sostegno, per la formazione e per la continuità didattica, ma per avere personale qualificato e in grado di sostenere percorsi di carriera distinti. Il primo pensiero è il benessere dei tanti bambini e ragazzi con disabilità che hanno il diritto di usufruire di un servizio svolto da personale dedicato e competente, che sappia essere facilitatore all’interno di una lezione e di ogni momento educativo e didattico, affinché tutte le altre figure possano concorrere al successo formativo di quell’alunno e della classe”. 

Si parla, purtroppo, spesso di docenti aggrediti e di alunni violenti, ma è balzato agli onori della cronaca il caso di una scolaresca abruzzese che ha rinunciato alla gita per restare con il compagno con disabilità dopo che si era rotta la pedana del bus. Un bell’esempio di inclusione, non crede?

“È una bella storia, un esempio di maturità, correttezza, inclusione. Credo ce ne siano molte altre, ma spesso fanno più notizia le cose brutte ed è per questo che mi sono prefissata di conoscere il più possibile le belle realtà che sono diffuse nel nostro Paese. Spero di potere presto andare a conoscere questi ragazzi perché il loro esempio di solidarietà possa diventare un modello positivo anche per altri studenti e giovani”.

Ministro, cosa manca all’Italia per diventare un paese inclusivo? Non sempre per un disabile è facile accedere ad un museo o andare al cinema…

“Le difficoltà rispetto alle barriere fisiche sono ancora moltissime, ma oggi si parla sempre più di accessibilità universale come principio contenuto nella Convenzione Onu per i Diritti delle Persone con Disabilità e come tema da sviluppare a tutti i livelli istituzionali, nell’ottica della garanzia di fruizione, su base di uguaglianza con gli altri, di servizi, attività in un contesto pensato in maniera inclusiva. In realtà, negli ultimi anni sono stati fatti molti sforzi per migliorare le norme e per emanare misure a sostegno dell’inclusione. Credo che questo momento storico sia quello giusto per dare un’accelerata all’attuazione delle norme e per sviluppare percorsi e servizi che si rivolgano a tutti, con un vero cambio di prospettiva, anche nella progettazione stessa”.

Alcuni fatti di cronaca hanno riportato l’attenzione sulla difficile condizione dei disabili e dei loro familiari, spesso soli ed abbandonati. Quale sarà il suo impegno riguardo ai caregiver, che svolgono un ruolo cruciale nell’assistenza quotidiana delle persone con disabilità?

“Ho intenzione di istituire un tavolo di ragionamento per proporre un testo che risponda anche a quanto sollevato dall’Onu rispetto all’arretratezza dell’Italia in merito al riconoscimento del caregiver familiare come figura cardine per l’assistenza ma soprattutto per dare risposta alle tante persone che amano e che curano e che da troppo tempo aspettano un riconoscimento del loro ruolo. È necessario immaginare tutele e servizi per garantire a tutti un supporto concreto ed adeguato, perché i caregiver familiari non vogliono essere sostituiti ma sostenuti in questo importante compito di cura. In particolare, intendo valorizzare la figura del  caregiver familiare convivente che spesso è isolato e costretto a fare scelte dolorose o di rinuncia, ed è quindi messo a dura prova anche emotivamente. Come Governo ci confronteremo per presentare una proposta che sia condivisa da tutti i Ministri competenti e per portarla all’attenzione del Parlamento il prima possibile”.

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