L’Italia è ancora troppo distante dall’Europa per numero di laureati

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GB – In Italia ci si laurea troppo poco anche se la qualità degli studenti è migliorata.

Calano nettamente i fuoricorso, aumenta la partecipazione alle lezioni, resta la voglia di perfezionarsi all’estero o in stage e tirocini paralleli allo studio.

Nel 2003 i giovani che si laureavano nei tempi previsti erano il 15 per cento. Oggi sono il 43.  Fra i giovani nella fascia 25-34 anni, i laureati sono solo il 21 per cento, contro il 39 per cento della media dei paesi industrializzati.
 

GB – In Italia ci si laurea troppo poco anche se la qualità degli studenti è migliorata.

Calano nettamente i fuoricorso, aumenta la partecipazione alle lezioni, resta la voglia di perfezionarsi all’estero o in stage e tirocini paralleli allo studio.

Nel 2003 i giovani che si laureavano nei tempi previsti erano il 15 per cento. Oggi sono il 43.  Fra i giovani nella fascia 25-34 anni, i laureati sono solo il 21 per cento, contro il 39 per cento della media dei paesi industrializzati.
 
Le statistiche Eurostat per l’Unione Europea a 28 nazioni dicono che  nel 2004 l’Italia era quartultima (seguita da Slovacchia, Repubblica Ceca e Romania). Oggi, dopo un decennio, occupiamo saldamente l’ultimo posto in Europa.

Nella pagina Europe 2020 della Commissione Europea è anche possibile confrontare gli obiettivi per il 2020 di ogni nazione: quello dell’Italia è mantenere l’ultima posizione e  aggravare il distacco, dato che il suo target (26-27% di laureati) è il più modesto di tutta l’Unione Europea.

Non ci toglierebbe dall’ultima posizione nemmeno l’ingresso nell’UE della Turchia, perché anch’essa è in procinto di sorpassare l’Italia in quanto a percentuale di laureati.

Come mai così bassi in Europa? Diciamo che la laurea ha perso attrattiva in seguito alla crisi economica: non si trova più lavoro e laurearsi ha i suoi costi, quindi non ne varrebbe più la pena.

Tra i laureati viene poi tracciata una distinzione: ci sono quelli "scientifici" che sembrano avere un "mercato", ma a causa del loro numero ristretto non soddisfano la richiesta delle imprese. E ci sono gli "umanisti" tra i quali si riscontra una percentuale maggiore di occupazione sottoqualificata.

Gli "umanisti" che un tempo erano l’architrave della pubblica amministrazione oppure del lavoro professionale autonomo (dagli avvocati agli architetti), oggi cercano di farsi strada nei settori delle attività commerciali e nei servizi, nell’agricoltura, nella pesca, fanno gli operai o i "conduttori di impianti", gli "addetti al montaggio".

Si riduce quindi la differenza di salario  tra i laureati e i diplomati, anche se conviene ancora iscriversi all’università. Il titolo di studio mantiene infatti un tasso di occupazione più elevato di oltre 12 punti rispetto ai diplomati, ma minore rispetto al resto d’Europa: oltre cinque punti in meno della media europea.

C’è poi il blocco del turn-over nella pubblica amministrazione, che impedisce l’assunzione dei laureati, ma non arresta il loro precariato , per non parlare dei numerosi tagli di fondi alla scuola di questi ultimi anni.

Se ci adeguadessimo alle performances dei primi stati europeiriusciremmo a recuperare l’8% del Pil sul lungo periodo: l’Europa ci ammonisce, ma noi restiamo sordi.

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