L’empatia nella relazione educativa

di redazione
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PubliREdazionale Edises – Humanitas, una parola antica ricca di significati ancora – e più che mai – attuali. Umanità intesa come “genere umano”, quello a cui apparteniamo, a volte con orgoglio, altre con vergogna. Umanità intesa come caratteristica personale che rimanda alla gentilezza, alla clemenza, alla nobiltà d’animo. Umanità intesa come natura di noi essere umani, sulla quale interrogarci per individuare punti di forza da valorizzare e debolezze da trasformare in peculiarità uniche della nostra specie, capaci di farla evolvere verso forme in continuo adattamento con un mondo che cambia sempre più velocemente e, allo stesso tempo, raffinate nella loro espressione pienamente umana.

È sempre il momento giusto per riflettere sull’uomo, su quello che è e quello che può diventare in potenza. In questi tempi rapidi, in cui, fuori, è tutto connesso, globale, vicino e, dentro, avvertiamo invece la solitudine dell’anima, una riflessione su cosa significhi oggi “essere umani” è quanto mai doverosa, per noi stessi e per le generazioni della cui formazione siamo responsabili.

Ma un’analisi sull’uomo che voglia avere delle buone probabilità di risultare davvero utile per portare dei miglioramenti concreti nella nostra vita non può prescindere dall’intorno, cioè dalla rete di connessioni a cui l’uomo stesso appartiene e che va guardata in tutte le sue molteplici sfaccettature.

E così, è impossibile riflettere sull’essere umano senza considerare le relazioni che instaura con i suoi simili, senza attuare dunque una analisi sociale della realtà che lo circonda. Allo stesso tempo, suona anacronistico cercare ostinatamente di tenere separata dalla natura umana la tecnologia e l’impatto che ha sempre avuto e oggi più che mai ha sulla nostra vita. Altrettanto decontestualizzato dal tempo e dallo spazio che abitiamo è trascurare le nuove acquisizioni sulla mente che vengono dalle neuroscienze. Ed è assolutamente doveroso approfondire la conoscenza del nostro passato più remoto e più recente, nonché del presente che viviamo, per portare nel futuro un essere umano che sia consapevole della propria storia e sappia trarne un insegnamento.

Serve allora uno sguardo ampio, in grado di osservare l’uomo nel suo modo di essere, nella sua capacità di entrare in relazione con i suoi simili e, soprattutto, nella sua possibilità di “espandersi”, cioè di crescere e svilupparsi, mediante l’apprendimento e, ancor prima, mediante l’educazione. Serve dunque lo sguardo che solo la Pedagogia può offrire, per scendere nel profondo di due caratteristiche che riescono a distinguere l’uomo dagli altri esseri viventi, e cioè la sua capacità di accudire nel senso pieno del termine, nonché la capacità di farlo con una profonda connessione e sintonizzazione emotiva, quella profonda connessione e sintonizzazione emotiva che chiamiamo “empatia”.

Ed è proprio alle “relazioni empatiche”, nel particolare contesto dell’educazione e della formazione, che è dedicato l’ultimo volume della collana di Pedagogia di Edises editore diretta da Riccardo Pagano. Emiliana Mannese, Elena Visconti e Carla Cirillo, che ne sono autrici, ci raccontano di una educazione che passa per la cura, per l’affettività, per il rispetto della persona considerata nel suo essere creatura unica e difficilmente standardizzabile, ci raccontano di una educazione emotiva da mettere al centro di ogni apprendimento, e non perché questo sia più profondo, bensì perché sia davvero possibile.

Siete anche voi convinti che un buon apprendimento affondi le sue radici nella relazione affettiva tra chi educa e chi quella educazione raccoglie? Su Edisesblog trovate una recensione approfondita del volume Relazioni empatiche nel contesto educativo e formativo che potrà di certo darvi degli spunti di riflessione e di approfondimento.

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