L’insegnamento è l’unico settore in Italia in cui l’esperienza non conta nulla. Lettera

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Danilo Bertoli (dalla Puglia) Sono un docente precario inserito nella seconda fascia delle graduatorie della propria provincia, dove risulto primo nell’ambito della classe di concorso nella quale ho per lo più insegnato. Aggiungo peraltro che sono il terzo in assoluto, se consideriamo anche la prima fascia. E se ci soffermiamo poi soltanto sul servizio svolto, sono secondo in assoluto.

Morale della favola, tra i docenti precari, relativamente alla suddetta classe di concorso, sono, subito dopo una collega abilitata, quello che ha più anni d’insegnamento all’attivo nella propria provincia, quindi la maggiore esperienza maturata. Certamente più esperienza di quasi tutti i precari (abilitati e non) e molto probabilmente più di alcuni dei docenti di ruolo incontrati nei vari istituti.

In tutto ciò evito di prendere in considerazione i quindici anni d’insegnamento universitario che hanno preceduto l’avventura scolastica; li considero per ora una storia a sé.

Ovviamente mi rendo conto che in Italia parlare di esperienza nel settore dell’insegnamento serve a poco; basti pensare che, per quel che concerne il reclutamento direttamente dalle gps di prima fascia, ci si sta battendo per eliminare il requisito dei tre anni, l’unico, a mio parere, veramente significativo. Ma non voglio iniziare una cosiddetta guerra fra poveri.

Conclusioni. Pretendo, dopo circa un decennio trascorso nella scuola, il posto a tempo indeterminato domani mattina (cosa che non scandalizzerebbe nessun politico europeo e probabilmente nessun politico al mondo, italiani a parte)? Certamente no. Sarebbe troppo. Ma non credo sia troppo riconoscere a questa lunghissima e faticosissima esperienza almeno un valore abilitante. Ecco, mi accontenterei di un passaggio di fascia, dalla seconda alla prima. Mi sembra veramente di chiedere il minimo sindacale.

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