Lingua dei segni appresa dalla classe: pregevole, ma ci sono reali criticità

di redazione
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di Gianluca Rapisarda – Nei giorni scorsi ho letto con grande piacere su queste stesse pagine della classe di un Istituto tecnico di Faenza che, al fine di comunicare con una compagna non udente e parzialmente non vedente, ha imparato la lingua dei segni.

Si è trattato, evidentemente, di un ” bel regalo di Natale” che permetterà alla ragazza di poter dialogare e confrontarsi con i compagni in un ambiente finalmente più inclusivo e sereno.
Tuttavia, tale pregevole iniziativa mi induce all’amara considerazione che, non di rado, i compagni degli studenti con disabilità del nostro Paese sono spinti ad apprendere la LIS od il Braille non solo per un encomiabile e lodevole spirito di solidarietà e di integrazione, ma anche e soprattutto in quanto “costretti” a causa della mancanza di conoscenze pedagogiche e didattiche adeguate sulle disabilità sensoriali da parte degli insegnanti di sostegno delle loro classi.

La scarsa formazione specifica dei docenti per il sostegno sul Braille e sulla LIS è innanzitutto imputabile all’attuale  esiguo numero degli alunni con disabilità uditiva e visiva (solo il 2,7% e l’1,6% rispetto al totale dei 235000 studenti italiani con disabilità).

Dai numeri di cui sopra, infatti, possiamo facilmente comprendere perché la preparazione fornita agli aspiranti docenti specializzati dagli Istituti di psicologia e di Scienze della Formazione delle Università italiane sia oggi sempre più “indifferenziata” e “generalista”, riducendo a sole poche ore od addirittura unità gli insegnamenti della lingua dei segni, del Braille, della CAA e della Tifloinformatica.

Inoltre, va considerato il fatto non trascurabile che, oggi, il 40% dei 120000 docenti per il sostegno sono “in deroga”, con incarichi precari e neanche abilitati al sostegno e che, prima di tali incarichi, nella maggioranza dei casi, non hanno mai avuto esperienze didattiche con allievi sordi e ciechi.
Ciò significa che quasi la metà dei docenti di sostegno italiani non è “specializzata” ed è priva di una formazione specifica.

La cosa più deludente è che, purtroppo, a quanto pare, neppure la nascitura Riforma dell’inclusione scolastica, preannunciata dal Governo del cambiamento nelle scorse settimane, muterà tale circolo vizioso di insufficienza ed inadeguatezza del nostro sistema, perché continuerà ad insistere colpevolmente soltanto sulla “centralità” del docente di sostegno, a trascurare l’atavico problema dei precari storici e della loro carente formazione specifica e, da ultimo ma non certo ultimo, a dimenticarsi ancora una volta dell’assoluta indifferibilità del “sostegno del contesto” (potenziamento dei CTS, creazione al loro interno di appositi “sportelli” dedicati alle singole disabilità, centri di consulenza pedagogica e didattica e riconoscimento giuridico della figura dell’assistente alla comunicazione).

E tutto questo in barba al principio del “sostegno diffuso”, sancito dalla nostra avanzatissima  legislazione scolastica, dal modello “bio-psico-sociale dell’ICF e dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, che sta alla base dell’autentica cultura dell’inclusione.
Consigliere della Federazione Nazionale delle Istituzioni Pro Ciechi

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