Leopardi, la peste “sotto cieli aspri”. Lettera

Lettera

inviata da  Luigi Capitano  – «Si ammiri quanto si vuole la provvidenza e la benignità della natura per aver creati gli antidoti, per averli, diciam cosí, posti allato ai veleni, per aver collocati i rimedi nel paese che produce la malattia. Ma perché creare i veleni? perché ordinare le malattie? E se i veleni e i morbi sono necessari o utili all’economia dell’universo, perché creare gli antidoti? perché apparecchiare e porre alla mano i rimedi?» (Zibaldone, 4206, Bologna, 26 settembre 1826).

Queste domande di Leopardi sono di ordine metafisico, non medico… (La scienza, notoriamente, “non pensa”…). Si tratta poi di interrogativi chiaramente paradossali…

Ma i luoghi della “peste”, in Leopardi, sono anche altri. Ad esempio, il VII dei CXI Pensieri:

«Havvi, cosa strana a dirsi, un disprezzo della morte e un coraggio più abbietto e più disprezzabile che la paura: ed è quello de’ negozianti ed altri uomini dediti a far danari, che spessissime volte, per guadagni anche minimi, e per sordidi risparmi, ostinatamente ricusano cautele e provvidenze necessarie alla loro conservazione, e si mettono a pericoli estremi, dove non di rado, eroi vili, periscono con morte vituperata. Di quest’obbrobrioso coraggio si sono veduti esempi insigni, non senza seguirne danni e stragi de’ popoli innocenti, nell’occasione della peste, chiamata più volentieri cholera morbus, che ha flagellata la specie umana in questi ultimi anni». Leopardi descrive con lucidità il carattere mercantile del capitalismo, che pone la logica e la passione del profitto davanti a quella della vita stessa.

Per Leopardi, non c’è peggior peste della corruzione e dell’egoismo. Lo vediamo, a chiare lettere, in questi passi dello Zibaldone:

«E come non vi sia peste, nè maggiore nè più certa a qualsivoglia stato pubblico, che la corruzione, e l’estinzione della natura» (Zib. 572); «Perciò l’egoismo è sempre stata la peste della società, e quanto è stato maggiore, tanto peggiore è stata la condizione della società; e quindi tanto peggiori essenzialmente quelle istituzioni che maggiormente lo favoriscono o direttamente o indirettamente, come fa soprattutto il dispotismo» (Zib. 670-671).

Ma allo sguardo “clinico” di Leopardi non sfugge nemmeno la psicologia delle masse:

«Spesso un luogo saluberrimo e disabitato è in prossimità di uno poco sano ed abitatissimo: e si veggono continuamente le popolazioni abbandonare città e climi salutari, per concorrere sotto cieli aspri, e in luoghi non di rado malsani, e talora mezzo pestilenti, dove sono invitate da altre comodità. Londra Madrid e simili, sono città di condizioni pessime alla salute, le quali, per essere capitali, tutto giorno crescono della gente che lascia le abitazioni sanissime delle province» (Pensieri, LXXVII). Gli uomini preferiscono i centri urbani, più industrializzati ma meno salubri, alla vita sanissima della provincia.

Un vizio inguaribile e una vera e propria “peste” è poi quella di tutti quegli autori improvvisati che vogliono a tutti i costi essere uditi (o letti): parabola dei poetastri, dei tuttologi, degli opinionisti e dei blogger dei nostri tempi…

Ma l’uomo, si sa, è un «gener frale»:

«Un fiato / d’aura maligna» basta a spazzare il «fetido orgoglio» umano, anche se il «choléra» potrebbe stringere insieme l’umanità divisa (così nella Ginestra e nella Palinodia)… E di colera Leopardi morirà a soli 39 anni, pronto a correre dal vecchio padre prima che fosse stato troppo tardi. Prima di morire, Leopardi ebbe il tempo di scagliare un epigramma contro Niccolò Tommaseo: «or con pallida guancia / [Italia] stai la peste aspettando?». Ma l’ultima parola di Leopardi, non dimentichiamo, è la «social catena» contro il male comune, una lezione che non sarà ignorata nemmeno da Camus nel suo capolavoro La peste.

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