Le follie dei giovani vanno affrontate sul campo e non nei salotti televisivi. Lettera

di redazione
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Fernando Mazzeo – Il folle gioco “Blue Whale” che  da Nord a Sud si sta diffondendo in maniera incontrollata tra i giovani, inizia a preoccupare seriamente quanti, a vario titolo, sono chiamati a comprendere le ragioni della scelta di  questo diabolico e tortuoso percorso che morbosamente cattura fino  alla morte.

Ma chi sono e cosa chiedono queste creature incomprese che inseguono utopie, sognano speranze senza speranza, che, paradossalmente, con gravissimi comportamenti autolesionisti, vanno alla ricerca di un nuovo e macabro senso della vita?

Credo che la risposta debba essere esaustiva,  obbligatoria e coinvolgere tutti. Innanzi tutto bisogna dire che, dal punto di vista educativo, viviamo una situazione  di  continuo e diffuso  allarme sociale: ogni settore della vita pubblica e privata  pullula di falsi profeti,  manca di boe sicure a cui aggrapparsi nelle tempeste dell’esistenza.

Con tutto il rispetto per i miti dei nostri giorni,  musica, sport, moda, spettacolo ecc., che riescono ad associare decine di migliaia di persone in ogni parte del mondo e dietro ai quali tantissime persone arrancano alla ricerca dell’emulazione e della notorietà, gli “idola” gettano inesorabilmente i giovani  in un sistema spietato che non potrà mai  farli  sentire veri, vivi,  presenti e utili nella società.

Invano la politica cerca di giocare con l’orologio della prevenzione, dell’ informazione e della tempestività.  Inutilmente, nei salotti televisivi,  i luminari di una  cultura in ritardo, cercano di capire, spiegare,   coinvolgere,  senza, tuttavia,  riuscire a convincere ed a risolvere: idee opposte in un ring virtuale senza arbitri o giurie.

Troppe parole, troppi discorsi, veri e propri monologhi collettivi su temi psicologici, pedagogici, familiari  e sociali che, sostanzialmente, non  generano dialogo: parole che confondono, che non riescono a penetrare nell’animo ed accendere, nel buio della vita, una piccola luce capace di riaccendere  l’entusiasmo di vivere.

I  giovani non hanno bisogno di moralismi o  facili giudizi, ma di mani vere, sensibili, uniche che si mischiano a mani più semplici e deboli, di volti che in silenzio e con discrezione riescono a spiare la malinconia che si nasconde dietro decine di messaggi ricevuti di nascosto, che tra i banchi di scuola e  nelle camere soffocate dai volti dei cantanti e dei calciatori,  sanno creare un invisibile e sottile filo diretto per una comunicazione efficace ed essenziale.

Certo, più i ritmi dell’esistenza diventano frenetici, più si insinua il dramma della precarietà, della solitudine e dell’ incertezza, ma occorre  impegnarsi  per difendere l’ intera personalità umana, soprattutto, quella di  ragazzi  psicologicamente più fragili: bisogna lavorare per ricostruire l’unità perduta. La vita, infatti, si è frantumata in mete troppo diverse che tagliano la persona fuori dalla realtà,  facilmente si perde  il  contatto con il mondo esterno e si ha una sensazione di solitudine,   di disagio esistenziale che condiziona negativamente i  nostri sentimenti più profondi.

Significativo è, a tal proposito, il contenuto di un biglietto trovato nello zaino di una adolescente morta per overdose un po’ di tempo fa: “Si nasce per morire con un urlo dentro che nessuno può sentire”. Parole che gelano il cuore ed amplificano il male che  sta avvolgendo   i giovani. Sì perché l’uomo moderno, apparentemente padrone e signore del mondo, tiene in tensione il cuore e l’anima, gioca a far soffrire ed a   rendere  schiavi.

Per vivere bene e star bene  insieme agli altri,  bisogna, in pratica, rinunciare alle illusioni dei falsi miti e dei falsi profeti, agli orpelli delle vanità,  vedere e  capire i veri problemi,  conoscere le vere storie di ogni giorno per   riscoprire e apprezzare quel nucleo essenziale  della vita umana che non si lascia ingannare dal vano luccichio del nulla.

Occorrono mani amiche, padre, madre, amico, fratello, sorella, insegnante ecc., capaci di tenerezza, che sappiano togliere dagli occhi dei giovani  i veli  dell’inganno, che sappiano mettere nelle loro mani   le chiavi non di casa, ma della vita.  Soltanto così riusciremo a  costruire relazioni più generose, meno egoiste e meno virtuali, a mantenere la mente lucida per poter  combattere  le preoccupazioni della competitività, del potere, del successo, del denaro,  arginare il  fiume del narcisismo  e dare ossigeno all’anima dell’ altruismo.

Quante illusioni, quanta rabbia, quanto abbandono  diretto e indiretto c’è in una società spietata, deviata e malata che corre a ritmi frenetici alla ricerca di una felicità  solo economica e mai interiore. Eppure, come dice Guido Gozzano, basterebbe  “Un bacio. Ed è lungi… E non sono triste. Ma sono stupito se guardo il giardino… Stupito di che? Non mi sono mai sentito tanto bambino… Stupito di che? Delle cose. I fiori mi appaiono strani: ci sono pur sempre le rose, ci sono pur sempre i gerani”.

Allora, quanto ancora bisognerà lottare per   diffondere uno spirito antico che sa di futuro,  per far respirare i sogni, per avere accanto, nei momenti tristi,  un amico, un parente, un amore che sappia aprire  tutte le finestre della propria anima.   Scrive Madre Teresa: “Il mondo soffre così tanto perché non ha pace. E non vi è pace perché non hanno pace le famiglie, e abbiamo migliaia e migliaia di famiglie spezzate. Dobbiamo far sì che le nostre famiglie siano centro d’amore dove si perdona senza fine, ogni giorno, ogni ora: soltanto così si avrà la pace”.

Pertanto, la vera educazione non chiede un atteggiamento autoritario, ma piuttosto l’autorità dell’amore vissuto. Si educa con autorità quando prima si fa e poi si dice. Ed è proprio questo ciò che manca alla nostra società che sta generando giovani anime sempre più sole,
deluse e disorientate senza niente che possa loro giovare.

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