Le denunce-spettacolo fanno male alla scuola, dirigenti, UST e USR riprendano in mano le redini

di Vittorio Lodolo D'Oria
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I presunti maltrattamenti a scuola, che hanno suscitato il loro clamore mediatico non appena resi noti all’opinione pubblica, tornano alla ribalta delle cronache in grande stile non appena arrivano le prime sentenze.

Da subito il popolo ha invocato la “forca” senza nessuna clemenza per le “streghe” e, come c’era da attendersi, sono piovute sentenze di (impietosa) condanna. Avendo avuto il privilegio di studiare gli atti processuali e visionare i filmati incriminati, ho potuto constatare l’inimmaginabile discrepanza tra le trascrizioni delle videoregistrazioni e i lungometraggi stessi: le prime sembravano appassionanti thriller tendenti al noir, mentre i secondi rassomigliavano per irresistibile noia alla “Corazzata Potemkin”. Urla e sgridate non mancavano di certo e talvolta affiorava qualche scappellotto che lo sbobinatore trascriveva come “sberla violenta” cercando di dare un senso a indagini che, per impegno e costi, avrebbero dovuto mettere in manette Erode in persona.

E’ andato a sentenza il caso di Milano in cui la maestra “severa e ineccepibile sotto il profilo didattico (così scrive il giudice) non maltratta i suoi alunni ma commette abuso dei mezzi di correzione e disciplina urlando e talvolta mortificando i bambini a lei affidati”. Sei mesi di pena col beneficio della condizionale più la condanna a rifondere le spese processuali e i danni ai bimbi delle famiglie ricorrenti (decine e decine di migliaia di euro). Tuttavia ciò che di questo caso salta di più all’occhio è il continuo rimpallarsi della maestra tra Erode e Pilato: il PM si vede dapprima respingere dal GIP le accuse (“il comportamento della maestra non è certo esemplare ma di sicuro non meritevole di un processo, semmai di un richiamo del dirigente scolastico che va richiamato ai suoi compiti”) allora ricorre al Tribunale del riesame che torna a dare ragione al primo. Il processo porta, come detto, alla condanna della maestra, ma stavolta a ricorrere è il Procuratore Generale che vuole una pena più severa dei 6 mesi privilegiando i maltrattamenti come capo d’imputazione più consono. Di sicuro nella storia emerge una dissonanza tra le posizioni di tutti i giudici in causa e sembra prevalere quella di colui che ascolta l’urlo della folla.

La posizione del GIP sembra tuttavia la più sensata, anche quando esce dalle sue competenze e suggerisce di prepensionare l’insegnante oramai stremata e ultrasessantenne.

Il secondo caso andato a sentenza è quello di Verona dove le due maestre (58 e 66 anni) accusate di maltrattamenti hanno patteggiato una condanna minima di 40 giorni per abuso dei mezzi di correzione. L’Ufficio Scolastico Regionale (USR) in questo caso ha rigettato la richiesta di revoca della sospensione cautelare avanzata dalle maestre in quanto non riconosce la sentenza della Cassazione (N° 4017/2016). Questa ritiene il patteggiamento non equivalente ad ammissione di colpevolezza, consentendo il reintegro delle maestre, in virtù del fatto che può essere richiesto anche solamente per abbreviare i tempi del processo, abbatterne i costi, sottrarsi alla gogna mediatica.

A sentenza è andato anche il caso di Latina con condanne piuttosto pesanti (1 anno e 8 mesi) che ha fatto probabilmente più clamore a causa delle “sentenze” popolari emesse da ignoti con scritte sui muri della scuola e striscioni immortalati dai giornali sopra i pontili delle strade di accesso alla città e allo stadio.

A Partinico è arrivata la sentenza più clamorosa che ha visto condannare a tre anni e mezzo di reclusione le tre maestre indagate. Nei filmati selezionati dagli inquirenti si vedevano le solite scene drammatizzate nella loro trascrizione questa volta ad opera della Guardia di Finanza (notoriamente famosa per la preparazione nei settori educativo e formativo, esattamente alla stregua di Carabinieri – vedi caso di Verona – e Polizia – vedi caso di Latina). Ciò che più colpisce è l’accusa di maltrattamenti all’insegnante di sostegno che assiste un povero bimbo gravemente disabile, oppositivo e violento. La maestra viene accusata di “disprezzare” il disabile se lo lascia a terra dove si butta in continuazione (spesso battendo la testa al punto di dover indossare un casco protettivo) e di “strattonarlo” quando cerca di metterlo a sedere sulla carrozzina: comunque si comporti sbaglia, anzi “maltratta”.

Osservando il fenomeno dei presunti maltrattamenti a scuola viene da commentare che conviene a tutti tenere la giustizia fuori dalla scuola per non causare ulteriori danni nel settore. Ciò sarà possibile solamente se dirigente scolastico, UST e USR riprenderanno in mano le redini della questione perché vigilanza e denuncia spettano esclusivamente a loro. Una giustizia assennata dovrà pretendere, dai genitori che volessero sporgere denuncia, di rivolgersi innanzitutto al dirigente e, solo in un secondo tempo, qualora insoddisfatti, all’Autorità Giudiziaria.

Della giustizia però fanno parte non solo i giudici ma anche gli avvocati, e sarebbe errato attendersi che possiedano una sufficiente expertise in materia di scuola, addirittura superiore agli stessi giudici. Gli esiti dei processi e le sentenze sono lì a confermarlo: ciò dovrebbe indurre i “difensori” a farsi aiutare da esperti del settore per preparare una difesa veramente all’altezza del compito e del loro assistito.

Infine ci rincuora solo in parte il principio di diritto della Suprema Corte richiamato dal giudice del processo milanese: “In tema di maltrattamenti il giudice non è chiamato a valutare i singoli episodi in modo parcellizzato ed avulso dal contesto, ma deve valutare se le condotte nel loro insieme realizzino un metodo educativo fondato sulla intimidazione e la violenza… attuata consapevolmente anche per finalità educative astrattamente accettabili” (Cass. Sez. 6 n. 8314 del 25.06.96). Tradotto in termini semplici, tutti i giudici sono chiamati a visionare i filmati per intero, senza limitarsi ai trailer messi a punto dagli inquirenti, tuttavia viene difficile credere nell’applicazione del principio, stante la lunghezza delle videoregistrazioni che, nel caso di Pavullo (Modena), hanno sfiorato le 1.000 ore (953 per l’esattezza pari a circa 10 mesi lavorativi). Se poi invece i giudici si dimostrassero ligi al suddetto principio, verrebbe male al solo pensare cosa vengono a costare all’erario siffatti processi che sarebbero facilmente evitabili se dirigenti, UST e USR si risvegliassero dal loro torpore inerziale e attendessero ai loro compiti di vigilanza e richiamo.

Circa l’entità delle pene decretate viene poi da sollevare qualche perplessità pensando che, in taluni casi (Partinico), si è arrivati ad attribuire quasi il massimo della pena (4 anni) previsto per il reato di maltrattamenti (fortemente dubbi agli occhi di chi scrive dopo aver attentamente visionato i filmati), mentre ai no-global incappucciati che hanno messo a ferro e fuoco Milano in occasione della manifestazione contro l’EXPO sono stati dati appena 4 mesi. Due pesi e due misure? Forse.

Intanto, considerato il periodo pasquale, viene in mente un’analogia con quanto occorso duemila anni fa. La giustizia (allora “romana”) tentò di risolvere controversie teologiche (cioè non proprie, esattamente come quelle scolastiche) ascoltando l’urlo della folla: il risultato fu disastroso. Libero Barabba e crocifisso il Figlio di Dio.

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