Le buone risorse per la scuola che riparte. Il ruolo dei docenti per il sostegno e la supervisione pedagogica

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“Qualsiasi evento storico, per quanto nefasto possa essere, è sempre posto su di una via che porta al positivo, ha sempre un significato costruttivo.” (S. Agostino)

La frenesia generale e riorganizzativa che in questi giorni attraversa il mondo della scuola, pur tra difficoltà e assenze, tra dettami di ogni tipo, dibattiti social e prese di posizione può e deve, necessariamente, trasformarsi in energia trasformativa. Ma occorrono altri presupposti: una nuova disposizione di pensiero, la consapevolezza che un equilibrio si è rotto e che è necessario ricrearne un altro (come ci insegna la storia dell’umanità) e che la scuola rappresenta la sola speranza di rinascita e di futuro. Glielo dobbiamo ai nostri giovani!

Finalmente, ma tristemente, i notiziari parlano prioritariamente della scuola. Una pandemia l’ha portata alla ribalta. Esperti di ogni tipo si alternano in regolari e spesso ripetitive passerelle in tv mentre, chi opera sul campo, non spende più parole ed è impegnato infaticabilmente in azioni di progettualità e di progettazione, animato da un naturale senso di responsabilità e da creatività, alla ricerca di altre prospettive e di nuovi significati, nella convinzione che la tutela della salute, la garanzia del diritto all’istruzione, il benessere degli studenti, in ottica olistica, debbano viaggiare di pari passo. Il tentativo è riaprire le scuole sì in sicurezza ma con un sorriso e almeno una parvenza di armonia.

Il mondo della scuola, per quanto da tempo discreditato (un gravissimo errore sociale!), è abitato da professionisti appassionati e competenti che hanno sempre saputo sopperire alle carenze istituzionali e riempire i vuoti del sistema agendo sempre e comunque nell’esclusivo interesse degli alunni. Per loro, i più, è una questione di etica professionale, una scelta di vita e, per quanto retorico possa sembrare, una mission.

In questa crisi epocale, essi sanno bene che alle parole devono seguire i fatti, sono consapevoli che alunni e famiglie vivono il tempo della sospensione, dell’attesa, delle incertezze e delle domande senza risposta. Essi sanno bene che gli studenti più grandi avranno già creato gruppi wathsapp per parlarsi, confrontarsi, condividere, ironizzare (magari per esorcizzare paure e ansie) su quanto si sta svolgendo attorno a loro. Sanno bene che i genitori stanno esaminando altre opportunità, nuove soluzioni e altre assetti familiari per ristabilire una sorta di equilibrio, sanno bene che il rischio enorme che si corre è di perdere i nostri ragazzi, sanno bene che, a certe condizioni, a essere fragile sarà la scuola pubblica. I più sanno bene che occorrono costruttività e coraggio per escludere il rischio di un aumento dell’abbandono scolastico, del cosiddetto fenomeno della “dispersione scolastica”, ma sono alquanto soli e, nonostante tutto, in ciascuna realtà scolastica, di ogni ordine e grado, ogni spazio fisico è pervaso dal fervore della riorganizzazione.

In questi giorni, in queste ore, i professionisti della scuola, a volte denigrati a suon di spot, gestiscono emozioni ma non se ne lasciano sopraffare, provano un’umana paura, ma ciò non toglie loro la volontà e la passione. Non è mai successo e chi conosce minimamente la storia della Scuola, lo sa bene che essa ha saputo sempre rialzarsi.

All’orizzonte si stagliano il pericolo di un aumento della povertà educativa (un fenomeno tangibile già prima della pandemia) e l’emergere di una divaricazione sociale tra coloro che avranno le condizioni per studiare e quelli che non ce la faranno per svariati motivi. A maggior ragione una riflessione particolarissima va rivolta agli alunni e alle alunne con difficoltà di apprendimento, a quelli con disabilità, a quelli diagnosticati (tanti, troppi!), a quelli che subiscono gli effetti di problematiche familiari ed economico-sociali importanti.

Si lavora con fiducia e speranza per accogliere gli alunni e garantire loro il costituzionale diritto allo studio ed è certo che un’accoglienza speciale, un’attenzione mirata sarà riservata agli alunni con disabilità i quali durante il lookdown e la DaD sono stati particolarmente penalizzati. Ce lo dicono le testimonianze di alcuni genitori che raccontano una dolorosa quanto scoraggiante regressione cognitiva e relazionale nei loro figli disabili e che hanno visto sfumare, giorno dopo giorno, gli effetti del paziente lavoro condotto nel tempo dalla scuola, in particolare dagli insegnanti per il sostegno, figure essenziali e di spessore pedagogico ineludibile.

Sono certa che questi ultimi, quelli a cui per lo meno è garantita la continuità didattica (quasi un miraggio ormai!) si stiano già attivando per l’accoglienza e, probabilmente, non si sono fermati neppure nella pausa estiva. Lo fanno in silenzio, in relazione empatica con gli alunni che seguono, creando una sorta di cameratismo sia con loro che con le famiglie: una mirabile assunzione di responsabilità umana, non sempre autorevolmente riconosciuta.

Il docente per il sostegno ha una funzione nodale per gli alunni disabili, per la classe, per il consiglio di classe, nell’organigramma stesso dell’istituzione scolastica. Se Maria Montessori potesse parlarci certamente non avrebbe parole tenere da rivolgerci visto che lei, scienziata e pedagogista, esordì occupandosi proprio dei bambini con handicap. Ci direbbe, con piglio severo, che occorrono molti più docenti per il sostegno, altamente specializzati e, soprattutto, rivendicherebbe per loro la giusta considerazione pedagogico-intellettuale. Ci direbbe che è in gioco il concetto stesso di giustizia sociale, un principio che deve governare la scuola.

Il docente per il sostegno

Iniziamo col dire che è un docente laureato e nella maggior parte dei casi specializzato nell’ambito della diversabilità. Questa figura è nata giuridicamente con il D.P.R. 970/1975 (come docente “specialista”) e si definisce con la legge 517/’77, una svolta epocale, quando furono abolite le scuole speciali e i bambini disabili inseriti a pieno titolo nelle classi normali. Da allora sembrerebbe essersi consolidata sempre più la cultura dell’integrazione e dell’inclusione finalizzata a riconoscere gli alunni disabili in tutta la loro dignità di persone e a offrire loro gli strumenti per ricoprire un ruolo attivo nella società. A che punto siamo? Integrazione e inclusione sono termini ricorrenti nel linguaggio scolastico, ripetuti in ogni documento, sistematicamente pronunciati.

Ma nella realtà dei fatti come stanno le cose? Per farsene un’idea è sufficiente girare silenziosamente nei corridoi di una scuola per incontrare docenti per il sostegno che affiancano un alunno disabile affinchè non si disturbi la lezione dell’insegnante curriculare, oppure seduto ad un banco per recuperare un alunno in difficoltà. E poi ci sono casi di alunni molto gravi (disturbi mentali, ritardi significativi…). Questi alunni necessitano di un apprendimento tanto individualizzato quanto cooperativo, l’attività didattica richiede strumenti, metodologie specifiche, spazi! E poi ci sono quegli alunni che vivono ai margini, stanno in classe sì, ma silenziosamente, che tentano di comprendere ma spesso non ce la fanno. Generalmente si ha l’impressione che vi sia un atteggiamento di delega educativa piuttosto che di compartecipazione.

D’altro canto, coloro che esprimono critiche e giudizi negativi sui docenti, forse non sanno che le scuole non sempre dispongono di spazi laboratoriali minimamente attrezzati (e di questi tempi men che mai!), che le classi molto numerose non consentono una didattica appropriata alle svariate situazioni. C’è da augurarsi che la crisi e la riorganizzazione costringano a una rilettura profonda della pedagogia e della didattica speciale, ovunque, e non solo in qualche fortunata realtà.

Il docente per il sostegno è un docente sulla classe, con-titolare e partecipa alla programmazione e ai processi di valutazione di tutti gli alunni, ottempera ad ogni altro compito istituzionale attivamente e dinamicamente, nell’ottica della corresponsabilità e della condivisone educativa. È un facilitatore dell’apprendimento, possiede una formazione multidimensionale e rappresenta, sostengo da sempre, un eccellente osservatorio utile al processo di autovalutazione dei colleghi nell’ottica di cambiamenti migliorativi favorevoli al miglior assetto didattico e sociale. Un osservatore prezioso quando il contesto è sensibile all’ascolto, al dialogo, all’osservazione, alla com-partecipazione, alla con-divisione degli obiettivi, al rifiuto di ogni pregiudizio e di tutti quegli effetti che rischiano di stravolgere l’oggettività della valutazione degli alunni (effetto alone, Pigmalione…). Questi sarebbero i presupposti di una scuola autenticamente inclusiva.

Dal canto suo l’insegnante per il sostegno stesso deve percepirsi quale professionista autorevole e viversi protagonista dei processi educativo-formativi, rivendicando l’autorevolezza del proprio ruolo grazie a una comunicazione assertiva, sapendo che la formazione continua, così come per tutti i docenti, è la carta vincente. Mi riferisco alla formazione del pensiero, alla conoscenza di sé, che vanno oltre l’aggiornamento didattico-metodologico peraltro indispensabile. Mai come oggi chi sceglie la scuola deve avere la convinzione di vivere dentro una comunità solidale, dialogica e, soprattutto, scientifica nella quale ogni persona, alunno o professionista che sia, è protagonista di un percorso culturale meraviglioso. Una delle poche certezze per ricostruire il futuro, oggi più che mai.

Nel disorientamento generale del presente, dove l’emergenza sanitaria sembra essere la sola priorità, la supervisione pedagogica rappresenta un’opportunità per […] “sapere che fare”, non semplicemente “saper fare” perché la supervisione pedagogica non è finalizzata all’acquisizione di un sapere tecnicistico, ma di un sapere strategico…che emerge dall’analisi critica delle premesse, delle prassi, delle motivazioni, dei significati che portano l’educatore a riconoscersi come professionista, quindi in possesso di saperi e competenze narrabili e condivisibili”.1

Le carenze di sistema sono molteplici, lo sappiamo bene, ma non lasciamoci sopraffare dalla delusione, dalla stanchezza, dalla solitudine. Sono sempre stati i docenti, anche nei momenti più bui, a portare avanti le battaglie per rivitalizzare la scuola.

E allora, buon pensiero per il migliore inizio possibile…nonostante tutto.

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