Lezioni virtuali al tempo del Coronavirus, “ecco come abbiamo fatto”. Intervista alla dirigente Amanda Ferrario

Un dubbio scolastico al tempo del Coronavirus: “Rimanere chiusi come qualsiasi altra scuola o inventarsi le classi virtuali perché siamo una scuola innovativa?” Gli studenti dell’Istituto “Tosi” di Busto Arsizio, in provincia di Varese, hanno voluto fare pure un cartello autostradale, virtuale anche quello, per testimoniare il proprio entusiasmo.

L’idea di ovviare alla chiusura della propria scuola con l’attivazione repentina delle classi virtuali che garantiscono il collegamento da casa tra professori e studenti per lo svolgimento delle lezioni è un successo.

’istituto tecnico economico internazionale “Tosi”, diretto dalla preside Amanda Ferrario, ha 72 classi, è sede di una sezione quadriennale con due buone maturità alle spalle, ospita anche un serale e un Its, è capofila nazionale nella formazione metodologica.

Lunedì mattina, nei giorni immediatamente successivi all’ordinanza regionale lombarda diretta a contrastare il contagio dell’infezione planetaria che tanto sta spaventando, e i cui focolai non sono lontanissimi, è iniziata una settimana speciale per i duemila studenti e i duecento docenti dell’Istituto. Invece di restare a casa senza far nulla o per studiare i compiti assegnati dai docenti come succede un po’ ovunque, dove le scuole sono chiuse per l’epidemia, gli studenti hanno continuato a fare regolare lezione grazie alla tecnologia, alla quale questa scuola non è nuova.

Domenica pomeriggio, quello precedente la chiusura, la dirigente e i docenti, frastornati dall’ordine di chiusura, hanno ritenuto non fosse giusto privare gli alunni del servizio scolastico e così hanno deciso di attivarsi per mettere a frutto quello che sanno fare.

La scuola deve continuare, hanno pensato. E cosi, alle otto di lunedì mattina, tutti in classe, per modo di dire. Tutti i professori hanno fatto l’appello, ogni ora, e poi via con le lezioni. Dalla cameretta, qualcuno si fa vedere con le ciabatte, qualcuno in magliettina, in cucina, con il lavello e i piatti sullo sfondo.

Tutta l’ora in collegamento, grazie al supporto di varie piattaforme, quali Office 365, Teams, House party, Instagram, poi il solito intervallo, anzi due, come al solito. La campanella virtuale? “Stiamo cercando di inserirla”, sorride la preside Ferrario, al suo primo anno di servizio come dirigente in questo istituto, proveniente dalla precedente direzione del liceo classico “Tito Livio” di Milano.

Chissà quanti assenti all’appello, preside Ferrario…

“No. Abbiamo avuto un tasso di assenze del 2 per cento, come al solito. E gli studenti si sono mostrati interessati ed entusiasti, tanto che hanno pure chiesto di poter proseguire la lezione anche nel pomeriggio. Quanto alla campanella ci stiamo attrezzando, non è difficile”.

I ragazzi erano già svegli e vestiti alle 8?

“Alcuni erano in ciabatte, altri con la maglietta, qualcuno in cucina, si vedevano i piatti alle loro spalle. Al di là di questo aspetto, peraltro molto simpatico, aprire la scuola e continuare a far lezione è stata una scelta etica e anche un messaggio di serietà verso i nostri ragazzi ai quali va fatto capire che le cose hanno un valore”.

E’ stato difficile partire con questa esperienza?

“Non siamo nuovi a questo tipo di didattica digitale. La facciamo quotidianamente da anni. I nostri docenti sono molto competenti preparati, alcuni sono formatori”.

Siete fortunati

“Sì e no. Qui c’è un grande senso di appartenenza e di comunità. E’ una scuola, la nostra, vissuta come un’istituzione capace di creare occasioni per tutti, i docenti e gli studenti sono compatti”.

Come si è strutturata la cosa?

“L’esperienza è nata lunedì mattina. A seguito dell’ordinanza, con il mio gruppo di vicepresidenza ci siamo detti che non sembrava vero il fatto di non andare a scuola per tanto tempo. Allora ci siamo chiesti che cosa fare e abbiamo deciso di usare la tecnologia per fare scuola a distanza, visto che l’abbiamo e la sappiamo usare. Dal giorno dopo, lunedì, abbiamo fatto scuola, dalla prima all’ultima ora, con appello a tutte le ore. Ogni docente vede i ragazzi, ha un ambiente di apprendimento per la propria classe virtuale. E’ un’area di lavoro nella quale è possibile caricare materiale di ogni tipo, i video, i lavori di gruppo, gli esercizi. Gli studenti li risolvono e poi li caricano, poi si condividono alla lavagna virtuale, quindi tutti vedono tutto. E’ una lezione a tutti gli effetti. Tutti possono interagire reciprocamente”.

Gli studenti stanno attenti?

“Guardi, sono andata ad assistere a una lezione di matematica, erano attentissimi. E’ pur vero che stando a casa non si influenzano tra di loro”.

E come hanno reagito? Non si sono sentiti ingelositi o infastiditi da questa iniziativa? Magari contavano di starsene tranquilli a casa, come tanti altri. E le famiglie?

“Macché. Gli studenti hanno fatto tranquillamente lezione e poi hanno pure chiesto di fare di più, nel pomeriggio, si sono davvero appassionati. Lunedì, mentre facevano lezione, i ragazzi dell’indirizzo Sia (Sistemi informativi aziendali, ndr) hanno dato suggerimenti ai docenti, perché contenti. Uno ha detto: è una bomba, ci penso io a fare un’implementazione. Poi hanno creato quel cartello stradale virtuale, che la dice lunga sulla loro soddisfazione. Quanto alle famiglie, noi abbiamo spiegato loro il nostro progetto, e hanno reagito in maniera propositiva”.

E i docenti? Tutti soddisfatti?

“Guardi, avevo dei docenti che mi avevano giù chiesto un permesso per stare a casa per esigenze di famiglia dovendo tenere i figli piccoli che sarebbero stati a casa per il Carnevale romano. Ma una volta a casa e avendo saputo poi delle classi virtuali, hanno poi rinunciato al permesso e hanno fatto lezione”.

Ci sono state difficoltà?

“In realtà no, nessuna difficoltà. Abbiamo voglia di migliorare e di implementare, abbiamo fatto dei tutorial per l’utilizzo della piattaforma, nonostante abbiamo duemila studenti la connettività è stata ottima”

Secondo lei la vostra esperienza è replicabile? Non tutte le scuole d’Italia hanno la banda larga, una connessione seria, le piattaforme che ci sono qui. I problemi altrove sono tanti

“Fino a un certo punto. Noi abbiamo tante piattaforme. Abbiamo usato anche Instagram oppure quella del registro elettronico. Chi è che non ha un cellulare a casa? Quella che manca è semmai la formazione dei docenti. Manca la consapevolezza. E’ vero che servono gli investimenti ma abbiamo una tecnologia che dobbiamo imparare a conoscere, poi a mano a mano si sviluppa. E’ come avere una Ferrari e non usarla. Eppure si aprono grandi orizzonti. Si pensi alle grandi emergenze, ai terremoti, al crollo del ponte Morandi, che ha diviso l’utenza studentesca in due, al ragazzino malato fermo a casa per una banale influenza o che si trova momentaneamente all’estero. Si pensi agli studenti meritevoli, non necessariamente della stessa scuola, che possono fare approfondimento. Si possono mettere insieme in tutta Italia e si può fare rete, si possono sviluppano i talenti. Ma ci vuole la voglia di farlo. Il docente non può entrare in una classe virtuale come se entrasse in una classe normale. Però ormai tutti abbiamo gli strumenti. Il cellulare che abbiamo in mano fa delle cose incredibili. Si lavora in maniera diversa e certo partire dall’oggi al domani è difficile, va spiegata bene ai docenti, che devono sapere cosa si deve fare. Da parte loro ci dev’essere la disponibilità alla formazione”

Siete stati contattati da qualche altra scuola?

“Abbiamo creato una task-force con docenti che potranno dare informazioni, ci possono contattare altre scuole, anzi ci hanno già contattati alcune scuole siciliane, una di Pozzallo, per sapere cosa fare se la scuola dovesse chiudere anche laggiù. Si può partire con poco. Ho visto scuole, anche al Sud, con milioni di euro investiti in strutture. Al Sud c’è stato il primo Pon in assoluto, anni orsono. Poi un altro Pon, e in quell’occasione hanno concesso la rete VLAN (Virtual Local Area Network, ndr) ma poi la scuola non ha risposto. Invece ha risposto ai Pon successivi per avere gli ambienti digitali. Ma che te ne fai dell’ambiente digitale se non hai la rete? Bisogna sapersi muovere e scegliere ciò che è compatibile con le esigenze della propria scuola”.

Il Ministero, proprio per fronteggiare l’emergenza, sta predisponendo delle linee guida per le lezioni a distanza. Che cosa ne pensa?

“Sono d’accordo. Siamo stati chiamati al tavolo via Skype durante la conferenza. Se lo stato di emergenza sanitaria si dovesse prolungare non si può pensare di interrompere le lezioni. Può anzi essere uno spunto per svecchiarci, mi passi il termine. E’ un impulso che deve arrivare a tutti”.

Quale sentimento riesce a suscitare il fatto di avere potuto aprire la scuola, sia pure virtuale, in un momento in cui si chiede di chiudere?

“Aprire la scuola a distanza è stato un lavoro etico. Ci stiamo prendendo cura della società e questo ha una grande valore sociale e etico. E se lo facciamo con loro avremo domani duemila cittadini che sicuramente si prenderanno cura di noi, quando saremo anziani, e dello Stato in maniera diversa. Vede, potevamo starcene tranquillamente a casa, dopo l’ordinanza di chiusura, però è questo il messaggio che volevamo dare. L’idea è quella di prenderci cura della nostra società senza aspettarci che altri lo facciano, ma farlo noi. Un conto è predicare, un altro è fare: gli strumenti li abbiamo tutti, non dobbiamo aspettare che siano gli altri a dirci come fare. La scuola è chiusa perché c’è un’emergenza sanitaria ma questo non significa che non si debbano fare lezioni a distanza e non me lo deve dire il ministero che cosa fare, noi siamo dirigenti, non dobbiamo dirigere il traffico. Il cambiamento avviene se si decide di volerlo attuare. Qui c’è un prendersi cura, insisto, e quando si dà, anche i ragazzi danno”.

Che cosa risponde a chi paventa dei rischi in merito al fatto che le lezioni a casa potrebbero rosicchiare via via i diritti sindacali e creare lavoro sommerso non pagato?

“Un docente serio e preparato che faccia lezione online, cioè in didattica a distanza, o che la faccia in classe, arriva in classe preparato, quindi la lezione per i propri studenti la prepara, a maggior ragione oggi che abbiamo delle nuove metodologie che sono completamente diverse rispetto a quelle di solo dieci anni fa, non dico quelle di vent’anni fa, che ovviamente impongono una preparazione diversa perché diversi sono gli studenti.

Nel contratto collettivo nazionale di lavoro c’è scritto che le ore di lezione sono 18 per le scuole medie e superiori, 22 e 24 per le scuole elementari e dell’infanzia ma in più tutto il tempo necessario per la preparazione della lezione, la correzione degli elaborati e la gestione di quella che è l’unità di lezione di sé e per sé. Ecco, io dico che i diritti dei lavoratori vanno anche commisurati al tipo di lavoro che si fa.

Non dimentichiamo che c’è anche il rovescio della medaglia. I docenti hanno un numero di ferie che è 32 giorni l’anno più 4 giorni per festività soppresse ma non sono in servizio ogni qualvolta non c’è attività didattica. Quindi a questi 32 giorni più 4 si aggiungono tutti periodi di Natale e Pasqua, tutti i ponti, i giorni di interruzione a giugno, quando la scuola chiude, se il docente non è impegnato negli esami, a fronte di sei settimane effettive di ferie che si godono dalla fine di luglio fino a tutto agosto.

Ecco, non si deve guardare solo in un senso ma anche nell’altro. Tutte queste ore e giorni di attività che non sono comunque richieste ma che sono comunque pagate forse compensano un po’ anche sulla preparazione delle lezioni che è giusto e sacrosanto fare perché siamo dei professionisti e in aula non si va impreparati o senza aver predisposto un lavoro serio. Direi che i sindacati oggi dovrebbero anche in qualche modo ammodernarsi e valutare i pro e i contro di un lavoro importante e di una professione importante che fin quando non recupera la propria dignità e la propria autorevolezza anche in queste cose, ma si perde nel cavillo della piccola ora, pagata o non pagata, forse ha perso moltissimo. L’altro tema grosso che quella formazione. La formazione seria e costante dovrebbe essere parte obbligata del percorso dei docenti”.

La formazione non c’è?

“C’è, nel senso che nella legge 107 del 2015 c’è il diritto-dovere alla formazione, ma non c’è la quantificazione del numero di ore. Ed essendo un diritto e un dovere, come tutti i diritti-doveri si esercitano o non si esercitano a seconda del fatto che lo si interpreti come un diritto o come un dovere. Ma io non andrei mai da un medico che ha preso la laurea trent’anni fa e che non fa più formazione o da un avvocato che non conosce la norma e spesso e volentieri la loro formazione è obbligatoria e a carico personale. Ecco, questo è un tema importante: la formazione in servizio andrebbe molto a compensare anche la preparazione di lezioni, le verifiche o anche le nuove metodologie di insegnamento. Se poi si facesse anche rete e si imparasse anche a lavorare insieme, tutta la fatica che si fa e che si condivide sicuramente dimezzerebbe il tempo di lavoro perché un conto è lavorare da soli come siete abituati a fare purtroppo nella scuola e un conto è mettersi a operare per gruppi e dipartimenti di discipline affini che condividono anche materiali, metodi e strumenti: avremmo più equità nell’insegnamento, maggiore collaborazione e anche una diminuzione del lavoro”.

E ai tanti docenti che leggendo questa intervista le contestassero i costi delle connessioni da casa, a carico dei docenti, a fronte di stipendi che sono bassissimi?

“Sarebbero contestazioni pretestuose: volendo, c’è la carta del docente. Invece di usarla male, usiamola bene”.

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