Le top ten dei docenti non fanno bene alla scuola italiana. Lettera

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Fernando Mazzeo – La top ten dei migliori docenti italiani suscita non poche perplessità e non pochi quesiti sull’ opportunità pedagogica, sulla effettiva utilità di una tale classifica, sui metodi d’indagine e sui parametri valutativi utilizzati  sotto il profilo squisitamente  didattico.

La dichiarazione del prof tra i dieci più bravi d’Italia di non usare libri, di non limitarsi  al grigiore della propria materia, di ascoltare i ragazzi, di farli entrare in classe con il sorriso senza farli annoiare, di venire incontro alle loro difficoltà sociali e didattiche, di eliminare richiami scritti e insufficienze per farsi ben volere (atteggiamento molto discutibile dal punto di vista educativo), richiedono  una attenta riflessione sulla organizzazione e gestione di un ambiente educativo efficace e produttivo,  conforme alle reali esigenze  di ogni ragazzo.

Né si può    aprioristicamente contestare,  criticare,  contrastare  o mettere in secondo piano, l’utilità e la legittimità di una scuola fondata sul merito, sul richiamo all’impegno e alla responsabilità  e sull’ importanza di acquisire  competenze non solo sociali, ma anche culturali.

Insegnare in modo più leggero o in maniera divertente, aprire l’interesse dei giovani   e coinvolgerli attraverso esperienze reali, esperienze pratiche sul campo  (andare in montagna, in barca, dormire in rifugio, andare oltre il programma ministeriale, strabordare sui temi sociali, essere un prof da “Attimo fuggente” ), richiamano quell’attivismo pedagogico utilizzato in alcuni Paesi europei all’inizio del’  900, legato alla realtà quotidiana di vita scolastica, di scuola  all’aperto, scuola del lavoro (oggi compiti di realtà), diretta compenetrazione della scuola con la vita naturale e sociale circostante. Un metodo di insegnamento incentrato, soprattutto, sull’osservazione diretta che rappresentava  il naturale passaggio dalla tradizionale lezione espositiva alla lezione sperimentale, come vera lezione attivistica che muove dall’osservare e dal fare.

Tuttavia, è  peccare di ingenuità il credere che alcune classifiche e una scuola in stile retrò possano colmare alcuni vuoti e stimolare l’utilizzo di tecniche didattiche  innovative, senza prima aver dato un  fondamento scientifico al proprio agire educativo, e senza aver codificato e sperimentato obiettivi di reale sviluppo umano, sociale e culturale osservabili, misurabili e quantificabili  nel tempo. Le finalità educative, i mezzi concreti per l’attuazione di esse non possono essere prerogativa esclusiva e artigianale  di pochi, ma vanno lentamente creati,  sperimentati,  implementati,  attraverso investimenti e riforme che, attualmente, non si può dire concorrano positivamente alla crescita  professionale, sociale e culturale della scuola e  dell’educazione.

Non dobbiamo, inoltre, dimenticare che, all’inizio del’ 900, mentre negli Stati più progrediti d’Europa non sfuggiva che la scuola e l’istruzione rappresentavano l’elemento basilare di ogni progresso, il popolo italiano viveva nel profondo torpore dell’ignoranza. Ragion per cui, il progresso della scuola fu molto lento perché varie furono le cause che costituirono vere e proprie barriere per la realizzazione dell’opera educativa.

Si diffuse, pertanto,  la convinzione  che la libertà dell’educando nel suo processo educativo  debba realizzarsi nella società e nella vita perché la pedagogia è la teoria della vita. La scuola perde ogni carattere coercitivo solo se  riesce ad  aprire le sue porte alla
vita.

In  Italia, nel 1933 Giuseppina Pizzigoni, in linea con l’attivismo europeo,  sottolineò l’importanza  di far camminare i suoi alunni sulla strada che apre loro orizzonti sconfinati, che è la strada dell’esperienza personale. Sostenne che maestro nuovo, per un alunno
nuovo, in una scuola nuova è colui che vive la propria vita per innestarla giorno per giorno in quella dei suoi scolari. Maestro è colui che sa e che, perciò, deve conoscere ciò che dicono i libri e ciò che c’è nella vita di relazione  in modo che la scuola, insegnando ad apprendere, possa rappresentare la base dell’educazione permanente.

La scuola è, soprattutto, il luogo dove si svolge la vita con le sue reali esperienze; l’educazione è dunque nella vita e per la vita. Tuttavia, le teorie pedagogiche ispirate all’attivismo e  impostate sul concetto di libertà degli educandi non ebbero molto successo. La Russia che vantava  il primato nella istituzione di una scuola che doveva  tradurre in pratica una teoria pedagogica impostata sul concetto di libertà degli educandi, fallì non solo per mancanza di un vero programma applicativo, ma perché, a causa della soppressione della coercizione organizzata, non si valutò bene il rischio  di una possibile deriva arbitraria del concetto di libertà.

Il problema, oggi, anche se un  po’ diverso  è legato, soprattutto, alla confusione e all’incertezza che si registrano attorno ai problemi scolastici: l’educazione e la programmazione di contenuti,  direzioni, metodologie, itinerari operativi  capaci di guidare  il ragazzo nel difficile processo formativo e responsabilizzarlo eticamente, socialmente e culturalmente nel quotidiano,  rappresentano il vero problema  e pongono  inevitabilmente l’interrogativo sull’efficacia, sul futuro e sulle prospettive di una scuola che tende sempre più a configurarsi come una società in miniatura che fa fatica a sentire la responsabilità dei propri atti.

Attraverso il lavoro a scuola, l’alunno deve poter disporre pienamente delle sue forze interiori e fisiche, di valide e insostituibili esperienze culturali che costituiscono, se armoniche e soddisfacenti, un autentico supporto a qualsiasi sperimentazione, a qualsiasi
attivismo,  rendono l’educando   capace di  resistere ad ogni costrizione illegittima e favoriscono  la costruzione  di personalità forti, mature,  responsabili e libere.

Purtroppo, le  diffuse  mode educative e le  pseudo innovative riforme e proposte, spesso caotiche e inconcludenti, non soddisfano le reali esigenze dell’alunno, della società e della famiglia e non  aiutano a far emergere la  comune volontà e il comune impegno  a riformare seriamente la scuola. Per conseguire risultati  educativi positivi, è necessario sapere quali sono i bisogni fondamentali dell’uomo e far ruotare tutta l’attività scolastica attorno ad essi senza trascurare il senso del sacrificio, del lavoro, dello studio, dell’impegno. La scuola deve sviluppare al massimo le facoltà della mente, educare il gusto del bello, coltivare e dare impulso all’intelligenza attraverso lo studio, se non matto e disperato, almeno costante, senza il quale l’uomo diventa una macchina incapace di operare in maniera sempre nuova e creativa nel dinamismo esistenziale e  nella perenne dialettica  scuola-società.

Tanti sono i docenti che, quotidianamente, con pazienza e instancabilmente,  nel silenzio e nel nascondimento della propria aula, carichi di amore per il proprio lavoro, indifferenti alle top ten del momento, si spendono  per la risoluzione dei molti problemi della scuola, per venire incontro alle difficoltà di tanti alunni.

Queste significative risorse, spesso ignorate, costituiscono l’anima nobile di una educazione rigeneratrice dei valori fondamentali della persona.

La nostra scuola non ha bisogno di top ten, ma di investimenti, valorizzazione delle risorse umane presenti  e riforme serie per dare una organizzazione pedagogico-didattica moderna, efficace e rispondente ai  bisogni sempre più complessi e articolatici delle
nuove generazioni.

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