Liceo e istituti quadriennali? “Come riforma Università 3 + 2, uguale a zero” [INTERVISTA]

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I licei e gli istituti tecnici quadriennali? A qualcuno ricordano il famoso “3 più 2” universitario. Tre più due uguale zero, per la precisione, stando alle contestazioni che erano seguite alla riforma universitaria volta a creare le cosiddette lauree brevi.

Arrivano quotidianamente notizie di opposto tenore in merito alla decisione dei singoli collegi docenti degli istituti di scuola superiore di partecipare o meno al bando ministeriale volto all’istituzione di percorso abbreviati quadriennali da attivare già a partire da settembre 2022 all’interno degli istituti.

Molti collegi hanno bocciato la proposta, messa all’ordine del giorno dopo la pubblicazione del frettoloso citato bando che ha dato dei tempi molto ridotti per decidere, dando in questo modo credito soprattutto alle preoccupazioni circa la futura perdita di posti di lavoro ma anche alla inopportunità di appesantire la giornata di impegno degli studenti che si ritroverebbero a fare in quattro anni le ore di lezione attualmente spalmate su cinque, sia pure considerando la mini rivoluzione didattica che sarebbe indotta dall’istituzione del percorso innovativo.

Altri collegi hanno invece aderito con entusiasmo al bando e ora attendono solo di verificare se la proposta sarà accettata dal ministero: è il caso dell’Istituto Einaudi di Bassano del Grappa, in Veneto, di cui abbiamo parlato nei giorno scorsi. Ma, come detto, la novità ha fatto storcere il naso a molti operatori scolastici. Non si tratta solo di docenti che nei loro gruppi di discussione sui social prendono le distanze dai percorsi quadriennali, ci sono anche dirigenti scolastici che non vedono di buon occhio la novità.

È il caso di Alfonso D’Ambrosio, dirigente scolastico dell’Istituto comprensivo di Vo’ Euganeo, sempre in Veneto, siamo nel Padovano, che ha redatto e pubblicato un duro intervento dal tono sarcastico sulla sua pagina Facebook nel bel mezzo delle Festività natalizie. “È Santo Stefano, è domenica – spiega D’Ambrosio a Orizzonte Scuola – e mi ero ripromesso di non parlare di scuola, però in sogno, come avviene agli innovatory della scuola che si inventano le cose prima sui social e poi le portano in classe , mi è apparsa una visione e così ve la racconto: facciamo la scuola superiore invece che in 5 anni, in 4 anni.

Poi vado a cercare su Google e scopro che questa cosa l’hanno già fatta”. E come? “Leggo che si dice, prosegue il dirigente: Non si tratta di scorciatoie e non ci saranno «sconti»: i corsi di studi dovranno infatti assicurare agli studenti il raggiungimento degli obiettivi specifici di apprendimento e delle competenze previsti, per il quinto anno di corso, entro il termine del quarto anno”.

Restano ferme anche le disposizioni sugli esami di Stato e il rilascio dei titoli di studio finali.  “Insomma, mi pare di capire, da ignorante – precisa D’Ambrosio – che quello che si faceva in 5 anni, ora si compatta in 4 anni. Si riempie la testa allo stesso modo, tranquilli, semplicemente per farvi arrivare prima al mercato del lavoro (quale?) o all’università (ehi ragazzi sapete che potete prendervi le lauree online pagando e semplicemente facendo esami con domande a crocette?) vi faranno fare lo stesso numero di ore di 5 anni, in 4 anni. Gli obiettivi sono gli stessi! Che grande cosa! Però leggo: si potranno fare laboratori in più e scegliersi il proprio percorso: ma non si può fare già ora? Ma tranquilli. i vostri docenti si chiameranno sempre allo stesso modo, la lavagna sarà sempre la stessa e gli strumenti di laboratorio che avete ora saranno sempre uguali”.

A questo punto, insiste D’Ambrosio, “perché non fare i 5 anni della primaria e i 3 delle medie iniziando a 3 anni? Ci ritroveremo ad avere persone diplomate già a 15 anni. A 5 anni sapranno le tabelline e a 10 faranno il latino, per la gioia di Mastrocola”. Il riferimento è alla docente e scrittrice Paola Mastrocola e al libro “Il danno scolastico” scritto assieme a Luca Ricolfi. “E pazienza se ne perdiamo qualcuno per strada. Intanto abbiamo fatto innovazione – prosegue l’ironia del preside D’Ambrosio – Detto questo. la cosa che mi ha svegliato dal sogno è che tutto questo avviene già, ma avviene in un modo che mi lascia basito: le scuole si sono ingegnate. Percorsi quadriennali colorati e luccicanti con nomi roboanti. Indirizzo con big data. Curvatura verso l’eco sostenibilità. Economia circolare.

Percorso su agrifood e tanto altro… Eppure gli insegnanti sono gli stessi, anche gli arredi sono gli stessi. E probabilmente anche qualche libro di testo e cattedra rimarrà uguale. Basta davvero cambiare un nome e accorciare di un anno un corso di studio per cambiare la scuola? Pensate che indossare un vestito diverso ci possa rendere migliori e farci apparire più magri o più sensuali? Dite che forse la soluzione era tutta qui? Cambiare nomi con qualcosa di luccicante? Dite che far passare l’idea che si possano riempire le teste di cose in 4 anni invece che in 5 fa molto alla moda? Ah ecco. Ripenso alla scuola della nostra Costituzione.

Alla scuola dove ogni studente debba avere le stesse opportunità, nel rispetto dei suoi tempi, dove le cose non si imparano facendole in meno tempo e allo stesso modo, ma nei giusti tempi di ognuno e in modi diversi. Mi perdo dentro le locandine e gli open day luccicanti di queste sperimentazioni quadriennali e penso che questa scuola opulenta, dove si cambiano i nomi per fare innovazione, a me non piace. Penso a don Milani, quando, qualcuno mi dirà che erano tempi diversi, pensando che il sapere poteva essere uno strumento di emancipazione, affermava di “voler educare le bambine per farne figliole intelligenti, furbe, sveglie, capaci di difendersi, di guadagnarsi il pane..” e, aggiungerei io, di scoprire le proprie potenzialità. Penso che la scuola dovrebbe interrogarsi su dati ed evidenze e riscoprire la sua autonomia come un atto di responsabilità verso il territorio vicino, declinano le sue scelte in insegnamenti, metodologie, azioni.

Dovrebbe? “Ma si può fare già – conclude D’Ambrosio – Penso che alla dispersione scolastica, ad una scuola aperta a tutti del dettato costituzionale, si debba rispondere con dati ed evidenze e non con sperimentazioni avviate in 1 o 2 mesi. Penso che non è la scuola della quantità.. 1, 3 o 4 o 5 anni, che ci renderà più europei. Ma è la scuola della qualità, inclusiva, responsabile, dove la pedagogia e la ricerca non sono nuove discipline, una scuola che costruisce e si interroga con dati ed evidenze e con percorsi collegiali interni autonomi che possa renderci migliori ed è con questa scuola che l’Europa ci prenderà a modello”.

“Torno a dormire – conclude il dirigente – e chissà che mi capiterà qualche altro sogno”. Ed ecco l’allusione all’università e alla sua contestata riforma dei percorsi: “ricordate quando si cambiarono i corsi di laurea da 4 a 3+2? Alla fine gli studenti rimanevano indietro lo stesso, perché i curricoli erano uguali e i prof gli stessi. Non è cambiando numeri o mettendosi etichette luccicanti e nomi strani che si cambiano le cose e si posseggono competenze nuove”.

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