L’ipocrisia del sei politico. Lettera


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Inviata da Cristiano Villari – Nei giorni che vedono impegnati il nostro paese nella guerra al coronavirus, si assiste al dibattito “surreale” sull’utilità e l’efficacia della didattica a distanza, dimenticando forse che in questo momento è l’unica possibile.

Affermazioni del tipo “non va bene perché non raggiunge tutti”
lasciano perplessi perché sottintendono (forse) che la cosa migliore sarebbe non fare nulla, perché tanto il nulla raggiunge ugualmente tutti! Se poi arrivano finanziamenti per dotare di supporti informatici coloro che ne sono sprovvisti, ecco allora che si dice “è pericoloso perché un domani la
DAD potrebbe sostituire la didattica in presenza”. Mi chiedo se coloro che affermano ciò, pensino veramente che il ritorno a settembre si svolgerà nel pc di casa piuttosto che tra i banchi di scuola.

La didattica a distanza non potrà MAI sostituire quella in presenza: il contatto umano che garantisce quest’ultima è un elemento fondamentale nei processi di apprendimento di gruppo. E’ inutile quindi fare confronti “impari” tra le due forme: la didattica a distanza rappresenta l’unica possibilità che abbiamo per fare scuola in una situazione di emergenza. Punto. Quello che possiamo fare semmai è preoccuparci che questo avvenga nel migliore modo possibile, piuttosto che denigrarla a classista o
inefficace. Coloro che pensano questo, cosa propongono in alternativa? Non fare niente e recuperare tutto a luglio nelle aule infuocate delle nostre scuole? Dopo aver tenuto i nostri ragazzi “sequestrati” a casa, li teniamo “sequestrati” a 40° in aule prive di impianti di ventilazione e condizionamento dell’aria? Se alcuni alunni non hanno i dispositivi, io come Scuola mi premuro di procuraglieli. E poi mi chiedo: tutto il lavoro che stiamo svolgendo non sta portando avanti comunque la didattica? Perché dovremmo recuperare se studenti e docenti con grande senso di
responsabilità stanno lavorando ancora più di prima? Perché non possiamo valutarli, risponderebbe qualcuno e poi saremmo costretti a promuovere tutti con il “sei politico”.

Ipocrisia inaccettabile perché questa condizione di fatto esiste già, se non addirittura il “cinque politico” o il “quattro politico”! Nella scuola del primo ciclo (primaria e media) la legge “dispone l’ammissione
alla classe successiva o all’esame di stato” anche in presenza di insufficienze. Nella scuola primaria solo l’unanimità dei docenti della classe può eventualmente deliberare la bocciatura, nella media serve la maggioranza e comunque secondo i criteri stabiliti dal collegio docenti. Senza contare che tale provvedimento può essere impugnato dalla famiglia al Tar e al Consiglio di stato, che già in passato ha rigettato dei casi di bocciatura, perché secondo la legge bisogna considerare un periodo
più ampio di un anno scolastico per valutare un alunno. Tradotto: nella scuola primaria è praticamente impossibile bocciare, nella scuola media quasi. E allora mi chiedo: di quale sei politico si parla considerato che già il nostro sistema garantisce promozioni con percentuali “bulgare”, come è dimostrato dalle statistiche, almeno nella scuola del primo ciclo. Ci si lamenta addirittura che la scuola che boccia non è realmente inclusiva ed ora, invece, ci si duole perché si pretende serietà e rigore nella valutazione per non garantire la promozione facile a tutti. Si erige prima a modello di scuola quella di altri paesi europei dove non si boccia, mentre ora ci si lamenta del rischio di promuovere tutti.

E poi mi chiedo: in questo momento è più importante garantire
continuità didattica ai nostri alunni o “ossessionarci” con l’idea di dover mettere a tutti costi un voto numerico per adempiere ad un obbligo burocratico. Se poi vi da tanto fastidio che la Didattica a distanza possa rivelarsi “efficace”, relativamente alla situazione di emergenza che affrontiamo, non vi preoccupate: io come tanti altri continuerò a pensare che quella in presenza sia insostituibile. Ora come ora, però, penso che la cosa migliore sia rimboccarsi le maniche e fare il meglio che possiamo
con quello che abbiamo. E’ singolare appellarsi al fatto che la DAD non sia regolata da fonti normative o contrattuali: allora cosa dovremmo fare noi docenti, non fare nulla perché non abbiamo obblighi contrattuali ed approfittarne della situazione? E’ ovvio che il nostro senso di responsabilità
e professionalità ci impone di agire. Se poi avete delle alternative concrete e credibili a quanto stiamo facendo, proponete le vostre soluzioni in modo chiaro (e mi riferisco anche ai sindacati).

 

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