L’innovazione a scuola non è solo tecnologia, ma anche la Dirigente del Brancaccio ha portato la dispersione dal 27 al 3 per cento. INTERVISTA a Sabrina Carreras

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Ci sono due modi di parlare della nostra scuola pubblica. Uno è raccontare ciò che non funziona: gli edifici fatiscenti, gli insegnanti sottopagati, le scarse risorse, l’abbandono precoce.

L’altro è quello scelto da Sabrina Carreras, giornalista professionista, per scrivere il libro “Ora o mai più. Riprendiamoci la scuola”, Ed Chiarelettere, pagg 242, euro 16,90. L’autrice lo ha fatto, come recita la seconda di copertina del volume, attraverso le storie di piccoli e grandi innovatori che da tempo, con ingegno e dedizione, si adoperano per trovare soluzioni a problemi antichi e sfide inattese. Insegnanti, presidi, amministratori, architetti, pedagogisti che da giornalista d’inchiesta ha incontrato visitando istituti di ogni genere, da quelli di frontiera, deprivati di tutto, persino degli alunni, a quelli più all’avanguardia e tecnologici in Italia e in Europa. Ma la tecnologia non è tutto. Le loro storie d’innovazione parlano anche d’altro: di chi combatte contro la mafia e l’indifferenza per costruire un asilo alla periferia di Palermo; di chi progetta scuole più sicure e sostenibili; di chi sfida le regole per togliere i ragazzini dalla strada; di chi in aula smonta quegli stereotipi che fanno credere che la matematica non sia cosa da femmine e l’insegnamento alla materna mestiere per maschi; di chi studia le nuove scoperte delle neuroscienze per rendere l’apprendimento più efficace. Mai come in questi anni di pandemia l’innovazione della scuola è tornata al centro del dibattito e anche delle nostre priorità. Attraverso testimonianze, statistiche e dati scientifici, questo libro ci racconta che una nuova scuola non solo è possibile, c’è già. Rimane la sfida di metterla a sistema. Ora o mai più. Il libro di Sabrina Carreras, autrice di reportage e inviata del programma di inchieste di Rai3 Presa Diretta, parla di insegnanti, alunni, presidi e genitori. Ma anche di sindaci, imprenditori, pedagogisti, scienziati che hanno intuito, immaginato, sperimentato e stanno già costruendo il futuro.

Sabrina Carreras, perché questo libo e perché “Ora o mai più”?“”

“Io sono una giornalista di inchiesta e in questi dodici anni di inchieste ho trattato tanti temi, dalla criminalità alla sanità, ma a un certo punto ho scelto di prendere come lente d’ingrandimento il tema della scuola, e ho scritto un libro per almeno tre motivi. Il primo: la scuola ci riguarda, tutti. Si va a scuola non solo per imparare a leggere, a scrivere e a far di conto, ma per stare insieme e crescere. In una parola, si va a scuola per diventare cittadini. Parlare di scuola significa scegliere un argomento che ci riguarda tutti, poiché la scuola non è solo dei presidi e degli insegnanti, ci riguarda tutti come cittadini. Il secondo motivo è che scegliere un tema come la scuola significa avere una lente per attraversare il nostro Paese e capire qual è la nostra capacità di immaginare il futuro. E di costruire. Infine, il terzo motivo: c’è stata la novità del Covid, della Dad e della Did. Ecco, per la prima volta la scuola è entrata dentro le cucine e i salotti delle famiglie, le lezioni sono diventate pubbliche, e mai come in quel momento gli italiani hanno capito che senza la scuola viene meno il patto sociale che ci tiene uniti. Ecco, questo è il momento di parlare di scuola, abbandonata dalla politica e dal dibattito politico. Del resto, quand’è che si parla di scuola in Italia? Quando capita qualche disastro. E invece occorre parlarne sempre. Occorre creare un dibattito pubblico, tanto più in questo momento che c’è il PNRR e dunque non si può dire che i soldi non ci siano. A questo punto o mai più, appunto, a maggior ragione con le elezioni che incombono. In genere chi parla di scuola? Io ho fatto un attraversamento in punta di piedi della scuola, ho raccolto le storie, ho dato una lettura giornalistica, un punto di vista oggettivo. Alla fine tutti dicono: siccome sono stato a scuola da ragazzo, ho il diritto di parlare di scuola”.

Come ha scelto le tante storie che ha raccontato in questo libro?

“Io di queste storie ho cercato di dare degli elementi oggettivi, ci sono i dati delle ricerche statistiche e le evidenze scientifiche. C’è un capitolo sulle neuroscienze. Come giornalista mi sono resa conto che ci sono due modi di parlare della scuola. Uno è quello di denunciare le cose che non vanno: edifici che crollano, gli stipendi miserrimi degli insegnanti, i ragazzi che si perdono: è un esercizio facile. Io pur non rinunciando alla denuncia ho deciso di dare voce a chi non si è arreso, si è rimboccato le maniche e ha trovato delle soluzioni. Ho fatto un’ inchiesta per cercare delle fratture di senso. E attraversando le scuole italiane ho trovato queste fratture di senso. La scuola la dobbiamo difendere con le unghie e con i denti”.

Della nostra scuola pubblica si parla talvolta come se tutto andasse male

“E invece, attraversando il Paese e entrandoci – nelle scuole – ho trovato un vero e proprio movimento di persone che hanno una grande tensione etica. Persone che giorno dopo giorno attuano dei cambiamenti. Quello che voglio dire è che non sono dei casi eccezionali, io non sono andata a cercare storie per dare le buone notizie, la scuola è fatta di un movimento carsico di persone che hanno bisogno di essere ascoltate. E allora questa è la denuncia più forte: se c’è una movimento di persone che non si danno per vinte, a queste persone occorre dare voce. Se esistono significa che si può fare ma che occorre mettere tutto a sistema. Io non mi voglio rassegnare a una visione di scuola italiana con istituti che funzionano e altri che sono abbandonati. La scuola che funziona già c’è, esiste. Occorre metterla a sistema a livello politico”.

E come, secondo lei?

“Lo racconto con una storia. Antonella Di Bartolo è una docente, insegna a Palermo. Poi vince il concorso da dirigente scolastica e a quel punto decide di andare in una scuola, l’Istituto comprensivo Sperone-Pertini, a pochi passi dal quartiere Brancaccio. Non conosceva quella scuola ma voleva restituire qualcosa alla comunità. Prima di assumere l’incarico va a visitare l’istituto. Quando vi arriva le sembra di avere davanti una pellicola degli anni ’80 sul Bronx. Non ci sono i banchi e nei bagni le lavagne fanno da separé. Ma, soprattutto, non ci sono gli studenti. C’era una dispersone del 27 per cento: terribile. E allora che cosa fa? Per prima cosa s’indigna con le istituzioni perché le ritiene complici. C’erano i banchi che volavano dalle finestre eppure in dieci anni nulla era cambiato. Poi dice una cosa che sembra una follia: voglio riformare questa scuola – si ripromette – a partire dalla scuola dell’infanzia, che lì non c’era. Al Sud le donne non lavorano – è questo il refrain – e che hanno bisogno della scuola dell’infanzia? La mia sfida – spiega – è questa: se lo Stato offre un diritto le persone lo accetteranno e lo eserciteranno. E allora Antonella va casa per casa con un suo collaboratore e alcuni insegnanti a prendere le iscrizioni dei bambini, a domicilio. Va a cercare le persone casa per casa, nei condomini, va dal panettiere a cui dice: guarda che io voglio rifondare la scuola, conviene anche a voi perché se parte la scuola parte l’economia”.

Ci riesce?

“Ci riesce. E il primo a iscriversi è proprio il nipote di quel panettiere. Quando fa partire la scuola dell’infanzia lei aggiunge: non mi fermo qui. E crea anche uno spazio di ascolto per le mamme, che si uniscono e iniziano a denunciare gli spacciatori. La dispersione passa dal 27 al 3 per cento. Questa dirigente scolastica ha dato al quartiere una luce che non c’era. La storia descritta dimostra che a partire da una singola persona si innesca un movimento che cambia non solo un’aula e una scuola ma un quartiere e una città, innesca un’onda. Ecco perché queste storie vanno raccontate: perché sono storie di coraggio. I risultati non sono microscopici, sono civilmente importanti. Io racconto la storia di Giuliano, un professore di Soliano, in Campania. Io ho bisogno di tempo, dice, devo far capire a questi ragazzi che la situazione che vivono non è ineluttabile

E così, anche questo professore li va a prendere a casa, i ragazzi. E la storia del piccolo Danilo, che lei racconta nel libro, è una storia che tutti i docenti dovrebbero leggere. Ma non è sempre le cose vanno nella giusta direzione.

“La scuola si divide in missionari che vanno a casa delle famiglie per riprendersi i ragazzi e quelli che si sono arresi. Ma questa dicotomia non è ammissibile, è un lavoro a cui va restituita dignità. E allora va immaginato un percorso, ci vuole un’idea di scuola. Nel libro racconto degli esempi con l’estero. La Svezia ad esempio investe nelle scuole più in difficoltà e vi manda gli insegnanti migliori, li paga tanto e li fa stare lì, in quelle scuole difficili, per alcuni anni. La Finlandia ha scelto il metodo collaborativo senza i voti, dove si dà spazio al gioco. La Francia ha puntato sulle scuole di prossimità e soprattutto ha voluto che tutte avessero delle belle palestre e delle piscine: là tutti fanno due ore alla settimana di nuoto oltre le ore di scienze motorie. Tutti devono saper nuotare. E dove non c’è la piscina scolastica c’è quella comunale. Qui invece mancano le palestre, dal Nord al Sud. Scienze motorie alle primarie in Italia è delegata alle maestre e ai maestri che non sono abilitati su questa disciplina. Lo Stato ha fatto una scelta, il nostro Paese ha scelto questa direzione. Ma abbiamo l’Invalsi che fa ricerca sui livelli di apprendimenti raggiunti. Allora, se ci sono dei metodi che un istituto di ricerca ha a disposizione, si utilizzino, l’innovazione si metta a sistema”.

Spesso la scuola sembra fatta più per gli insegnanti che per gli studenti…

“I ragazzi dicono: vogliamo delle scuole sicure e che siano moderne, occorre collaborare insieme. I ragazzi chiedono che i docenti non li trattino come un sacco vuoto da riempire e che ci sia un metodo che li porti a trovare soluzioni nuove a problemi dove non c’è una sola soluzione. Si parla del futuro. I ragazzi chiedono di essere i protagonisti della scuola, con degli insegnanti formati che siano felici di fare il lavoro che fanno. Ognuno di noi sa di dovere qualcosa a un insegnante. Le neuroscienze ci dicono che si impara per tre metodi: per ripetizione, per imitazione, attraverso l’empatia, con i neuroni specchio. E’ vero. Quante lezioni meravigliose ci hanno lasciato il segno per la passione che ci hanno comunicato gli insegnanti. Non ce le ricordiamo per le nozioni ma per l’empatia”.

E poi c’è il nodo dell’orientamento in uscita

“Nelle nostre scuole non si ragiona quasi mai sulla scelta più importante, quella che potrebbe essere capace di far emergere il talento. Si dice al ragazzo: fa’ la scelta giusta, che poi magari ti rovinerà la vita. La scuola migliore che ho trovato io è quella che fa emergere il talento, che poi metterà a frutto a beneficio della collettività”

Torniamo ai metodi di insegnamento e alla loro efficacia

“Racconto la storia raccolta a Montepulciano . Qui si era visto che chi era già bravo, alla fine della scuola leggeva come prima e chi leggeva poco, alla fine continuava a leggere poco. Perché? Perché non si legge, perché i ragazzi si limitano alle antologie. L’insegnante Silvia Pognante ha cambiato metodo. Si è messa in gioco. Ha preso un metodo dell’università degli Usa che ha una modulazione del tempo: per i primi 20 minuti è prevista la spiegazione degli insegnanti, dopo di che, visto che ogni aula ha una propria biblioteca di classe, i ragazzi leggono quello che vogliono e ogni alunno ha un quaderno del lettore e dello scrittore. Gli alunni si esercitano e l’insegnante va lì e cerca di capire se c’è qualcosa che sia stato scritto male, così il ragazzo capisce l’errore, e tutto si conclude alla fine della lezione con gli alunni che devono leggere ed esporre agli altri. Questi metodi ti danno il senso di quanto si sta sperimentando nella nostra scuola. Ma questi cambiamenti funzionano laddove non sia un singolo docente che fa questo. Il cambiamento si innesca quando c’è un dirigente scolastico e una intera scuola e poi tante scuole che si mettono insieme, magari in rete, e magari anche con le scuole all’aperto, che ormai sono una bella realtà nel nostro Paese. E’ pedagogia, spesso la grande assente dai grandi discorsi sulla scuola e anche dalla scuola stessa. Occorre introdurre la pedagogia. Alla primaria c’è ma alle medie ecc no. Alle medie e alle superiori non t’insegnano a insegnare. Ti insegnano il contenuto”

Lei scrive nel libro che innovazione non è sinonimo di tecnologia

“Esatto. Io non voglio parlare solo di innovazione tecnologica. La tecnologia è uno strumento che occorre conoscere. Quello che va attenzionato è come si utilizzi lo strumento. Se hai una metodologia precisa, la tecnologia non rimane fine a se stessa”.

Lei sottolinea come la scuola dell’infanzia e la primaria siano scuole femminili, quanto ai docenti

“La scuola dell’infanzia è tutta al femminile. Ma anche la primaria. Io sono andata in una scuola primaria e ho visto un papà che cercava la maestra. La maestra sono io, ha risposto il maestro. A quel punto il genitore se l’è guardato e si sarà chiesto se quel maestro non fosse poco ambizioso. Nelle primarie i maestri sono il 4 per cento, nell’infanzia sono lo zero virgola e questo dimostra come l’insegnamento abbia a che fare con la cura e come la cura sia femminile: ecco lo stereotipo”.

Con la pandemia le famiglie si sono trovati la scuola dentro casa. Che cosa hanno trovato?

“Hanno trovato la dicotomia tra insegnanti meravigliosi, hanno visto la passione e lo sforzo per superare l’emergenza, dall’altra hanno sperimentato chi ha fatto una lezione e poi è scomparso, gli appassionati e i rassegnati e frustrati. Quello che è più importante dal punto di vista delle famiglie è la riscoperta della scuola, il valore del patto sociale, hanno compreso che, se non c’è la scuola, cade il patto sociale che ci tiene uniti”.

Lei ha scritto che il libro è dedicato al coraggio. Che cos’è per lei il coraggio nella scuola?

“Il coraggio è mettere insieme cuore e azione. Le storie che io racconto sono storie di persone che non si sono arrese, ma che si sono rimboccate le maniche e si sono messe in discussione. Il coraggio è di tutti i giorni, è il coraggio di non arrendersi al paradigma del declino, che produce rassegnazione. Non è vero che non ci sia niente da fare, io non mi voglio rassegnare a chi dice non c’è nulla da fare. Se dici va tutto male, tu ti stai tirando indietro. E’ troppo facile dire va tutto male e fermarsi là. C’è una scuola che funziona, e allora mettiamo questa scuola a sistema. C’è però bisogno di un dibattito pubblico, ed è questo che è il motivo per il quale ho scritto questo libro”.

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