L’interminabile attesa dei concorsi e la lenta decadenza della scuola italiana. Lettera

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Inviata da Cristiana Roffi – Prima che il Covid-19 colpisse l’Italia, la querelle tra il Ministero ed i docenti in attesa di
stabilizzazione si era trasferita in Parlamento: il recente decreto Milleproroghe ha stabilito la
scadenza per la pubblicazione del bando entro il 30 aprile, consentendo al Ministero dell’Istruzione
di riorganizzare l’assegnazione, per quanto riguarda la scuola secondaria di I e II grado e solo per le
classi di concorso e regioni con posti vacanti, di 24.000 posti tramite il concorso straordinario e
circa 25.000 per il concorso ordinario.

A seguito della posticipazione del termine per l’avvio dei bandi di concorso, i posti liberi durante l’a.s. 2020/2021 potrebbero essere più di 180mila, evidenziando la precarietà di una situazione gestita in maniera superficiale da ormai troppi anni.

Per i non addetti ai lavori è bene riassumere tutte le criticità dovute alla mancanza dell’avvio dell’iter concorsuale: non sono nominati nella bozza del prossimo bando, attuativo del disposto legislativo, i docenti con servizio svolto presso le scuole paritarie, quelli con servizio misto e i docenti della formazione professionale, che parteciperebbero alla procedura esclusivamente per conseguire l’abilitazione (nonostante la partecipazione fosse stata garantita dall’art. 1 comma 7 presente nel testo del decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale; la legge sulla parità scolastica del 10
marzo 2000, n.62, non è suscettibile di fraintendimenti). Inoltre, non è ancora stata garantita la stabilizzazione dei vincitori del concorso del 2016 e sono esclusi dal bando i docenti con servizio statale esclusivo sul sostegno, ma nominati dalla propria classe di concorso da graduatorie
incrociate.

Perplessità suscita anche la modalità della prova scritta, che prevede 80 quesiti da compilare in 80 minuti. Docenti e sindacati sono in attesa del parere del CSPI (previsto per il 4/03): anche se non vincolante per il Ministero, potrebbe chiarire alcune dubbi lasciati in sospeso.

Come è possibile che la scuola versi sempre in uno stato così diffuso di precarietà ed incertezza? La risposta, per quanto banale possa sembrare, è semplice: mancano i concorsi. L’ultimo, che garantiva a chi fosse riuscito a superarlo l’abilitazione, si è svolto nel 1999/2000. In seguito, per più di dieci anni si è ottenuta l’abilitazione tramite un biennio di specializzazione, la cosiddetta SSIS. Il concorsone del 2012, il primo dopo l’ultimo del 1999, non era orientato ai neolaureati, in quanto era
rivolto a chi, anche senza abilitazione, avesse conseguito una laurea quinquennale prima del 2002/2003. Il concorso più recente, quello del 2016, ammetteva i precari già in possesso di abilitazione, escludendo tutti i laureati. Triste sorte hanno avuto i corsi di preparazione all’insegnamento: il PAS è fermo da settembre 2013 e il TFA (2° ciclo) dall’estate del 2014.

Un giovane laureato, o chi è laureato da pochi anni e desiderasse insegnare, non può fare altro che inviare le cosiddette messe a disposizione (‘MAD’) sul territorio o avere la fortuna di riuscire ad inserirsi in 3° fascia e sperare di essere convocato per qualche supplenza dalle scuole statali della
provincia selezionata. Tuttavia, nelle graduatorie di 3° fascia i colleghi con un punteggio più elevato (moltissimi, dato che la 3° fascia riapre ogni tre anni e molti docenti, vista l’assenza di concorsi, non riescono ad immettersi nella 2°) ottengono i contratti migliori sulla propria classe di concorso, mentre poche ore settimanali rimangono a chi ha un punteggio inferiore (un vero esercito sotterraneo).

Cambiano i governi ed i ministri, ma la situazione rimane invariata; mai come ora il nostro Paese, che soffre di un grandissimo deficit di cultura scientifica ed umanistica, necessita di insegnanti motivati e preparati. Mentre i concorsi tardano, ormai da quasi sei anni, ad essere pubblicati, la
scuola è sempre più carente di personale e le cattedre rimangono vuote. Intanto che i ministri gareggiano nel rendere la scuola più appetibile e nel dotarla di acronimi stimolanti per futuri iscritti (uno sopra tutti è rappresentato dalla STEM education: science, technology, engineering,
mathematics), una classe dirigente veramente interessata ai bisogni delle nuove generazioni dovrebbe innanzitutto cercare di contenere il digitale, aumentando l’umano. Il compito dei docenti risiede anche nell’insegnare ai ragazzi un corretto utilizzo delle tecnologie, nell’abituarli ad individuare i pro e i contro di un loro impiego indiscriminato. Assistiamo sempre più spesso a genitori (ed alunni) che vorrebbero che la scuola fosse un mero laboratorio di formazione professionale, preparatorio all’accesso al mondo del lavoro. Contro l’analfabetismo di ritorno e la dispersione scolastica, la scuola dovrebbe principalmente servire non solo ad imparare un mestiere,
ma soprattutto ad applicarsi nello studio, a disciplinarlo ed a rimanere concentrati. I nostri ragazzi non meritano di essere percepiti solo come degli utenti e dei consumatori di competenze.

Si può salvare la scuola dalla sua inarrestabile decadenza? Insegno da pochi anni per poter anche solo individuare la reale soluzione al problema, ma ricorderò sempre con gratitudine gli anni di formazione del liceo, soprattutto quelli del ginnasio. A ragione scrive Paola Mastrocola, quando
afferma che “per poter riformare la scuola bisognerebbe riformare il mondo che la circonda, essendone il suo riflesso più vivo ed immediato, ed alzare lo sguardo”. La scuola dovrebbe riguardare tutti, e non solo gli insegnanti o gli alunni (ai quali già di per sé non interessa). Il ruolo dell’insegnante risiede nell’educare, nel far uscire il meglio da ogni alunno ed essere un ponte di
conoscenza tra gli alunni e la vita al di fuori della scuola, verso l’ignoto, ossia ciò che non è ancora stato conosciuto. Accompagnarli alla meta, che indica il punto di svolta, e non il traguardo. Troppe volte il docente, il cui ruolo è sempre più svalutato, si trova completamente isolato in questa
delicata missione educativa – prova ne sono i colloqui con i genitori, sordi ai veri bisogni educativi dei figli e sempre meno in grado di assumersene la responsabilità, come anche i silenzi di dirigenze e colleghi, ormai stremati dai ricorsi. Senza entrare nel merito dell’annosa problematica
sull’effettiva validità dei programmi scolastici, la scuola deve continuare ad insegnare seguendo dettami rigorosi (modificabili dagli insegnanti per renderli più coinvolgenti per la classe), impedendo di condannare i nostri ragazzi ad una incipiente barbarie culturale a cui la politica ci ha
tristemente abituati.

Chiedere alla scuola di essere in grado di salvare il mondo è utopia, ma di certo non lo è pretendere dalla nostra classe dirigente politica un minimo di serietà nei confronti di un’intera categoria di lavoratori, iniziando dal pubblicare i concorsi che permetterebbero, almeno in parte, di fronteggiare
l’emergenza precariato.

 

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