L’Invalsi e la cecità parlamentare

di redazione
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Inviato da Enrico Maranzana – La commissione cultura della camera discute del futuro dell’Invalsi.

Nulla di nuovo all’orizzonte: aleggia lo stesso spirito che ha connotato le precedenti legislature.
Il problema è affrontato astrattamente, come se si trattasse di un campo intonso. Non è stata cercata l’origine della resistenza che le scuole hanno frapposto ai test Invalsi; l’esperienza quindicennale è dissipata.
Se il campo del problema fosse stato scandagliato sarebbe emerso come, per le scuole, sia prassi ordinaria rifiutare ogni cambiamento, come dimostra il sistematico rigetto degli ammodernamenti che sono stati introdotti negli ultimi cinquant’anni [Si veda in rete “Il Miur naviga a vista”].
All’origine del rifiuto delle prove comuni, da parte delle scuole, è da collocare la diversità dei modelli cui le attività dei due istituti si sviluppano:
Le scuole fondano la loro attività sugli insegnamenti: ritengono che la trasmissione del conosciuto sia la finalità istituzionale.
L’individualità soffoca la collegialità.
L’istituto romano trova nei regolamenti scolastici la propria stella polare: le prove che elabora sondano il grado di competenza degli studenti.
La visione sistemica è la chiave di volta.

Si propongono tre osservazioni per giustificare l’addebito:
Il quotidiano ItaliaOggi scrive: “I Prof. ammettono: siamo impreparati a certificare le competenze” [12 dicembre 2017];
Nei programmi della scuola media del 79, vigenti, si trova l’origine della contrapposizione: “Se correttamente interpretate, tutte le discipline curriculari – sia pure in forme diverse – promuovono nell’allievo comportamenti cognitivi, gli propongono la soluzione di problemi, gli chiedono di produrre risultati verificabili, esigono che l’organizzazione concettuale e la verifica degli apprendimenti siano consolidate mediante linguaggi appropriati. Nella loro differenziata specificità le discipline sono, dunque, strumento e occasione per uno sviluppo unitario, ma articolato e ricco, di funzioni, conoscenze, capacità e orientamenti indispensabili alla maturazione di persone responsabili e in grado di compiere scelte”;
Nel documento analizzato dalla commissione, il termine “valutazione” è utilizzato nove volte, mentre è assente il concetto “controllo” [capitalizzazione degli scostamenti obiettivi/risultati]: evidente il conflitto tra etica e scientificità.

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