L’inganno della solitudine nei social. Lettera

di redazione
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Fernando Mazzeo – Il mondo dei social, come realtà cui aderire con tutto il proprio universo per liberarsi dal sentimento della solitudine, paradossalmente, sta diventando, per molti giovani e meno giovani, una realtà oscura che riproduce il dramma di chi si illude di poter raccogliere l’offerta dell’incontro e vivere intensamente e felicemente il proprio umano cammino.

La grande bellezza dell’esperienza dell’incontro che fa della vita e della storia un comune strumento profondamente persuasivo e colmo di senso, si sta trasformando in una drammatica e ambigua dissoluzione di istanti e di relazioni, che condannano l’uomo allo smarrimento nell’enigma dell’essere e del destino e lo conducono ai margini dell’ esistenza nella frenetica e pericolosa ricerca di un nuovo e tecnologico monologo collettivo. La strana, enigmatica, ansiosa, incerta e misteriosa solitudine nei social e le sue sconcertanti prospettive, si traducono, pertanto, in una dolorosa attesa e una malinconica ricerca di una mano e di una voce amica nella foresta delle altre voci. Le nuove generazioni, testimoni di una corsa al buio che dilaga nel mondo, sono trascinate dentro avvenimenti e relazioni fragili che non accostano l’uomo agli altri, ma lo avvolgono con dolcezze passeggere e, in assenza di un dialogo profondo, lo travolgono con l’inconsulta e impaziente “ira del cercar suo vano” (G. Pascoli).

La vera vita dell’uomo e il senso dell’esistenza consistono, dunque, nel ricercare e nel ricreare, con instancabile pazienza, la viva e tenace cultura della conversazione e iniziare un cammino equilibrato e luminoso verso una genuina relazione umana, che preferisce spegnere precipitosamente la social dipendenza per scoprire la gioia di vivere in un mondo meraviglioso, ricco di esperienze da vivere insieme e libero dall’influenza negativa che il “non tempo” esercita sulla vita sociale, familiare e sul comportamento dei figli. L’esperienza di un sistema di vita più gratificante, ricco e armonico, che non smette mai di sfruttare quella vasta gamma di attività, dialoghi, conversazioni, letture, giochi ecc., che portano ad una migliore comprensione reciproca, può rappresentare il primo passo concreto verso una migliore qualità della vita. Per non essere estranei a se stessi e non avvertire neanche lontanamente l’esigenza, per quanto accattivante, di rifugiarsi nelle penose e passive irrealtà virtuali, è preferibile trascorrere il tempo a disposizione guardandosi negli occhi e vivere insieme esperienze ricche, gratificanti, cariche di umanità, sicuramente e potenzialmente più idonee al raggiungimento di un’armoniosa convivenza familiare e sociale.

Riscoprire attraverso la conversazione tutte quelle cose che, un tempo, invitavano a sentirsi parte viva di una comunità, che accendevano l’affetto, che contribuivano ad attenuare le asprezze di una difficile quotidianità, serve per creare una piattaforma vitale e non virtuale, che costituisce la base per costruire il tempo e il luogo dove attingere il senso vero della propria esistenza. Quanto più laboriosa e feconda è tra i giovani e all’interno delle famiglie la ricerca del bisogno di non abbandonarsi ad un passivo svago tecnologico, ma di stare più tempo insieme per conoscersi, per dare voce a sincere e commoventi esperienze, per tirar fuori emozioni nascoste che sono la materia viva da cui nasce la gioia dell’incontro, tanto più questa nostra civiltà sarà in grado di rendere più agevole la conversazione, la lettura, il gioco, di affinare particolari inclinazioni e di prospettare una vita ricca di esperienze diversificate, di creare occasioni di dialogo e di divertimento molto più appaganti, istruttive e salutari di una frenetica corsa alla connessione.

Purtroppo, staccare la spina e affrancarsi da questa dipendenza sta diventando sempre più difficile. La voglia e l’attesa di sentirsi avvolti, catturati e coinvolti in un confuso e forzato collegamento in rete, è particolarmente forte e dovrebbe iniziare a preoccupare famiglie ed educatori, in quanto, oltre che far perdere il senso preciso e importante dello scorrere del tempo, giovani e meno giovani, trasferendo in rete sentimenti ed emozioni che non si vogliono affrontare su qualcun altro, possono inciampare in brutte sorprese e trovarsi indifesi in un mondo, spesso, cattivo e ostile. Vivere insieme per giocare, leggere e scrivere deve essere la direttiva suprema nel cammino dei giovani, la strada ideale e definitiva che deve entrare a far parte di un orientamento pedagogico, familiare e scolastico che pone un accento esclusivo sulla formazione rigidamente nutrita di ben selezionate esperienze reali e di contatti vivi con la realtà. Così ciascuno di noi può diventare incontro per familiari, compagni e amici. L’incontro con una comunità viva, reale, che comunica, che attrae perché ci dice qualcosa che sentiamo dentro, ha le caratteristiche di una novità e di un valore senza pari. Infatti, è attraverso una frase, una parola, un gesto, che affiora l’incontro con una consuetudine, con un flusso vitale che affonda le sue radici nei secoli.

Amare la comunità nella quale siamo inseriti, amare l’incontro e il dialogo che l’ha generata, significa renderci capaci di essere incontro per gli altri, di rappresentare quella novità che richiama al nostro essere non per sé, ma per l’altro. L’esperienza dell’incontro è, dunque, un’esperienza tanto più profonda quanto più sottolinea la necessità di un cambiamento radicale delle odierne abitudini di vita. Dobbiamo perciò educare ed educarci ad amare solo ciò che permette di riscoprire la propria vera identità, di valorizzare ciò che dà spazio ad obiettivi ed aspirazioni che possano concretamente aiutare ad entrare in relazione con qualcuno in cui dentro c’è qualcosa.

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