Le invasioni “barbaro – meridionali”

di Lalla
ipsef

Giovanni Iacono – In questi giorni si leggono tante lettere pro e contro il possibile aggiornamento delle graduatorie ed il trasferimento in altra provincia. Tra tutte le lettere colpisce quella di un’insegnante calabrese che ormai da 5 anni lavora a Brescia. La collega con grande sincerità e semplicità descrive la sua esperienza, simile a quella di molti altri precari, che soprattutto nel 2007 hanno fatto una scelta di vita, nella prospettiva di una sistemazione che sembrava vicina, vista la trasformazione delle graduatorie permanenti in graduatorie ad esaurimento.

Giovanni Iacono – In questi giorni si leggono tante lettere pro e contro il possibile aggiornamento delle graduatorie ed il trasferimento in altra provincia. Tra tutte le lettere colpisce quella di un’insegnante calabrese che ormai da 5 anni lavora a Brescia. La collega con grande sincerità e semplicità descrive la sua esperienza, simile a quella di molti altri precari, che soprattutto nel 2007 hanno fatto una scelta di vita, nella prospettiva di una sistemazione che sembrava vicina, vista la trasformazione delle graduatorie permanenti in graduatorie ad esaurimento.

In questi anni racconta di aver conosciuto molti altri colleghi meridionali che, come lei, hanno lasciato marito e figli, nella speranza di arrivare alle meta preposta: il ruolo. C’è poi chi ha portato figli e famiglia con sé e anche qui i sacrifici sono stati enormi.

Poi i tagli e la situazione incomincia a cambiare: la paura è di non essere riconfermati nella stessa scuola o zona, soprattutto per non spostare i bambini da una scuola all’altra che spesso rimangono a tre ore di distanza rispetto a dove lavora la loro mamma.

Ha scritto bene “lavora”. Perché, invece, nel meridione, la mamma non lavora e spesso anche il papà, e allora cosa si da a mangiare a questi poveri figli? Come si paga il mutuo o l’affitto? Altro che lasciarli a tre ore di treno… rischiano di essere lasciati alle cure dei servizi sociali!!!

Ma , ad un certo punto, i docenti del sud hanno aperto gli occhi e si sono ricordati di essere dei professionisti, di avere titoli acquisiti dopo anni ed anni di sacrifici, sballottati da una scuola all’altra, da un paesino all’altro. E visto che dalle “code” lavorano tutti, perché stare in coda? Perché vivere in gabbie come animali al servizio delle regione del nord? Non siamo forse tutti cittadini dello stesso Stato oppure si sta facendo di tutto per dividerlo?

La risposta è chiara ed è la sentenza 41 della Corte Costituzionale che sarà attuata nel rispetto di tutti coloro che vedono negarsi il diritto alla libera circolazione all’interno del territorio nazionale in cerca di un’opportunità, che non è più quella di aspirare al ruolo, ma è quella di poter lavorare per esprimere la propria devozione all’insegnamento.

La collega calabrese, ha ragione, così come hanno ragione i tanti colleghi che sono andati al nord per “accaparrarsi” il ruolo per poi tornare nella loro terra. Ma, umanamente, ha più ragione chi non lavora già da due anni,
“grazie” ai tagli e che continuerà a non lavorare. Già è arrivata notizia di due donne meridionali che, distrutte psicologicamente per la perdita del lavoro, si siano suicidate. A cosa si andrà in contro se non si da la possibilità a chi vuole e può spostarsi di poterlo fare?

Già, in un precedente documento pubblicato, dal titolo “Le ragioni e le regioni di tutti”, si mettono a confronto le preoccupazioni delle due “fazioni”: i docenti del nord preoccupati di cambiare scuola, di ritardare qualche anno per ottenere il ruolo a seguito dell’invasione “barbaro-meridionale”; i docenti del sud preoccupati “soltanto” dal pensiero di trovare le risorse per andare avanti.

Infine, abbandonando il tono polemico, sdolcinato per qualcuno e “reale” per altri, lo Stato deve garantire a tutti il diritto al lavoro e, di conseguenza, alla vita, anche se questo comporterebbe grandi sacrifici per l’intera comunità.

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