“Lessico Famigliare”, Alessandra Ginzburg: la funzione catartica della scrittura coinvolge tanto chi scrive quanto chi legge [INTERVISTA]

Stampa

Pur in questo difficile avvio di anno scolastico, proseguono i nostri appuntamenti di invito alla lettura dei classici, in classe (o a distanza) e ad alta voce. Con Emma e Ottavia Costantini, allieve di un liceo romano, abbiamo avuto il privilegio e l’onore di conoscere un po’ più da vicino la figura di Natalia Ginzburg grazie all’incontro con la figlia Alessandra Ginzburg, psicanalista e studiosa di letteratura.

Calorosamente accolte nella sua casa-studio in un piovoso pomeriggio d’autunno, abbiamo lasciato che fossero le due studentesse a guidare la conversazione e a tentare di ricostruire alcuni aspetti di quel “Lessico famigliare” che nel canone della scuola merita – e giustamente detiene ancora – un posto speciale.

Di Emma Costantini

Leggere è da sempre una delle mie più grandi passioni. Leggendo si ha la possibilità di entrare in mondi, storie e vite di altre persone con gli occhi e le emozioni di chi scrive e dei protagonisti delle sue storie. Proprio il grande valore delle parole è centrale nel romanzo “Lessico Famigliare”, uno dei più bei libri in cui mi sia imbattuta finora, un intreccio di storia, vita familiare e uno spaccato dell’Italia tra gli anni ’30 e ’50 del Novecento.

Questo libro è un elogio alla memoria e proprio le parole ne sono le protagoniste assolute, quelle scelte dalla scrittrice come testimonianza di quel ‘lessico’ che rappresenta il legame affettivo e l’appartenenza alla propria famiglia.
Il romanzo mi ha da subito stimolato una serie di curiosità e domande alle quali sono riuscita a rispondere grazie all’incontro speciale che ho avuto con Alessandra Ginzburg, figlia di Natalia: siamo state accolte tra i ricordi di una grande famiglia, e per qualche ora è stato come se anche noi potessimo prendere parte a quegli annedoti ed entrare in quel gergo familiare che tanta importanza ha nella narrazione e che nell’intento di rievocare riesce anche ad accomunare e ad avvicinare i componenti della famiglia, pur nelle loro inconfondibili identità. E’ proprio da qui che è sorta la mia prima domanda alla signora Ginzburg, incuriosita di sapere se, dalla sua esperienza da psicanalista, esista una memoria evocativa del linguaggio al livello dei suoni, delle parole e dei modi di dire e come questa influenzi la nostra sfera emotiva. Ascoltando la sua risposta mi guardavo attorno, ero immersa nei tanti libri e capolavori della letteratura che riempivano e abbellivano la stanza, ero entusiasta di vivere un’esperienza che non capita tutti giorni e che soprattutto mi avrebbe aiutata a scrivere di questo incontro. La signora Alessandra mi ha risposto dicendo che certamente esiste una memoria del linguaggio ed è per questo che è importante essere educati all’emozione e alla pedagogia dell’ascolto. Credo che nel libro questo sia uno degli aspetti più importanti, proprio perché le parole e le frasi del gergo familiare rappresentano quasi un codice di riconoscimento per la famiglia: il tempo passa e separa gli uomini, essi tuttavia sono avvicinati dai ricordi.

Ho proseguito poi col chiederle qualcosa sul ruolo di Natalia all’interno del romanzo, sulla sua scelta di restare defilata, di non mettere in mostra i propri sentimenti, concentrandosi invece su quelli di coloro che la circondavano. In qualche modo pensavo che questa decisione potesse essere il sintomo di una difficoltà ad esprimere se stessa e il proprio mondo interiore, un’ipotesi che Alessandra ha confermato dicendo che la madre aveva sempre trovato molto difficile e doloroso, per esempio, parlare della scomparsa del marito Leone e svelandoci poi che fin da bambina aveva l’abitudine di girare per casa con un quaderno per appuntare i discorsi di tutti i suoi familiari, quasi a perdersi dietro e dentro di loro. Questa immagine mi ha fatto ricordare di colpo la vivacità dei dialoghi che avvenivano in casa Levi, facendomi ripensare nel contempo a come alcuni personaggi, come per esempio l’amica Lisetta, presentassero atteggiamenti contrastanti per quanto riguardava il rapporto con il loro io e con il mondo esterno. Così ho domandato alla Ginzburg se questa ‘maschera’ ci renda più forti o se è soltanto un modo per coprire le proprie insicurezze e scappare da se stessi, un po’ forse come faceva Lisetta nella posa di mostrarsi giovane e spensierata quando in realtà avrebbe dovuto vestire i panni di una donna posata e matura. Su questo punto specifico, la signora Ginzburg ha convenuto con me su come sia naturale tentare di fuggire e in qualche maniera rimuovere tutto ciò che ci rende fragili, ma ha voluto restituirci un frammento di verità storica rivelandoci che la stessa Lisetta portava dentro di sé il grande dolore di essere stata arrestata e incarcerata mentre era incinta e che, quindi, probabilmente la sua ‘leggerezza’ va maggiormente contestualizzata.

Colmate le mie curiosità sul romanzo e su alcuni altri aspetti che lo rendono un capolavoro, la nostra conversazione si è focalizzata sulla figura storica di Natalia. La sua vita è stata ricca di frequentazioni di uomini e donne, di intellettuali e politici. Ecco, volevo sapere quanto di quelle esperienze così straordinarie ai miei occhi entrassero nell’intimità e nella quotidianità della loro famiglia. Alessandra ci ha risposto dicendoci che per lei era del tutto naturale che la loro casa fosse frequentata da Calvino, Pavese e da tanti altri studiosi e intellettuali amici fraterni di sua madre, ma che la madre restava comunque una persona semplice, consapevole di non aver frequentato l’università, del tutto priva di vanità o di alcuna forma di superbia, sempre molto diretta e semplice nei modi e nella comunicazione. Non posso che ripensare con stupore e con ammirazione a quel momento storico, al fatto che tante fervide menti abbiano avuto la possibilità di incontrarsi, confrontarsi e costruire qualcosa di così bello attraverso la propria vita e le proprie opere.

Il nostro colloquio ha poi toccato il valore terapeutico della scrittura, col riferimento allo scrittore francese Marcel Proust (di cui Natalia era fine conoscitrice e traduttrice) e con la riflessione di Alessandra sulla funzione catartica che coinvolge tanto chi scrive quanto chi legge, per poi approdare alla mia ultima domanda: il ruolo che Natalia e la sua famiglia in generale avevano avuto nella sua scelta personale di diventare psicanalista. Anche in questo caso è stato piacevole seguire il filo dei ricordi e vedere una Natalia in fondo forse un po’ scettica verso il mondo degli psicanalisti, per quel modo un po’ strano che aveva di rappresentarli in alcuni romanzi, ma alla fine soddisfatta tanto della scelta quanto della carriera di sua figlia.
Tengo moltissimo a ringraziare la signora Alessandra Ginzburg che generosamente ha soddisfatto tutte le mie curiosità, accompagnandomi con gentilezza e semplicità tra i ricordi e i racconti di una delle famiglie che con la sua storia è stata protagonista della storia italiana del Novecento. Non dimenticherò mai questo incontro speciale.

Di Ottavia Costantini

Le risposte che ho ricevuto da Alessandra Ginzburg sono state sorprendenti, e le mie curiosità subito accolte. Durante tutto il corso dell’intervista ero in uno stato d’estasi al pensiero di trovarmi davanti alla figlia della donna cha ha scritto uno dei miei romanzi preferiti, che mi ha insegnato non soltanto ad aprire gli occhi su alcuni concetti, ma anche a comprendere che a volte ascoltare può essere più interessante che trovarsi sul palcoscenico della vita nella posizione di protagonista. Un libro che mi ha anche trasmesso alcuni valori della letteratura sui quali prima non mi ero mai soffermata, che mi ha divertita. Ma la cosa per cui sono più grata a Natalia, è stata l’avermi fatta immedesimare nella quotidianità di una generazione che è stata veramente messa alla prova dalla storia. La vita di queste persone è stata toccata dall’Olocausto, dalla Guerra, dal Fascismo… però io sono felice di avere scoperto che in realtà sono state anche molto altro, ho compreso alcune dinamiche che mi hanno stupita e che mi hanno fatto anche paragonare la mia vita alla loro e decodificare meglio quello che è il mio piccolo “lessico familiare”, che mi formerà e mi accompagnerà per sempre.

La prima domanda che ho posto alla Ginzburg ha riguardato il rapporto tra Natalia e il femminismo: quanto è corretto insistere su di esso quando in realtà il pensiero della scrittrice è stato ambivalente rispetto alla rappresentazione della femminilità, dal momento che le sue idee progressiste a volte si sono sovrapposte anche a temi più conservatori, a sentimenti di rimpianto per la civiltà contadina del passato. Ho voluto domandarle proprio quale fosse l’aspetto prevalente nella vita quotidiana familiare, se quello di progressista/femminista o quello più conservatore. La risposta è stata piuttosto diretta: “Femminista non era. Mia madre ha sempre preso le distanze da alcuni atteggiamenti che lei stessa non condivideva, legati soprattutto ad uno stereotipo di donna sentimentale e frivolo”. La scrittrice – come ci ha raccontato sua figlia – si identificava molto nei fratelli maschi, con i quali aveva un forte legame emotivo ed intellettuale, mentre la sorella aveva incarnato maggiormente il ruolo della donna elegante, attratta dalla moda e dai cliché tipici delle ragazze di buona famiglia dei primi del Novecento. Dal racconto di Alessandra viene fuori una donna che rispetto alle tematiche sull’emancipazione femminile si poneva diverse domande, “impietosendosi”, per esempio, quando veniva a conoscenza di qualche ragazza costretta ad abortire. Questa risposta mi ha molto colpita, perché leggendo il libro, pur avendo colto l’amore che li legava, non avevo capito quanto i fratelli fossero per Natalia figure così importanti, da emulare.

Ero già nel pieno dell’intervista e la mia voglia di conoscere qualche altro dettaglio sulla vita della grande scrittrice, che nel suo romanzo viveva da “spettatrice”, da “osservatrice narrante”, cresceva a dismisura. Quante più parole uscivano dalla bocca di Alessandra Ginzburg, tanto più io volevo sapere, quindi le ho domandato che cosa sua madre intendesse quando, in un’intervista della Fallaci del 1963, proprio dopo la vittoria del Premio Strega per “Lessico Famigliare”, affermò che le donne sono “incapaci di distacco e troppo umide di sentimenti”, come mai lei si augurasse di poter scrivere come un uomo.

Anche qui la risposta è stata inaspettata: la psicanalista mi ha detto di ricordare molto bene quell’intervista e il forte condizionamento della Fallaci nella sua stesura, spiegando che la madre più volte aveva avuto modo di discutere in famiglia sulla capacità delle donne di comprendere i sentimenti meglio degli uomini, nonostante lei stessa si sentisse lontana da quel sentimentalismo spesso abusato nella scrittura femminile. Ecco spiegato quel voler scrivere come un uomo: non un modo per sminuire la figura della donna, ma in realtà un rifarsi a modelli di scrittura molto asciutti che lei preferiva e che all’epoca erano maggiormente praticati dagli uomini.

Nell’ascoltare la signora Alessandra ho colto anche con molta felicità quanto Natalia fosse disposta ad aiutare altre giovani aspiranti scrittrici, a condividere il suo sapere, dando loro non solo consigli, ma anche stimolandone l’ispirazione e offrendo possibilità concrete di pubblicazione, come nel caso del romanzo “L’Agnese va a morire” di Renata Viganò.
Per terminare ho chiesto alla mia interlocutrice quale sia stato il suo rapporto con la politica e se le forti esperienze dei genitori l’abbiano avvicinata o allontanata da essa. Aver sentito che temi come l’antifascismo o la storia degli ebrei hanno fatto parte in maniera più che altro implicita della sua vita, pur essendo stati fortemente presenti e intrecciati con essa, mi ha stupita tantissimo: avevo fantasticato di una famiglia in cui si parlava sempre e solo di politica, come in una propaganda continua, ma avevo trascurato la differenza tra il vivere la politica come esperienza concreta e il mero bisogno di esibirla.
Natalia è stata testimone, sia nella sua famiglia d’origine con i suoi fratelli e suo padre, ma anche e soprattutto nella relazione con il suo primo marito Leone, di quanto la politica possa modellare le scelte di vita di una persona, attraverso il dolore, la passione e il coraggio. Tutto questo è veramente molto avvincente e di grande esempio ed ispirazione per giovani come noi ancora alla ricerca del nostro posto nel mondo.

Anche io vorrei ringraziare tanto la signora Alessandra Ginzburg per l’accoglienza e la generosità con cui ha raccontato di una scrittrice, di una madre e di una parte della sua storia a due giovani ragazze “avide di conoscenza”.

Stampa

Dattilografia + ECDL: 1,60 punti per il personale ATA a soli 160€!