Le regole di comportamento a scuola. Riflessioni sul presente, insegnamenti del passato, proposte per il futuro

di Francesco Schipani
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Società del “troppo”, la nostra: troppo cibo, troppe informazioni, troppa competitività.

Mangiamo in quantità eccessiva, ogni giorno siamo bombardati da migliaia di dati e notizie provenienti dalle fonti più disparate, gareggiamo costantemente l’uno con l’altro, soprattutto per dimostrare di avere di più. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: ospedali strapieni (principalmente a causa dell’iperalimentazione), disorientamento dei giovanissimi e non solo (iperstimolazione), logorio psico-fisico (ipervelocità).

La soluzione più sensata per reagire al “troppo” sembrerebbe quella di individuare l’estremo opposto, il “poco”, e cercare la famosa via di mezzo, sede, secondo gli antichi, della virtus.

In altri articoli ho indicato l’igiene mentale naturale come metodo pratico, per il singolo, di contrastare il fenomeno del burn out. Oggi vorrei circoscrivere l’indagine all’ambito scolastico, concentrando l’attenzione su un aspetto specifico del “troppo”: le regole di comportamento.

Chiunque entri in un’aula di scuola primaria o secondaria di primo grado vede affissi alle pareti cartelloni – realizzati dagli studenti sotto la guida degli insegnanti – con le norme di condotta che la classe ritiene essenziali. Quindici, venti, persino trenta regole, spesso scritte in corpo piccolissimo. Un decalogo, quando va bene. In basso, le firme degli alunni e qualche volta degli insegnanti.

Regolamenti di Istituto, Patti educativi di corresponsabilità e Regolamenti di disciplina sono documenti molto lunghi, con decine di regole declinate in tabelle, indicatori e descrittori: se l’alunno compie l’azione x, viene preso il provvedimento y da parte di z; se invece lo studente si comporta in modo xx, la conseguenza è yy e così via. Troppa roba. Urge semplificare.

“La storia” – sostiene un aforisma di Alessandro Morandotti – “insegna che la storia non insegna nulla”. Pur concordando sulle difficoltà dell’essere umano nel mettere in pratica le lezioni apprese, ritengo tuttavia che la responsabilità principale non è di chi insegna (la storia), ma di chi impara (l’uomo), che non riesce a trarre saggezza dagli errori compiuti. In altri termini, la storia è a tutti gli effetti magistra vitae, il problema è l’uomo, pessimo allievo.

Ciò premesso, andiamo a cercare gli insegnamenti del passato – ce ne sono tanti, ce ne sono di molto validi – e vediamo come applicarli.

Prendiamo a esempio un brano dei Vangeli. A chi gli domandava quali fosse il comandamento più importante, Gesù rispondeva in maniera diretta e inequivocabile: tutte le Leggi e i Profeti sono riconducibili a due leggi, l’amore per Dio e quello per il prossimo. Cristo proponeva dunque la strada della semplicità e della semplificazione, indicando un metodo: individuare le regole di base, generatrici di tutte le altre.

Stesso procedimento – fatte le dovute proporzioni – lo si trova in un testo cinquecentesco, il Galateo. Tutte le norme del vivere in società, insegna Giovanni Della Casa, sono riconducibili a due princìpi: evitare di infastidire gli altri, cercare di procurare emozioni gradevoli alle persone con cui si entra in contatto.

Ecco, Regolamenti di Istituto e documenti simili potrebbero tranquillamente restare come sono, in quanto tutelano la scuola sotto il profilo legale. Fin qui niente da obiettare.

Cosa ben diversa – e prioritaria, direi – è però l’educazione dei ragazzi. Per quanti non se ne fossero resi conto, ci troviamo in una situazione di vera e propria emergenza educativa: su YouTube è possibile visionare filmati di studenti che bestemmiano in classe, insultano i propri insegnanti, lanciano oggetti da una parte all’altra dell’aula, picchiano i compagni. Di fronte a episodi simili, non si può far finta di niente, anche perché, a quanto pare, essi si verificano con sempre maggiore frequenza.

Oggi più che mai si rende necessario intervenire in una duplice direzione: individuare poche regole (anzi, pochissime: ho sottolineato a sufficienza che l’essere umano non è un granché come allievo) e soprattutto farle rispettare con serio e – perché no? – severo rigore.

L’attuale sistema scolastico è carente in entrambi gli aspetti: individua regole in abbondanza, ma non ne pretende il puntuale rispetto.

Scuola del “troppo”, la nostra. Troppe norme, troppe ore passate nel chiuso delle aule, troppe materie, troppi studenti per classe, troppi progetti, troppi stimoli. Così non va! Mutanda rotta: bisogna cambiare direzione. E farlo prima possibile. Una scuola come quella attuale può forse convenire a qualcuno. Ma agli altri, in particolare a quanti intendono costruire, non piace.

Cambiarne l’impostazione generale e le linee di indirizzo? È compito del Ministero. Migliorarla in alcuni punti? Si può fare, già da oggi.

A costo di essere ripetitivo, ribadisco il mio suggerimento: i singoli Consigli di Classe, compatti, individuino le norme di comportamento che ritengono prioritarie per i propri studenti e le facciano rispettare in modo puntuale. Due regole sono più che sufficienti. Tre, lo insegna la storia, sono già troppe. Meglio ancora se una soltanto, verrebbe da aggiungere.

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