L’Invalsi non è Vangelo e i docenti non intendono coprirsi la testa di cenere. Lettera

WhatsApp
Telegram

Inviata da Fernando Mazzeo – I recenti risultati delle prove Invalsi, appaiono come un preoccupante grido d’allarme e i vari Savonarola di turno non esitano a lanciare proclami, ad emettere sentenze, ad accusare e condannare senza appello i docenti, a loro avviso, nonostante un encomiabile impegno e sacrificio, colpevoli di non essersi adeguatamente formati e aggiornati sulle nuove metodologie richieste dalla DAD.

Secondo i modelli Invalsi, gli studenti italiani e, in particolare, quelli delle regioni meridionali, sembra non abbiano raggiunto i livelli di competenze e conoscenze minimi in italiano, matematica e inglese.

Ciononostante i docenti non ci stanno e non intendono assolutamente coprirsi la testa di cenere. La nostra scuola mal finanziata, con stipendi tra i più bassi d’Europa, spesso trascurata e mortificata, si trova in una situazione di perenne e profonda crisi, è sull’orlo del fallimento e necessita, non di accuse a volte anche pesanti, ma di riforme serie e radicali, di una
rifondazione nella struttura e nei metodi. Ma con i sistemi tradizionali ciò non è possibile. Una crisi di tale ampiezza, per essere risolta, esige un mutamento radicale della cultura, dell’educazione, della vita e del suo senso.
Non si tratta di dare risposte nuove a problemi vecchi, ma di reinventare il futuro attraverso la progettazione di una scuola nuova.

Generalmente, in assenza di una coscienza educativa capace di farsi movimento e azione, le riforme scolastiche rischiano di naufragare nel generico e nell’inconcludente. La sola ipotesi da escludere è continuare sulla via attuale.

Si tratta di coinvolgere e impegnare con crescente urgenza educatori e insegnanti. Soltanto attraverso il pieno coinvolgimento essi potrebbero contribuire a costruire quella scuola nuova e quell’uomo nuovo, in grado di vivere con dignità le più vaste esperienze di vita che caratterizzano il nostro tempo.

È un obbligo sociale, civile e morale rilevare indugi, inadempienze, ambiguità di una scuola che non può esonerarsi dallo sporcarsi le mani con la realtà. La scuola, come istituzione visibile, deve correre il rischio di rinunciare a egemonie acquisite per rendere più semplice la diffusione della cultura, di quei principi che reggono la collettività e le forme nelle quali essa si concretizza.

Per rispondere pienamente ai problemi posti dall’emergenza sanitaria ed educativa, è necessario dare qualcosa di più, dare tutto ciò che si ha, tutto ciò che si è.
Educare vuol dire esercitare la propria sovranità nei termini di una partecipazione ad un effettivo progetto pedagogico che deve ruotare attorno al bene comune, al valore dell’uomo e, per questo, costituire un grande raccordo culturale all’interno del corpo sociale.

La scuola se vuole uscire dal ruolo di “Cenerentola”, deve esigere il responsabile impegno di tutti, la convergenza educativa di tutte le forze e permettere alla persona di darsi dei criteri di condotta, di comprendere la funzione delle norme che consentono un corretto coinvolgimento nella vita sociale.

La scuola che, a volte, supera lo sport come strumento di aggregazione, è chiamata a svolgere un ruolo educativo dal quale non si può neppure per un istante prescindere. Del resto, le più alte tensioni rivoluzionarie si sono sempre identificate con chiare strategie educative. Basti pensare alla Repubblica di Platone e all’Emilio di Jean Jaques Rousseau.

Nella scuola tutto deve ruotare attorno ad un progetto di uomo e di società che si inscrive in un preciso progetto pedagogico. Questo impone la rimessa in questione del concetto di educazione che rimanda ad un determinato modello di uomo e di società.

Se nella scuola diverse cose non vanno, e di fatto non vanno, è perché non c’è mai stato un progetto educativo caratterizzato da una precipua idea di formazione e orientato al coinvolgimento dei diversi enti educativi, secondo le rispettive competenze.

Oggi come non mai, l’educazione è chiamata a promuovere la piena formazione della personalità degli alunni, a compiere scelte che riguardano il futuro dell’umanità. Il che vuol dire rivendicare la legittimità di una scuola degna della grandezza dell’uomo, una scuola della quale ci si compiace, una scuola nella quale regni la partecipazione, la preparazione, il merito, la coerenza, l’impegno per la promozione dell’uomo e l’attenzione operosa verso i più deboli.

Purtroppo, il discorso attuale della politica sulla scuola appare ambiguo e confuso, non riesce più a determinare il sociale, il culturale, il civile, il civico, lo storico, l’etico, a promuovere l’educativo come valore di un’azione, di un comportamento, di un principio.

La scuola e l’educazione, dimensioni essenziali della vita, sono la cinghia di trasmissione della cultura e strumento di integrazione sociale. Per questo, non devono essere sminuite o strumentalizzate dalla politica, ma innovate radicalmente per fare spazio alla persona nella sua novità esistenziale. Infatti, ogni processo educativo è, necessariamente, proposta di un progetto di uomo e di società, che permette l’assunzione di quelle sensibilità operative che descrivono la maturità e l’impegno politico.

L’Invalsi non è Vangelo, ma la scuola che, oggi, è tra i termini più equivoci e dove i ministri cambiano più del tempo a primavera, deve diventare emblema distintivo del sapere e della conoscenza, fattore essenziale di qualsiasi liberazione umana.

WhatsApp
Telegram

Concorso a cattedra ordinario secondaria, il corso: con esempi di prova orale già pronti e simulatore EDISES per la prova scritta. A 150 EURO