Libri di testo: il fai-da-te non può essere anarchico. Parla Giorgio Palumbo, Presidente gruppo educativo AIE

di redazione
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di Eleonora Fortunato – Al ministero dell’Istruzione lo hanno accusato di essere ‘gentiliano’, ma Giorgio Palumbo, ai vertici dell’Associazione Italiana Editori, risponde con una battuta e dice: “Non si tratta di essere ‘gentiliano’ o ‘profumiere’. Ben venga il pluralismo, ma per competere dobbiamo essere tutti alla pari. Poi non è dimostrato da nessuna parte che il digitale debba produrre un risparmio”.

di Eleonora Fortunato – Al ministero dell’Istruzione lo hanno accusato di essere ‘gentiliano’, ma Giorgio Palumbo, ai vertici dell’Associazione Italiana Editori, risponde con una battuta e dice: “Non si tratta di essere ‘gentiliano’ o ‘profumiere’. Ben venga il pluralismo, ma per competere dobbiamo essere tutti alla pari. Poi non è dimostrato da nessuna parte che il digitale debba produrre un risparmio”.

Nel sentire comune gli editori di libri scolastici italiani sono sempre più visti come sciacalli che hanno speculato per anni sulle spalle delle famiglie italiane, costrette ad acquistare edizioni aggiornate che di nuovo avevano solo la copertina o tomi resi pesantissimi da apparati inutilizzati. Poi, complice la rivoluzione del 2.0, il loro monopolio è stato messo in crisi dall’urgenza di passare dal libro cartaceo a quello digitale in una vera e propria corsa contro il tempo che ha imposto loro una riconversione rapidissima, e soprattutto dal fai-da-te, con gli stessi docenti che diventano autori dei supporti per gli apprendimenti degli allievi, che tanto è piaciuta agli ultimi ministri (nella legge 104 si dice ormai espressamente che l’adozione di libri di testo non è obbligatoria, cosa peraltro già prevista dalla normativa sull’autonomia scolastica). Così adesso – dice sempre il sentire comune – le case editrici si affannano a salvare il salvabile a colpi di ricorsi.

In realtà dopo il decreto con cui il ministro Carrozza a settembre ha rallentato di un anno, rispetto a quanto aveva stabilito il suo predecessore, il passaggio al libro interamente digitale e dopo le misure contenute nella legge di stabilità per le detrazione fino a 2000 euro per l’acquisto di libri (1000 solo per quelli scolastici e universitari), gli editori italiani potrebbero starsene un po’ più tranquilli, invece continuano ad avere molti motivi di perplessità e a chiedere al Miur chiarezza e regole uguali per tutti. Una cosa la chiediamo però prima di tutto a loro, rappresentati da Giorgio Palumbo, Presidente del Gruppo educativo  dell’Associazione Italiana Editori: come mai le case editrici anziché cavalcare la possibilità del cambiamento l’hanno ostacolato?

“Questo non è vero, adesso che anche l’Ocse l’ha certificato, posso affermare serenamente che il ritardo del nostro Paese in questo ambito è da imputare ai mancati investimenti in banda larga, i libri di testo sono l’ultimo anello. Non sono stati gli editori italiani a frenare il cambiamento. Le nostre case editrici hanno ampliato l’offerta digitale con oltre 17000 opere in formato misto e altre 5000 in formato esclusivamente digitale. Nonostante questo la domanda da parte delle scuole è diminuita proprio perché impreparate dal punto di vista infrastrutturale. Il problema non è quindi nell’insufficienza dell’offerta, quanto più nell’incapacità delle istituzioni di governare questo cambiamento epocale come una rivoluzione antropologica, mentre è passata l’idea che il passaggio al digitale sia imposto dalla necessità di un risparmio. Eppure non è dimostrato da nessuna parte che il digitale debba produrre un risparmio”.

Beh, questo sillogismo è stato messo nero su bianco in primo luogo dal ministro Profumo, che nel suo decreto, corretto poi dal ministro Carrozza a settembre, parlava di abbattimenti dei costi intorno al 20-30% e anche oltre col passaggio delle classi interamente al digitale.

“Passare al digitale non significa traslocare i contenuti dalla carta al pc, in più voglio segnalare una perversione del nostro sistema fiscale, che mentre prevede per i libri cartacei un’Iva del solo 4%, impone a quelle digitali una tassa del 22%. Va ancora esplicitato se i tetti di spesa saranno al netto o al lordo dell’Iva: in quest’ultimo caso l’imposta non sarebbe sul consumatore, ma si trasformerebbe in un’accisa a carico dei produttori con un abbattimento dei costi finali del 50%, ma questo non siamo disponibili ad accettarlo”.
“Non è mai stato dimostrato – prosegue – che i tetti possano scendere in maniera significativa col passaggio al digitale. Immaginare un prodotto professionale su supporti interamente virtuali significa utilizzare nuovi strumenti, immagini in movimento, filmati, e dietro a tutto questo ci sono, per esempio, i diritti d’autore”.

Certo, però questa è l’era di you tube: il fai-da-te magari propone un prodotto meno accattivante dal punto di vista estetico, ma se rispetta le indicazioni nazionali e aiuta a garantire livelli di istruzione standard in tutto il Paese, perché no?

“Noi non siamo a priori contro il fai-da-te, è giusto che si possa scegliere tra un prodotto professionale e uno più ”artigianale”. Saranno i collegi dei docenti a optare per l’uno o l’altro. Certo dobbiamo rilevare che in questo momento di passaggio non stiamo concorrendo ad armi pari: mentre una casa editrice è costretta a presentare un intero piano editoriale di un libro di testo a un docente perché possa valutarne l’adozione, sopportando anche il rischio che questa non avvenga, il fai-da-te può presentarsi con solo il 30% dei contenuti sviluppati. Le tradizionali offerte editoriali, poi, si confrontano apertamente su un libero mercato. Lo stesso non può invece affermarsi per le cosiddette autoproduzioni che, fino adesso, sono sfuggite alle regole del mercato adozionale e sono contrassegnate da una assoluta mancanza di trasparenza. Inoltre, al ministero hanno fatto bene i calcoli su chi dovrà sopportare i costi per la produzione dei libri? Quali voci verranno rendicontate? Come si individueranno i docenti autori e validatori dei contenuti?”

E’ indubbio che il Book in progress, per citare una delle sperimentazioni più note e meglio riuscite, piace ai cittadini e piace anche ai ministri…

“Eh già, proprio al Ministero mi sono sentito dire di essere ‘gentiliano’ per non conoscere a fondo la legge sull’autonomia delle scuola, invece vorrei ribadire il mio favore verso il pluralismo, purché però si configuri in un sistema di regole che devono valere per tutti. Dobbiamo poter competere tutti alla pari”.

Abbiamo chiesto anche al ministero un’intervista su questa complicata materia, ma per adesso tutto ancora tace.

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