Le classi pollaio: la rinuncia alla prospettiva profonda della pedagogia

di redazione
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Gianfranco Scialpi – Le classi pollaio sono l’espressione di una “visione corta” che nulla a che fare con la formazione della persona e del cittadino (Costituzione).

È il limite del finanzcapitalismo (L. Gallino) che ha colonizzato anche la scuola. Senza una fuoriuscita da questa prospettiva, esiste solo la fine della scuola!

Le due dimensioni delle classi pollaio

Il fenomeno delle classi pollaio presenta due dimensioni: legislativa e pedagogica.
La prima riguarda la decisione politica-scellerata- di un Paese che decide di introdurre con una norma un tipo di organizzazione che risponde al criterio economico dell’ottimizzazione. La legge 133/08 e il conseguente D.M. 81/09 rappresentano l’esemplificazione del finanzcapitalismo (L.Gallino) che ha portato, tra l’altro, alla formalizzazione delle classi pollaio. Operazione riuscita, grazie alla riduzione del personale docente ( 87.000) e all’innalzamento di un punto nel rapporto medio studenti/insegnante.
Gli effetti sono facilmente registrabili. È sufficiente leggere e informarsi sugli atti normativi prodotti.

La miope visione delle classi pollaio

Quello che, invece sfugge sono gli effetti sulla formazione dell’uomo e del cittadino. Il piano pedagogico sfugge ad una misurazione oggettiva e circoscritta, in quanto la sua natura di processo favorisce la sua “distribuzione nel tempo” degli effetti.
Con le classi pollaio si è prodotta una scissione tra lo strumento e il fine “pedagogico alto”. La scelta di una pedagogia minimale, povera e quasi priva di qualità, riduce la persona ad un ente, (M. Heidegger) ridotto a bagaglio di conoscenze che difficilmente possono divenire significative (Ausubel), impedendo la costituzione di una memoria profonda. Solo la presenza di quest’ultima favorisce un’identità solida, contrapposta a quella liquida, spesso prodotto di “flussi di sensazioni” (D. Hume), cifra dell’ “io minimo” (C. Lasch, 2018).
Quest’ultimo si declina con la visione lunga e profonda che riguarda l’uomo come pro-getto (=gettato avanti). Tutto ciò ha il suo sbilanciamento sul futuro. Non a caso si parla di sviluppo!
Ha senso parlare ancora di scuola, istituzione che guarda al futuro, in un contesto che ha reso privo di significato la prospettiva, la visione?

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