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L’importanza del pensiero laterale per lo sviluppo. Pedagogia della creatività e apprendimento permanente

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Nelle competenze chiave per l’apprendimento permanente la creatività figura ben tre volte, configurandosi come trasversale ad alcune importanti competenze chiave

  1. competenza digitale (“Le persone dovrebbero anche essere consapevoli di come le TSI – tecnologie della società dell’informazione – possono coadiuvare la creatività e l’innovazione e rendersi conto delle problematiche legate alla validità e all’affidabilità delle informazioni disponibili e dei principi giuridici ed etici che si pongono nell’uso interattivo delle TSI)”.
  2. senso di iniziativa e di imprenditorialità (“in ciò rientrano la creatività, l’innovazione e l’assunzione di rischi, come anche la capacità di pianificare e di gestire progetti per raggiungere obiettivi.”)
  3. consapevolezza ed espressione culturali (“un atteggiamento positivo è legato anche alla creatività e alla disponibilità a coltivare la capacità estetica tramite l’autoespressione artistica e la partecipazione alla vita culturale”).

Pensiero laterale

La creatività è, dunque, importante non solo all’interno della scuola moderna, ma anche nella società stessa.

Si tratta di un fattore dell’intelligenza umana che permette di individuare e risolvere un problema utilizzando il cosiddetto “lateral thinking”, ovvero quello che prevede l’osservazione di una questione sotto diverse angolazioni – e non solo quella canonizzata dalla logica tradizionale.

A parlare per la prima volta di pensiero laterale fu Edward de Bono, studioso della creatività, secondo cui l’approccio logico alle cose non è sufficiente per sviluppare nuove idee nella società: c’è bisogno appunto di un pensiero che scardini i preconcetti radicati e che appaia “illogico” poiché in effetti lo è.

I due emisferi cerebrali

Infatti, più che sulla razionalità, il creativo ragiona per “insight” o intuizioni, percezioni: nessi che saltano alcuni passaggi logici e si basano su quella che Gardner chiama “intelligenza emotiva” o quel che Guilford chiama “pensiero divergente”.

Tale tipo di ragionamento è possibile grazie alla compresenza di due emisferi nel nostro cervello:

  • quello destro, che elabora i dati in maniera sintetica e globale, non spaziale e verbale,
  • e quello sinistro, che invece analizza e svolge funzioni analitiche.

E la creatività è una sintesi del lavoro di “entrambi i cervelli”.

Educare alla creatività

Se dunque la creatività effettivamente coinvolge entrambi gli emisferi, e non solo quello destro, va da sé che essa non è (totalmente) innata, ma è piuttosto un atteggiamento mentale.

Date queste premesse, è dunque importante chiarire una sorta di equivoco che l’immagine della creatività potrebbe indurre: la cosiddetta “pedagogia della creatività” non è quella che implica l’azzeramento delle direttive da parte del docente, per “lasciare libero il discente di esprimersi come meglio crede”.

Ciò può essere vero nei momenti di convivialità e svago, in cui comunque un alunno – un bambino ad esempio – sviluppa delle competenze sociali, ma educare alla creatività è ben diverso.

Educare alla creatività, diversamente da quanto si possa pensare, prevede un programma di studio.

Esso, tuttavia, è sicuramente diverso rispetto a quelli classici perché, anziché focalizzare l’attenzione sui contenuti, accentua la necessità di attuare diversi metodi di apprendimento, che facciano scaturire nel discente reali abilità utili al suo comportamento individuale e sociale: saper parlare, saper decidere, pensare, organizzare ecc..

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