Lettera di una Docente POSITIVA AL COVID-19

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Inviato da Giovanna Piglialarmi – Mi chiamo Giovanna, ho 33 anni, sono una Docente di Arte e Immagine nella scuola secondaria di I grado, e da mercoledì 11 novembre ho scoperto di essere positiva al Covid-19, in seguito a tampone molecolare.

Premesso questo, cercherò di spiegare tutta la storia in poche righe. Prima di approdare all’insegnamento, ed in attesa di qualche supplenza – che, con il sistema scolastico italiano, ha sempre tempi molto biblici – ho svolto diversi lavori, come del resto la maggior parte delle persone. Ho lavorato in settori pubblici e privati, sempre con dedizione, rispetto, impegno e sottopagata, nonchè sottovalutata in alcuni ambiti perchè donna! (ma non importa, prima o poi anche questo buco nero verrà riempito, sono fiduciosa!). Quando arriva la grande possibilità, cioè un contratto a tempo determinato per un solo anno scolastico, compio la pazzia di lasciare un lavoro a tempo indeterminato nel settore privato. Del resto, l’arte, la lettura, i colori, il cinema e la cultura (i settori attualmente chiusi perchè non indispensabili – a detta del Governo) sono sempre stati il mio interesse principale.

Tra mille paure decido di fare questo passo, supportata anche dalle persone a me care, che ho avuto vicino, incluso i detrattori.

Da quel giorno, insegno con continuità annuale da 4 anni e non me ne sono mai pentita, nonostante le difficoltà umane, emotive ed economiche.

Non sto qui a dilungarmi su quanto sia difficile questo lavoro e chi non è dentro, giudica solo ciò che vede senza sapere nulla. Ma ormai questi discorsi sono ridondanti, quindi arrivo al sodo. Nel mese di Febbraio 2020, la pandemia era alle porte. Nell’ultima settimana del mese, a scuola, abbiamo svolto l’incontro collegiale con le famiglie, quel momento in cui incontri i genitori dei tuoi allievi e parli con loro mostrando e dimostrando l’andamento didattico e disciplinare dei loro figli. Alla fine della giornata, con un gruppo nutrito di colleghi, decidiamo di andare a cena. Durante questo momento di relax, qualcuno apre l’argomento Cina-Virus-Wuhan. Si chiacchiera, si ipotizza, si scherza. Divento triste e dico: “Colleghi cari, stiamo attenti perchè Wuhan non è lontana, arriverà anche qui perchè la situazione è grave!”. I colleghi, scherzosamente mi dicono che io sia la solita esagerata. Dopo neanche 15 giorni, a partire dalle regioni del Nord Italia, inizia la chiusura totale, il tanto nominato lockdown. Era il 5 marzo. Io vivo in Piemonte, in provincia di Torino, a Volvera, una delle regioni più colpite, attualmente zona rossa. Inizia la conosciuta DAD (didattica a distanza). Nonostante le polemiche e la disinformazione, noi docenti abbiamo lavorato almeno 12 ore al giorno, e chi come me che ha 9 classi anche 16/18 ore, attaccata ad un PC. Passati questi mesi infernali arriva l’estate, la curva epidemiologica scende, siamo tutti felici ed in relax.

Io no! Continuo ad osservare le regole e a predicarle, a mettere la mascherina sempre ed ovunque, ad utilizzare l’igienizzante per le mani e ad igienizzare ogni cosa. Non esco tutti i giorni per fare la spesa, continuo ad andare solo 1 volta al mese, per me il lockdown non è mai finito. Intanto i mass-media ed il MIUR non fanno altro che occuparsi di Linee guida, banchi a rotelle, paroloni e frasi senza alcun senso pratico. Ah dimenticato le mascherine fornite gratuitamente ogni giorno, che garanzia contro il covid-19! Le mie paure e perplessità aumentano, ma del resto sono in attesa e con il fiato sospeso come tutti, in balia di altri DPCM presto in arrivo. Non perdo tempo e non mi perdo d’animo. Inizio a studiare nuovamente, perchè in mezzo a tutto questo caos totale, il Ministero dell’Istruzione decide di dare l’avvio alle procedure concorsuali per l’inserimento in ruolo, del personale docente precario. Finita l’estate, inizia un nuovo calvario, l’attesa delle convocazioni da parte dell’USP (Ufficio Scolastico Provinciale) per individuare il personale docente a tempo determinato per l’anno scolastico 2020/2021. Iniziano le proteste del corpo docenti di tutta Italia, che giustamente si vedono ledere il proprio diritto al lavoro, in virtù delle (tristemente famose) GPS errate. Inoltre, le disposizioni Covid-19 non permettono gli assembramenti nè le convocazioni in presenza. Occorre farlo on line. Altro dramma: quale portale utilizzerà la mia regione? la connessione reggerà? Verranno tutelati i miei diritti? Ci sarà trasparenza? Boh, vivi con interrogativi a cui nessuno sa dare risposta.

E’ solo tutto un gran casino. Arriva il giorno del mio turno, e piena di speranze e paure varie, riesco ad aggiudicarmi l’incarico annuale. Successivamente mi presento in segreteria per firmare tutti i fogli necessari per la stipula del contratto. Dopo 1 ora vado nel plesso dove lavorerò per tutto l’anno. Rivedo i colleghi dello scorso anno, ma soprattutto gli allievi e sono contenta. Tutto questo viene però turbato dai quei brividi di paura che mi corrono lungo la schiena, tutte le volte che sto per fare qualcosa e so di andare incontro a situazioni difficili. Percorsi ad ostacoli, igienizzante ovunque, disinfettante idem, regole e protocolli vari scandiscono il primo giorno di scuola e non solo. Ah il primo giorno per me è stato il 29 settembre e non il 14 come tanto paventato dalla Ministra. Inizia il lavoro, il rispetto delle regole, la sensibilizzazione dei ragazzi su ogni tematica, incluso il covid. Dopo circa 15 giorni di scuola ci sono i primi casi positivi, i primi focolai in quasi tutte le classi. Forse l’ho già detto o forse no: insegno arte e immagine (per i non addetti ai lavori, storia dell’arte e disegno), ho 9 classi e più di 200 alunni. La preoccupazione sale, ma riesco a gestire la paura, tanto ripeto a me stessa, come un mantra “Giò stai serena, tu rispetti tutte le regole, forse pure troppo stando all’ironia di familiari e colleghi”. Nei giorni successivi, iniziano ad aumentare gli assenti, i casi positivi ed addirittura arrivano le prima misure restrittive per intere classi in quarantena. Per i docenti, invece, nessuna misura nè tutela. Si avvicina il giorno del concorso, e nella mia testa viaggiano mille pensieri, il primo fra tanti: “Ma è normale svolgere una procedura concorsuale bandita a livello nazionale, organizzata su base regionale, in un momento come questo? C’è una pandemia in corso, non una semplice influenza di stagione. Cosa cambia rimandare tutto? Oppure, a chi cambia qualcosa, mettere in moto una macchina del genere? Non capisco perchè ogni Ministro che va a capo del MIUR deve necessariamente passare alla storia come un rivoluzionario, ma puntualmente commette degli errori/orrori fiabeschi”.

L’indomani del concorso rientro a scuola e riprendo dunque le mie solite attività didattiche. Continuano i casi positivi, gli isolamenti e le quarantene varie. Continuo a ripetere a me stessa “Giò stai serena, tu rispetti tutte le regole, forse pure troppo stando all’ironia di familiari e colleghi”. Arriva il nuovo DPCM, che limita l’accesso a scuola alle classi 2° e 3° della scuola secondaria di I grado, mentre le classi 1° si recheranno in presenza. La scuola secondaria di II grado, invece, farà lezione solo a distanza. Mi chiedo: ma allora a cosa sono serviti tutti quei banchi a rotelle comprati affannosamente? Per altro se fossero stati tutti di colore verde lo avrei compreso, visto che tal colore è rilassante in quanto è a metà strada tra i colori caldi e freddi, quindi un colore accogliente. Invece ne vedo di diversi colori, di arancione addirittura. I colori caldi hanno l’effetto eccitante, di aumento dell’attività muscolare e la frequenza del battito cardiaco. Ci sono degli studi in merito, all’Università o presso le Accademie di Belle Arti, nei piani di studio ci sono degli esami specifici, come cromatologia e/o psicologia e studio del colore.

Inizia la Didattica Digitale Integrata, peccato che una delle due classi prime, finisce in quarantena per un caso positivo, tra gli allievi. Anche qui, ritornano i quesiti ed i dubbi: come sia possibile continuare ad affermare, con tale presunzione, che le scuole siano un posto sicuro? Come fa un posto a dirsi sicuro, se in una classe siamo in 28? 26 allievi, 1 docente di sostegno ed 1 docente di materia… Non facciamo lezione nei capannoni industriali, ma nelle stesse aule dello scorso anno, dove non si sapeva neanche cosa fosse il covid-19.

Continuo a lavorare, in mezzo a mille difficoltà, una fra tutte a scuola internet non funziona. Se ci sono più computer connessi (circa 7), salta la connessione. Ci viene data la possibilità di lavorare da casa, utilizzando la rete domestica ed i nostri dispositivi personali, nei giorni in cui NON abbiamo classi prime, ma solo seconde e terze, in attesa di risolvere il “problema internet”. Bene, sono contenta almeno posso sentire e vedere i miei ragazzi in modo corretto e non come se fossero delle voci di una radio rotta del 1945. Dopo la prima ora di lezione, a distanza, inizio a sentirmi più stanca del giorno precedente e a starnutire. Procedo ugualmente le lezioni, lavorando fino alle 14:00 come da orario, ma arrivo alle 14:01 a pezzi, come uno straccio vecchio di un secolo. Decido di contattare la mia Dottoressa, in quanto iniziavo ad essere sofferente. Dopo un triage telefonico la Dottoressa decide di predispormi un tampone molecolare, causa possibile infezione da covid-19. Quindi da lunedì parte l’isolamento fiduciario domiciliare, in attesa di tampone. Per correttezza avviso i Colleghi e la Scuola. Mio Marito è fuori da qualche giorno per lavoro, parenti non ne ho perchè vivono tutti giù in meridione e non frequento amici perchè per me il lockdown non è mai finito. Sono molto rigorosa.

Martedì, mi sveglio piena di dolori e con una forte tosse, ma non voglio abbandonare i miei allievi nè spaventarli, quindi decido di fare ugualmente lezione. Sono molto affaticata, non riesco a parlare per più di 20 minuti e decido di fare delle lezioni brevi. Nel pomeriggio, finalmente vado a fare il tampone, prenotato dalla Dottoressa. Al rientro mi metto a letto a riposare, mi sentivo come se un treno mi fosse passato sopra tutto il corpo. A letto mi sale la paura: ho il covid? Penso e dico, spero di no. Sono stata talmente attenta e rigorosa che questa, credo, sia solo una influenza. Mercoledì mattina, mi sento ancora peggio, ma decido lo stesso di fare delle micro-lezioni, con una fatica immane, perchè non riesco a parlare interrotta dalla tosse continua. La paura mi assale, ma continuo a pensare “Giò stai serena, tu rispetti tutte le regole, forse pure troppo stando all’ironia di familiari e colleghi”, andrà tutto bene. Nel tardo pomeriggio, sempre di mercoledì, mi telefona la Dottoressa per informarmi che il tampone molecolare ha dato esito positivo. Sconforto totale. I sintomi che avevo, dunque erano quelli di infezione da covid-19. Il brutto presentimento che avevo era fondato, un pò come quando Renzi disse a Letta “Enrico stai sereno”. Silenzio, vuoto e paura. Richiamo mio Marito, per farlo rientrare in quanto “contatto stretto” si dice così vero? Disinfetto subito tutte le cose che ho toccato nelle ultime 3 ore e mi chiudo subito nella cameretta. Avviso i Colleghi e la Scuola e mi metto a letto. Giovedì mi sveglio, sempre gli stessi sintomi nè meglio nè peggio. Trascorro la giornata a letto, a riposo ed isolata. Mio Marito dorme nell’altra camera ed usa l’altro bagno, pasti separati o me li mette sul tavolino fuori dalla porta. Surreale. Squilla il telefono, è il medico dell’Asl di riferimento, a cui sono affidata come personale scolastico, che per carità sta svolgendo il suo lavoro ma forse dimentica che l’educazione emotiva è gratis. Vengo segnalata, giustamente, dalle referenti covid della scuola, come una docente attenta e rigorosa, che rispetta le regole a scuola e a casa. Si perché torna sempre lo stesso inciso: per me il lockdown non è mai finito! La Dottoressa con fare simpatico (simpatico solo a lei), mi chiede subito come svolgevo prima dell’esito del tampone, le mie attività quotidiane. Non conoscendomi, prova ad insinuare che possa aver contratto il covid anche altrove.

Siccome non mi sento bene e la mia pazienza non è infinita – perché non sono un personaggio biblico – metto subito le cose in chiaro: ho sempre seguito tutti i protocolli previsti dalla Scuola, ho sempre indossato i DPI, rispettato la distanza di sicurezza ed igienizzato le mani. Tuttavia non posso escludere – vista l’incertezza che regna tra gli esperti del settore circa le modalità di trasmissione del virus- che anche la Scuola possa essere stato luogo di contagio in quanto le mie abitudini personali sono restrittive. Esco solo per recarmi a lavoro, non ho nessun contatto o tipo di vita sociale e vado a fare la spesa una sola volta al mese, in orari NON di punta ma strategici dove i clienti che circolano sono sempre pochissimi, utilizzando sempre cautela, distanza e tutti i DPI. Inoltre, insegnando arte, ho 9 classi e moltissimi allievi. Nell’ Istituto ci sono stati molti casi positivi, classi in quarantena, allievi in isolamento fiduciario domiciliare, ecc. per questo il luogo di contagio, da me maggiormente frequentato, resta la Scuola. Non ho altro da dichiarare. La telefonata termina dopo aver fornito tutti i dati e tracciato i contatti. Mi rimetto a letto, stanca e provata fisicamente e mentalmente. Arriva il momento peggiore: stanotte (giovedì su venerdì) una forte compressione sul petto, che mi sveglia, mi manca il respiro, mi sento immobilizzata e non voglio alzarmi per paura di cadere. Aspetto qualche minuto, mi è sembrato eterno. Mi trascino su per la spalliera del letto e mi siedo, provando a fare dei piccoli respiri, forse va meglio. Resto così per un paio di ore e poi mi riaddormento per lo sfinimento.

Mi risveglio e chiamo la Dottoressa, le spiego e mi cambia la cura, mi dà altri medicinali. Piango in silenzio nella mia camera, dicendo ad amici e parenti di stare tranquilli perchè tutto sommato sto bene, rispetto a chi è ricoverato negli ospedali. Ma non è così: il covid ti scombussola, ti smuove dolori che non hai, ti uccide lentamente dentro. Imponi al tuo corpo di reagire ma se non ce la fai neanche a spostare il computer dalla scrivania al letto per vederti un film, se per scrivere questa mail ci metti un giorno intero, vuol dire che qualcosa non va. Vorrei solo dire a tutti che la salute è una cosa importante e senza di questa non si può fare nulla. Non è vero che le Scuole siano un luogo sicuro, a scuola ci si contagia. Per favore, non fate più interviste ai Ministri, di ogni settore, senza contraddittorio. Quello che loro dicono non corrisponde alla realtà. Quello che dice l’On. Lucia Azzolina, non corrisponde alla realtà perché Lei non ha la dimensione della realtà. La Scuola, al momento non è un posto sicuro. L’ho provato sulla mi pelle.

“Quelli che si innamorano di pratica senza scienza son come il nocchiere, che entra in naviglio senza timone o bussola, che mai ha certezza dove si vada” Leonardo da Vinci.

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