L’impiegato in comando non vanta alcun diritto di mantenimento di tale posizione oltre la scadenza

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Una interessante sentenza del TAR del Lazio interviene sulla questione del comando presso altra amministrazione ricostruendo succintamente il quadro normativo e richiamando alcuni pricincipi che si considerano importanti.

Il fatto

Un docente chiedeva di poter essere comandato presso una data amministrazione pubblica ha così prestato servizio presso tale Autorità con equiparazione del profilo professionale di appartenenza alla qualifica di impiegato di I, primo livello stipendiale, della carriera operativa del personale di ruolo di riferimento. Rappresentva, in particolare, che nel periodo di servizio così prestato ha chiesto l’accertamento dei diritti patrimoniali deducendo il tutto in unico articolato motivo. A sostegno delle proprie ragioni il ricorrente ha ribadito di aver disimpegnato di fatto mansioni proprie delle qualifiche direttive, “svolgendo anche compiti di natura ispettiva”, rivendicando il diritto alle susseguenti differenze retributive ed agli straordinari, questi ultimi da computare sulla base dell’orario di lavoro settimanale del personale docente della scuola media, lamentando che, per effetto della immotivata cessazione del comando, egli avrebbe anche perso l’opportunità di fruire di una procedura di stabilizzazione per essere immesso nei ruoli del personale della Commissione.

La normativa

Il TAR del Lazio con provvedimento del 03/12/2020 N. 12948/2020 rileva che “l’art. 56, d.P.R. 10 gennaio 1957 n. 3, disciplina l’istituto del comando nel pubblico impiego, prevedendo che il dipendente di ruolo possa “essere comandato a prestare servizio presso altra Amministrazione statale o presso enti pubblici […] per tempo determinato e in via eccezionale, per riconosciute esigenze di servizio o quando sia richiesta una speciale competenza”. Caratteristiche indefettibili del comando sono la sua temporaneità e l’interesse dell’Amministrazione ricevente. Quanto alla durata limitata nel tempo, la particolarità del rapporto di comando è la collocazione a termine del lavoratore nell’Amministrazione di destinazione, il che esclude un trasferimento definitivo del dipendente presso l’Amministrazione richiedente, trattandosi così di istituto di per sé precario e non a tempo indeterminato (Cons. Stato, sez. V, 22 aprile 1992 n. 346). Né, poi, il comando implica la cesura del rapporto di impiego in essere con l’ente di appartenenza, trattandosi di utilizzazione temporanea, sicché il rientro presso l’Amministrazione di provenienza non equivale a “cessazione del rapporto” presso l’organo che si è avvalso della prestazione (Cass. civ., sez. VI, 22 dicembre 2011 n. 28519). Quanto, invece, all’interesse dell’Amministrazione ricevente, l’istituto de quo è proprio finalizzato alla sua soddisfazione, con l’effetto che rientra nei poteri di quest’ultima attivarsi ai fini della cessazione degli effetti di tale utilizzazione temporanea del dipendente (Cons. Stato, sez. IV, 30 gennaio 2001 n. 322)”.

Spetta all’Amministrazione decidere se continuare ad avvalersi della figura di comando

“La facoltà di continuare ad avvalersi o meno del personale in posizione di comando costituisce così espressione, tipicamente discrezionale, dell’autonomia organizzativa funzionale della pubblica amministrazione, con la conseguenza che la mancata proroga del comando non necessita di alcuna particolare motivazione, dato che essa sarebbe puramente ricognitiva di una realtà fattuale esplicantesi in re ipsa (cfr. TAR Lazio, Roma, sez. I, 11 aprile 2011 n. 11248; sez. I, 21 febbraio 2007 n. 1547; sez. I, 10 dicembre 1997 n. 2042; TAR Campania, Napoli, sez. I, 25 maggio 1995 n. 164). Del resto, il rientro del dipendente comandato neppure incide sfavorevolmente sulla sua sfera giuridica, dato che si limita a reintegrare una situazione di normalità nell’ambito del rapporto di servizio, modificato eccezionalmente dal provvedimento di comando (cfr. TAR Campania, Napoli, sez. I, 17 luglio 1995 n. 252)”.

L’impiegato in comando non vanta alcun diritto di mantenimento di tale posizione oltre la scadenza

“In definitiva, l’impiegato in comando non vanta alcun diritto al mantenimento di tale posizione oltre la naturale scadenza del provvedimento di avvio o di proroga, né allo stesso compete sindacare le ragioni che inducono l’ente di destinazione a porre termine a quel rapporto. Ciò comporta la radicale infondatezza della tesi di parte ricorrente sulla natura discriminatoria della cessazione del proprio comando presso la COVIP alla data di scadenza del decreto ministeriale che l’aveva da ultimo prorogato, senza che la Commissione si sia attivata per ottenerne un’ulteriore estensione”.

Deve essere il lavoratore a provare la sussistenza delle differenze retributive

“Nel merito delle posizioni giuridiche soggettive azionate poi, si rileva che, in linea generale, il diritto del dipendente a percepire il trattamento retributivo corrispondente alla superiore qualifica è condizionato alla prova da parte dell’interessato che le mansioni di fatto svolte rispecchino in termini di prevalenza quantitativa, qualitativa e temporale le competenze e i contenuti del superiore livello, (ius receptum: Cons. Stato, sez. III, 31 luglio 2018 n. 4730; sez. IV, 18 febbraio 1994 n. 150; Cass. civ., sez. lav., 15 luglio 2019 n. 18901; sez. lav., 19 aprile 2007 n. 9328; Corte app. Roma, sez. lav., 22 febbraio 2019 n. 767; Corte app. Torino, sez. lav., 9 gennaio 2019 n. 656; Corte app., Roma, sez. lav., 8 novembre 2018 n. 4052)”.

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