Argomenti Didattica

Tutti gli argomenti

“Litigare bene si può”: insegnare a gestire i conflitti, la rabbia è causa di problemi psicologici in età evolutiva. INTERVISTA al professore Novara

WhatsApp
Telegram

Crisi è la parola che sta dominando questa strana estate. Crisi ambientale, crisi politica, crisi dovuta alla guerra in Ucraina. Ne abbiamo parlato con il Professor Daniele Novara, pedagogista, autore, fondatore e direttore del CPP, Centro PsicoPedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti.

Professor Novara, come si impara a gestire la crisi?

Come è noto le culture orientali usano la parola crisi nel doppio significato di “catastrofe” o di “opportunità”. Credo sia una buona cosa attenersi a questa doppia valenza e quindi non cadere nella catastrofe ma utilizzare la crisi come opportunità. Lo diciamo anche nel nostro istituto, che ho fondato ormai 33 anni fa, considerando i conflitti, ovvero le naturali contrarietà che ciascuno di noi ha nella sua vita specie a livello relazionale, come risorse, opportunità per vedere altri punti di vista, per vedere meglio le situazioni che stiamo vivendo e quindi migliorarci come persone e come società. Allo stesso tempo, se non siamo preparati ed abbiamo seguito un percorso di apprendimento, rischiamo di vivere questi inevitabili conflitti come situazioni catastrofiche dove ci perdiamo e rischiamo di annegare anche in un bicchiere d’acqua. Con questo non sto parlando della guerra, la guerra è già una catastrofe, dove si cerca di ammazzare più nemici possibili, e dove i danni che produce sono irreversibili, perché la morte non è reversibile, e quindi è importante mantenere distinti i due concetti di crisi e conflitto. Noi parliamo di crisi come elemento evolutivo, come situazione difficile ma che ha uno sviluppo, mentre la guerra non ha uno sviluppo e l’unico obiettivo è quello di fermarla. A supportare questa tesi sono gli appelli che provengono da più parti per una tregua e far zittire le armi che rimbombano sulla povera Ucraina e non smettono di schiacciare e uccidere le persone e non solo i militari. Nelle cosiddette guerre moderne i target sono i civili perché uccidendoli l’elemento bellico trova maggior capacità di piegare il nemico. È tutta una terminologia orribile, arcaica, che speravamo deposta negli archivi della memoria e invece, improvvisamente, è tornata in auge. Spero veramente si ritorni a pensare che la guerra non deve esistere, la guerra non può far parte del nostro patrimonio di umanità, quindi imparare a stare nelle situazioni di crisi in un altro modo.

Quindi per prevenire le situazioni di crisi bisogna partire dall’educazione, educare fin da piccoli alla gestione dei conflitti. Nel vostro centro avete sviluppato una metodologia intitolata “litigare bene si può” da utilizzare come antidoto alla violenza ed alla guerra, ne parlerete anche in un convegno il 31 agosto per spiegarlo meglio. Ci spiega brevemente in cosa consiste questo metodo?

Da sempre la mia carriera pedagogica è stata improntata a questo versante, ossia sviluppare un’educazione alla pace, allo star bene insieme, alla convivenza civile, alla condivisione sulla base proprio della capacità di gestire i conflitti ed i litigi. Ho sempre contrastato una visione dicotomica della vita e dell’educazione che oppone il malessere al benessere, ossia quando c’è il malessere non c’è il benessere e viceversa. Questo è un pensiero tipicamente infantile di cui dobbiamo liberarci. Noi abbiamo bisogno di possedere nella complessità delle situazioni conflittuali, cioè quando gli altri improvvisamente fanno qualcosa che a noi non va bene o diventano un imprevisto, gli strumenti per poter gestire la situazione. È un processo letteralmente di alfabetizzazione, non possiamo semplicemente pensare che le persone che ci hanno disturbato torneranno buone a volerci bene, sula base di una sorta di magia, non è così, siamo noi che dobbiamo riuscire a trovare quei dispositivi per cui riusciamo a gestire la situazione. Il metodo “litigare bene”, tra i tanti metodi che nella mia carriera ho inventato nell’ambito della gestione dei conflitti, è particolarmente orientato ai bambini dai 3 ai 10 anni perché in questa fascia d’età hanno una particolare tendenza alla litigiosità. Si litiga per il giocattolo, per avere l’attenzione della mamma o della maestra, a volte si litiga in maniera compulsiva semplicemente per mettersi al centro dell’attenzione, per voler comandare, e sono momenti normali dell’esistenza delle bambine e dei bambini, ma in questa fase della loro vita imparano tantissimo, specialmente nei primi 6 anni quello che imparano dura per tutta l’esistenza, per cui abbiamo inventato un metodo basato su 4 passi, 2 indietro e 2 in avanti, che ho raccontato tantissimo anche nei miei libri, e che vogliamo portare all’attenzione degli insegnanti, dei genitori e degli operatori dell’educazione per acquisire questo dispositivo metodologico. In pratica dobbiamo smettere di colpevolizzare i bambini e le bambine perché litigano, ma dobbiamo aiutarli ad imparare a litigare bene. Questo è il grande passaggio, non esiste il bianco e nero, ma esiste un apprendimento, da utilizzare nei momenti di litigio e di conflitto, che consiste nel parlarsi. L’antidoto alla distruttività e alla violenza è saper comunicare. Non sapere insultare o denigrare, ma riuscire a comunicare per scambiarsi le versioni reciproche. Con questo metodo il bambino ha la possibilità di confrontarsi, usando anche alcuni dispositivi come il conflict corner, uno spazio specifico dove incontrarsi con il compagno o il fratello, e mediante delle tecniche anche simpatiche, come il gomitolo, condividere le versioni reciproche. È il diritto a comunicare alla nostra controparte quelle che sono le nostre idee. Ai bambini piace, è una specie di gioco anche questo che però aiuta a decontrarre le loro emozioni negative come la rabbia, la paura, il rancore e permette di comunicare.

Possiamo sintetizzare che il suo metodo si basa sulla gestione della relazione, quella che è mancata in questo periodo di pandemia. I ragazzi hanno pagato, in termini evolutivi, l’assenza di relazione, in particolare dalla primaria in poi dove era obbligatorio l’uso delle mascherine. Cosa si aspetta per il prossimo anno scolastico, a partire dalla vostra proposta fatta durante il periodo degli esami di svolgere quest’ultimi senza l’obbligo dell’uso della mascherina.

Da tempo lanciamo appelli perché la scuola fosse innanzitutto in presenza, e più o meno quest’anno ce l’abbiamo fatta, ad eccezione dei periodi di quarantena, ma a giugno abbiamo lanciato un appello affinché gli esami delle scuole secondarie di primo e secondo grado si svolgessero senza l’obbligo dell’uso della mascherina. L’appello è stato accolto e questo è un passo avanti da cui non si può più tornare indietro. Non è la scuola il luogo di contagio, non è un focolaio e lo abbiamo sempre sostenuto, la dimostrazione è l’escalation di contagi avvenuta questa estate con le scuole chiuse. I focolai vanno cercati in altri ambienti. Da questo punto di vista c’è stato poco tempo fa una comunicazione dell’Istituto Superiore di Sanità, che poi è stata raccolta dal Ministero dell’Istruzione, nella quale si specifica che dal prossimo anno scolastico le mascherine non saranno più obbligatorie e si utilizzeranno solo per i soggetti fragili o nel caso di ritorno di un elemento pandemico. Quindi il prossimo anno scolastico parte con i migliori auspici e speriamo che non si torni indietro, come accaduto nel 2020 quando le mascherine furono imposte agli inizi di novembre e poi non sono più state tolte. La scuola non è un focolaio, la scuola senza volto non è scuola, il volto è fondamentale, il volto è la base dell’incontro. Voglio raccontare un episodio che mi accaduto andando a riprendere mio nipote dalla scuola dell’infanzia: a giugno l’ho visto in compagnia di una signora che non ero riuscito a riconoscere, allora mi è venuto un dubbio ed ho chiesto a quella signora se fosse la maestra. Lei, quasi offendendosi, mi ha risposto che certamente era la maestra, a quel punto mi sono scusato perché l’avevo sempre vista con la mascherina è così a volto scoperto non l’avevo riconosciuta. La cosa buffa è che lei si è rimessa la mascherina per farsi riconoscere. Avete capito dove siamo arrivati? Si sono create delle abitudini molto pericolose, perché noi ci riconosciamo nel volto e non nella mascherina. I bambini hanno sofferto molto a non poter vedere il volto della maestra. Ho dovuto denunciare il fatto che bambini di 3 anni hanno scatti di violenza anche nei confronti dei propri genitori, un fenomeno inedito nella storia del rapporto genitori figli che è frutto di questi terribili due anni. Dobbiamo ripristinare la normalità che parte dal riconoscersi dal volto. A scuola non poter vedere il volto dei propri compagni è un impedimento. La scuola è comunità, è relazione, è incontro, non c’è un piano B.

Chiudiamo con un’ultima domanda legata a quanto ci ha appena detto. Lei ci ha parlato di questo aspetto della rabbia, legato ad un aumento dei problemi psicologici in età evolutiva, che molto probabilmente è dovuto proprio alla mancanza di relazione, di confronto con i pari che permette di costruire la propria personalità. La scuola è il cuore del progetto educativo e forse serve anche per mettere qualche toppa ai danni fatti in questi anni. Oggi c’è una particolare attenzione alle competenze non cognitive e già dal prossimo anno scolastico dovrebbe partire un percorso educativo in questo ambito. A questo punto le chiedo, alla luce del suo metodo per la gestione dei conflitti, quanto è importante educare a scuola alla gestione delle emozioni.

La scuola è anzitutto una comunità di apprendimento, come ci ricordano gli antichi greci, la scuola deriva dal termine greco scholé che era addirittura il momento dell’ozio, il momento del piacere, del benessere. La base della scuola è proprio la comunità, lo scambio. Noi sappiamo, dal punto di vista neuroscientifico, che a scuola gli alunni imparano anzitutto tra di loro, non dall’ascolto dei contenuti dell’insegnante. È l’interazione, la condivisione dei contenuti tra i compagni che consente l’acquisizione applicativa degli apprendimenti, perché si impara solo quando c’è una conferma applicativa e non semplicemente quando si ripete quello che si è studiato la sera prima per l’interrogazione, questo è un equivoco, una convenzione. L’apprendimento c’è quando tu sai applicare qualcosa che hai eventualmente acquisito anche in senso teorico, come ad esempio nel caso della patente di guida, quindi dobbiamo assolutamente puntare sulla scuola. La scuola è il luogo, ormai da 20/30 anni, di priorità per la socializzazione. Questo l’avevo già notato nel 2000 facendo una ricerca nella città di Novara dalla quale è risultato che 3 bambini su 4 in quinta elementare avevano il miglior amico tra i compagni di classe. Lì si capiva che qualcosa stava cambiando, prima gli amici li trovavi nel quartiere, fra il vicinato, poi improvvisamente questo si è spento e sono rimasti gli amici di scuola. Quindi l’importanza di organizzare la festa di compleanno tra i compagni di classe, non necessariamente a scuola, per socializzare, ogni tanto invitarli ad un pigiama party non guasta. In particolare invito tutti gli insegnanti all’inizio dell’anno scolastico a costruire la relazione, costruire il gruppo, la classe funziona se è un bel gruppo. Far funzionare la classe come gruppo è prioritario, bisogna dedicare tempo alla conoscenza reciproca. Sarebbe meraviglioso se la gita scolastica, come avviene in nord Europa, si facesse fra settembre e ottobre e non aspettare maggio o giugno. Nel nord Europa utilizzano la gita per costruire l’impianto socio-relazionale della classe, ci vuole coraggio. Se noi come insegnanti, come adulti, creiamo queste occasioni, queste esperienze, aiutiamo a crea un patrimonio socio-relazionale che resta per tutto l’anno scolastico. Se abbiamo una classe che interagisce, che comunica, che sta bene, dove i ragazzi corrono con entusiasmo per andare a scuola, vuol dire che abbiamo trovato il giusto approccio. C’è da dire che nella scuola dell’infanzia i bambini non avevano la mascherina, il cui obbligo partiva dalla prima classe della scuola primaria, ma purtroppo ad indossare la mascherina in questi due anni erano le maestre, con gravi danni nelle relazioni con i loro allievi. Si paga un prezzo per l’utilizzo di questi dispositivi sanitari, negli ultimi mesi dell’anno scolastico c’era stato un eccesso di utilizzo considerato che anche il premier Draghi ne aveva chiesto la sospensione negli ultimi due mesi di scuola, anche perché le temperature di maggio sono state particolarmente significative e questo aspetto ci richiama ad un’altra crisi che è quella ambientale, allora mi sento di dire che l’unica guerra giusta è quella contro il cambiamento climatico, quella sì che è una guerra giusta.

 

 

WhatsApp
Telegram

Corso di perfezionamento in Metodologia CLIL: acquisisci i 60 CFU con Mnemosine, Ente accreditato Miur