Lezione frontale, roba d’altri tempi? Lettera

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Inviato da Andrea Ceriani – “Basta, abbattiamo la lezione frontale, roba da medioevo!” Il grido euforico e rivoluzionario dei sostenitori del cambiamento continuo e ad ogni costo ha attraversato quasi tutta la mia vita scolastica. A partire dagli anni della prima formazione e, più ancora, nei tanti anni di docenza ( anche quella è formazione).

Innumerevoli gli attacchi, da ogni parte, contro questa metodologia arcaica e anti-educativa ( così ritenevano e ritengono i sapienti ). Aggressioni a volte violente e decise. Ad ogni colpo qualcosa venivano distrutto, ma molto rimaneva, il cuore coriaceo della tanto vituperata ‘lezione frontale’ continuava pulsare. Pervicacemente le imponenti e convinte guerre per distruggerlo continuavano senza sosta con più vigore e con armi sempre più potenti e sofisticate. Il nemico sembrava non cadere. Solo apparenza. Lentamente ma inevitabilmente, perdeva, giorno dopo giorno, forze energia, vitalità. Non riusciva più a rintuzzare i colpi letali del progresso. Alla fine la resa.

Ora, forse, finalmente, dopo tante lotte, siamo arrivati ( o così di crede ) alla sua sospirata caduta.
Il rapido perfezionamento e sensibile miglioramento dell’informativa ha sparato il colpo finale contro un ‘metodo’ di insegnamento ormai obsoleto e retrogrado ( si dice).

Ora il lavoro è compiuto. Grazie anche al covid e agli ambiziosi e ‘obbligatori’ progetti didattici del P.N.R.R., una vera e propria corrente impetuosa e costante di innovative metodiche educative ha invaso e conquistato la scuola ( almeno sulla carta ), seppellendo la museale o ostile ‘lezione frontale’.

Ci stiamo riferendo soprattutto al Flipped ( non flipper, mi raccomando!) classroom, una specie di scuola capovolta che prevede lezione a casa ( studenti autodidatti e responsabili) e, a scuola, una non ben precisata attività libera e creativa, per non parlare ( purtroppo dobbiamo farlo) del connected learning environment, una sorta di metaverso ( o eduverso ) atto a costruire ambienti fisici e digitali di apprendimento (insomma una didattica immersiva), e della volontà di trasformare le scuole in laboratori per le professioni digitali.

Si potranno miracolosamente costruire ‘veri’ spazi virtuali per l’apprendimento.
Da giovane studente il professore di scienze, per farci conoscer la natura, ci portava in un giardino vicino alla scuola. Ora non sarà necessario muoversi, sarà tutto più facile e artificiale. Una grande conquista!
E’ nata così la Next Generation Classrooms ( non si può dire in italiano?) un reale passo avanti nelle tecniche educative. Anche se, per essere concretamente attuata, una tale rivoluzione necessita di un radicale cambiamento delle metodologie e delle tecniche di apprendimento e insegnamento.
In soffitta, dunque, il tarlato metodo frontale? Sì, ma non subito.

Sinceramente, io ( non si dovrebbe usare io), vecchio docente ( vecchio ma non abbastanza per la pensione), sono un po’ preoccupato di tutta questa effervescenza d’animi e incontrollabile entusiasmo verso il nuovo ( valido e no che sia ), disorientato di fronte al futuro che avanza così speditamente e il mio timore diventa più palpabile quando sento parlare non di docente, ma, bensì di registra, animatore, saltimbanco, assistente, guida, cooperatore e altro ancora.
Che fine faranno i docenti?

D’altronde, lo ammetto, mi conforta sapere che gli artefici di un tale cambiamento hanno contezza delle difficoltà da superare e,comunque, sono ben a conoscenza che si deve procedere senza indecisioni ma con la giusta cautela e la dovuta calma (“Adelante Pedro, con judizio”).
Non è ‘cosa’ realizzabile in una giornata!

Mi tranquillizzano ancora le regole, elaborate dai saggi della tecnologia avanzata, riguardo la valorizzazione della tecnologia nella scuola ( e non solo ). Quasi dei dogmi ( osservabili?), scolpiti sulla tastiera di ogni computer, tese ad avvisarci, anzi, ordinarci di non sostituire la realtà virtuale con la vera e a sottolineare con fermezza che mai dobbiamo ubbidire alla macchine. Ricordano, alla lontana, alle tre regole fondamentali del mondo dei robot di Asimov.

E la nostra umiliata ‘lezione frontale?
Corre obbligo presentare, sinteticamente, due osservazioni: La lezione frontale non è e non è mai stata qualcosa di immobile, ripetitivo e sempre identico. Un monolite intoccabile. Il professore trasmette nozioni e i discenti subiscono passivamente ( stereotipo accettato acriticamente da tutti, o quasi). Nel corso del tempo ha assunto forme e aspetti diversi, seguendo le istanze dei giovani e le inclinazioni didattiche dei docenti. Pensiamo soltanto, per chi ha buona memoria e tanti anni , all’iniziativa del giornale in classe (con conseguente dibattito tra i ragazzi ) e alle polemiche e i confronti che si scatenarono su questa novità di un tempo.

Inoltre, la seconda osservazione, la lezione frontale può essere sinonimo di libertà didattica per il docente. ( art. 33 della Costituzione. Libertà nell’insegnamento ) e può aprirsi a diverse esperienze educative ( autovalutazione, lavori di gruppo, ricerche, dibattiti in classe, collaborazione tra docenti e discenti ), anche a quelle più avanzate relative alla realtà virtuale.

Comunque alla fine, nell’arco della giornata di studio, ci deve essere un momento in cui gli allievi siano seduti, attenti, silenziosi e guardino , tutti concentrati, il docente in cattedra.
Anche poco tempo, per dare la possibilità al professore di chiarire, riassumere, suggerire, indicare, tracciare il punto del processo di crescita o, semplicemente ( a fine giornata scolastica, al suo tramonto) effettuare un bilancio di quanto fatto, quanto appreso quel giorno e introdurre il lavoro che si dovrà fare l’indomani.

Almeno così mi sembra. Ma forse sono cose d’altri tempi.

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