L’errore in didattica: sintomo di una colpa o patologia? No, ecco una nuova visione. Ruolo del docente

di Fabio Gervasio

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L’errore in ambito educativo è sempre stato visto come un elemento negativo, un qualcosa da correggere e combattere. Generalmente si tende ad attribuire le cause dell’errore a qualcosa o qualcuno nel tentativo di trovarne il responsabile.

Quindi se un alunno sbaglia è colpa sua, dei genitori, delle troppe ore di gioco, del sistema sociale inadeguato, dell’insegnate che non sa spiegare, oppure è presente una patologia che porta il discente a sbagliare, a commettere l’errore.

Una nuova visione dell’errore

In recenti studi è stato riscontrato che questo approccio nei confronti dell’errore è sbagliato, commettiamo un errore nell’interpretare l’errore solo come elemento negativo.

L’errore ha una sua funzione specifica, rappresenta una vera e propria fase dell’intelligere umano, della nostra comprensione.

Per comprendere l’errore è necessario partire dal comprendere le fasi dell’intelligere. Per rapidità e comodità di trattazione le semplifichiamo in tre fasi: assimilazione, elaborazione e restituzione.

Nella prima fase di assimilazione avviene l’interiorizzazione delle informazioni, in pratica le portiamo dentro di noi.

Successivamente avviene una fase di ragionamento interno sui concetti appena appresi, la fase di elaborazione.

Infine vi è la fase di restituzione, che avviene quando il soggetto, una volta fatte proprie le informazioni acquisite, le ripropone al mondo esterno.

In questo processo l’errore rappresenta la fatica che lo studente ha incontrato in una delle tre fasi e che lo ha portato ad una conclusione del lavoro sbagliata.

In questo nuovo approccio l’errore non è più la conseguenza di una colpa o il sintomo di una patologia, ma la chiave di accesso del processo cognitivo dello studente.

Il ruolo che l’insegnante deve assumere nell’errore, non giudice ma alleato

In questo nuovo approccio l’insegnante ha il compito di porsi quale osservatore degli errori dei propri alunni al fine di trarne informazioni utili per accompagnarli nel processo di apprendimento.

L’insegnante deve essere, per l’alunno, un alleato nell’errore e non il giudice. Non è sufficiente segnare con la matita rossa l’errore, ma bisogna accertarsi che l’alunno lo comprenda, lo elabori e attivi meccanismi di correzione iniziando dall’individuare in quale delle tre fasi si è innestato.

Ce lo spiega bene la professoressa Daniela Lucangeli, prorettrice dell’Università di Padova, quando in un suo libro scrive testualmente: “Se un insegnante dà a un ragazzo un voto basso, ma gli dice: ‘D’accordo, abbiamo preso 4, cosa vogliamo fare adesso? Cerchiamo di togliere questi errori insieme?’, passa dal ruolo di giudice a quello di alleato. Per fare questo non ci vogliono schede, non ci vogliono libri. Ci vuole consapevolezza professionale, coscienza di come si insegna, di come si segna in, di come si mette il segno dentro l’Io.”

E’ importante chiarire che essere alleati dei propri alunni non vuol dire non valutarli o semplificare, rendere più facile la scuola. Essere alleati vuol dire riuscire a tirar fuori il meglio dai propri alunni senza paura dell’errore, ma utilizzandolo come elemento dal quale partire per correggersi e migliorare.

In natura l’errore è alla base di un vero e proprio sistema di apprendimento, si apprende per tentativi ed errori, è un elemento comune sia agli uomini che al mondo animale. Si impara dai propri sbagli.

Questa tipologia di apprendimento viene utilizzato anche nel mondo del gaming. Nei videogiochi si impara dai propri errori, il gioco riprende e ti riporta al punto dove è stato commesso l’errore e lì il giocatore dovrà adottare nuove strategie per superare l’ostacolo partendo dalle informazioni acquisite negli sbagli precedenti.

La funzione della valutazione quale elemento di misurazione e non di semplice giudizio

Come abbiamo visto in precedenza, la valutazione non deve essere vista con un qualcosa di negativo, non deve semplicemente rappresentare il giudizio del docente, ma deve essere adottata come misurazione del rendimento dell’allievo.

Il classico schema adottato da molti insegnanti che consiste in “io insegno fornendo nozioni, tu apprendi, io valuto” è riduttivo se non addirittura sbagliato.

Scrive sempre la Lucangeli: “Il giudizio svalutante è controproducente non solo perché non aiuta affatto a ‘togliere l’errore’, ma perché genera una vera e durevole sofferenza.”

Nella valutazione è importante essere consapevoli che il voto riportato dagli alunni, anche se formalmente è lo stesso, non rappresenta il raggiungimento del medesimo livello di apprendimento.

I singoli errori commessi da ogni alunno devono essere analizzati per individuare quale sia stato l’argomento che ha rappresentato un elemento di difficoltà per il discente e comprendere in quale fase sia stato commesso l’errore, assimilazione, elaborazione o restituzione.

Quindi possiamo affermare che nella valutazione l’errore rappresenta un elemento di misurazione sul quale basare l’azione di correzione da adottare.

Concludendo possiamo affermare che il vecchio adagio “sbagliando si impara” ha una sua valenza scientifica e che l’insuccesso può rappresentare un utile momento di crescita e di apprendimento.

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