L’infinito di Leopardi ridicolizzato dal flash mob del 28 giugno. Lettera

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Inviato da Linda Ciano – Il prossimo 28 maggio, tutti gli studenti di ogni ordine e grado della scuola italiana reciteranno L’Infinito di Giacomo Leopardi.

È quanto ha disposto, nelle ultime ore, il nostro Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Marco Bussetti. Ed io, insegnante di Lettere che crede, forse ormai ingenuamente, nella sacralità della scuola, della Letteratura e della Storia, rabbrividisco. Di nuovo. Certo, di nuovo. Perché, dopo aver imposto delle modifiche quantomeno opinabili all’Esame di Stato (si pensi soltanto alla semi-tacita eliminazione del tema di argomento storico nella prima prova) e dopo essere stata accusata da docente del Sud – lui divaga appellandosi al subdolo potere del fraintendimento – di impegnarmi poco con lo scellerato slogan: “Impegno, lavoro, sacrificio”, eccomi qua, di nuovo. Ancora delusa, ancora arrabbiata, sempre più disgustata.

Egregio ministro Marco Bussetti,
risponda alla mia semplice domanda: “Che senso ha?”. Proviamo ad immaginare per un istante la mattina del 28 maggio: tutti gli studenti italiani che recitano, come in uno pseudo flash mob ante litteram – chi leggendolo sulla LIM o sui manuali di testo, chi a memoria – una delle più belle e profonde liriche della nostra Letteratura. Quotidianamente, tento, non sempre riuscendoci, di insegnare ai miei amati alunni un paradigma che mi è stato trasmesso con passione dai miei docenti universitari, il paradigma della complessità. Ripeto a loro e a me stessa che ogni singolo evento storico, ogni parola, ogni verso devono essere problematizzati, interiorizzati, analizzati con scrupolo meticoloso e con partecipazione emotiva per essere pienamente compresi, per andare oltre, al di là dei significati manifesti, affinché possano rivelare quella straordinaria carica polisemica che, una volta afferrata, entra con prepotenza nell’anima e rimane, talvolta inespressa per i casi della vita, ma è lì, ed è lì per restare.

Non ho mai chiesto ad un mio alunno di imparare una poesia a memoria; non ho mai chiesto ad un mio alunno di leggere un’opera letteraria cantilenando. La lettura, mio caro Ministro, è l’avamposto dell’interiorizzazione, è un’operazione delicata, che deve sottrarsi, come d’altronde ogni altra pratica didattica, all’odiosa improvvisazione, perché è nella lettura che matura il germe della passione.

Sono intimamente convinta, ma è evidente che lei è in disaccordo, che la lettura o la recita di una poesia corrisponda esattamente all’attimo in cui, per quella poesia un ragazzo maturerà il corrispondente sentimento, che, a seconda di come essa verrà presentata, potrebbe essere noia, disinteresse, disaffezione, disprezzo, amore, empatia, sympátheia, qui usato nella sua integrale accezione etimologica.

Affido sempre la prima lettura del testo letterario proposto in classe a grandi nomi: Arnoldo Foà, Vittorio Gassman, per l’Infinito il meraviglioso Elio Germano… Qualche volta, mi cimento io, sentendo la gravità di questo compito in tutta la sua interezza. Mi è capitato ieri, con “Ciàula scopre la Luna” di Pirandello. Ho letto ai ragazzi della mia quinta la parte in cui Ciàula, ignaro, nel suo stupore di fanciullino, all’improvviso vede la Luna e ne rimane estasiato. Ho pronunciato ogni parola con tutto il pathos di cui sono capace: nell’aula il silenzio, gli occhi fissi sulla LIM, la mia voce che tremava leggermente. È stato un momento magico, intenso, per me bellissimo.

Il 28 maggio, migliaia di studenti, per nulla coinvolti e per nulla commossi, come in un asettico loop, pronunceranno i versi senza tempo e senza fine del poeta recanatese. E questo, per loro, mio esimio ministro, non significherà nulla. Questa non è valorizzazione della cultura; questa non è istruzione; questa non è formazione di buoni cittadini. Le cantilene di mussoliniana memoria non ridaranno al nostro Paese una dignità intellettuale che ha posseduto per secoli e che adesso, per colpa di superficialità ed eccessivo spirito pratico, sta vedendo dissolversi in un mare di nebbia. Che tristezza, mio caro ministro. E quanta rabbia!

Giacomo Leopardi è stato un filosofo ed uno scrittore di stupefacente sensibilità. Me lo immagino, in quel lontano 1819, assorto nella contemplazione estatica di un paesaggio che si configura immediatamente per i suoi caratteri metafisici, lungo una sottile cortina emozionale dove l’anima meditativa ridisegna, attraverso la maestria e la genialità dell’autore, inedite categorie spazio-temporali. Ove per poco il cor non si spaura. Come si può disporre di far leggere ad un coro assonnato e magari inespressivo questa epifania del cuore? Come si può oltraggiare una lirica che, più di moltissime altre, rappresenta una preghiera talmente intima che anche il solo sussurrarla potrebbe spezzarne l’incanto e la potenza introspettiva?

Sempre più perplessa. Sempre più arrabbiata. Sempre più delusa.

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