Le guerre puniche, il trionfo di Roma su Cartagine. Cingolani: “Troppo studiarle quattro volte a scuola”. Gli storici: “Non è vero” 

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Le guerre puniche sono arrivate alla ribalta del dibattito politico e culturale con una battuta de ministro
della Transizione ecologica, Roberto Cingolani.

Intervenendo al Tg2 Post, ha detto: “Serve più cultura tecnica. Il problema è capire se continuiamo a fare tre, quattro volte le guerre puniche nel corso di dodici anni di scuola o se casomai le facciamo una volta sola ma cominciamo a impartire un tipo di formazione un po’ più avanzata. Serve formare i giovani per le professioni del futuro: quelle di digital manager per la salute, per esempio”.

Con la definizione di “guerre puniche” si designano con tal nome tre guerre fra Roma e Cartagine avvenute rispettivamente tra gli anni 264 e 241 a. C. (con una ripresa nel 238 a. C.); 219 e 201; 151 e 146.

I rapporti tra Roma e Cartagine furono cordiali finché Roma non fu una potenza navale e commerciale e finché quindi i suoi interessi furono limitati all’Italia continentale.

Tra il IV e il III secolo a.C., insieme al decrescere dell’influenza greca, Roma si era rapidamente trasformata da piccola potenza locale italica in una forza politico-militare di notevole peso a livello mediterraneo.

Naturale conseguenza – spiega l’Enciclopedia Treccani – fu la nascita di attriti con Cartagine, inizialmente smussati con trattati che regolavano le reciproche sfere d’influenza. I contrasti finirono per esplodere in un conflitto che aveva come posta il possesso della Sicilia e che è passato alla storia come Prima guerra punica.

Dal 264 al 241 a.C. le due potenze si affrontarono senza esclusione di colpi, ma se era prevedibile che Roma avrebbe avuto la supremazia negli scontri di terra, nessuno avrebbe scommesso sulle cocenti sconfitte che l’esperta marineria cartaginese subì a opera della giovane flotta da guerra romana. I Punici, dunque, persero il primo round.

La lealtà degli alleati italici e la tenacia del Senato e degli eserciti dell’Urbe costituirono i punti di forza anche della Seconda guerra punica (218-202 a.C.): grazie a esse, infatti, Roma riuscì a resistere ai terribili anni dell’invasione dell’Italia da parte di uno dei più grandi geni militari della storia, Annibale, sotto la cui guida, e prima di lui del padre Amilcare, Cartagine era riuscita a costituire un vero e proprio impero territoriale in Spagna.

Con l’ingresso sulla scena del generale romano Publio Cornelio Scipione, il futuro Africano, lo stato di stallo in cui il conflitto era finito venne ribaltato, e non solo Annibale fu respinto dall’Italia, ma la stessa Cartagine fu attaccata e costretta alla resa.

Con la sconfitta, Cartagine aveva ceduto a Roma tutti i suoi domini ed era stata gravata di un pesante tributo; ma tutto questo alla fine non si sarebbe rivelato sufficiente per evitarle la distruzione.

Con l’animo avvelenato dal timore di una ripresa economico-militare di Cartagine e dal rancore mai sopito per le umiliazioni ricevute nel corso della Seconda guerra punica, nel 149 Roma colse al volo il pretesto di una violazione cartaginese del trattato di resa per dichiarare guerra alla città, assediarla e, nel giro di tre anni, conquistarla e raderla al suolo.

Nel 44 d.C, Giulio Cesare fondò sulle rovine di Cartagine una colonia romana, che col tempo crebbe, divenne florida e tornò a essere una delle città più illustri del Mediterraneo: non più però punica, ma appartenente all’Impero Romano.

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