Le ambivalenze e le contraddizioni di uno Stato laico. Lettera

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Inviata da Fernando Mazzeo – La scuola ha un suo specifico spazio educativo e finalità educative sue proprie, che possono essere riassunte in tre dimensioni fondamentali: l’alfabetizzazione culturale, la formazione del senso sociale e la formazione del senso morale, che rappresentano la via attraverso la quale si attuano i processi di crescita morale e sociale, per iniziare il processo educativo ordinato alla convivenza democratica.

Questo orientamento, ben espresso nei numerosi documenti ministeriali, risponde ad un significato “integralmente umano”, in quanto predispone le condizioni necessarie perché ogni alunno possa maturare la propria capacità di azione diretta, di progettazione e di verifica, di riflessione e di studio individuale.

I processi educativi vanno visti, dunque, in ordine a tutto il contesto scolastico, considerato come “ambiente globale”, come struttura sociale che educa attraverso sollecitazioni operative, culturali, civili e religiose, fondamentali per l’autodecisione, la libertà, la vita morale.

In questo orizzonte, la Repubblica italiana, riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, assicura, nel quadro delle finalità della scuola, e nel rispetto delle libertà individuali, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine e grado (Cfr. Art. 9 comma 2 della legge 121 del 25 marzo 1985).

Per questo, la scuola riserva uno specifico spazio educativo che si dimensiona nella scelta delle famiglie di esperienze educative di carattere religioso.

Tuttavia, in nome della laicità dello Stato e nel rispetto di alcune sentenze della Corte Costituzionale, molti Dirigenti scolastici, prudentemente, vietano ogni simbolo, ogni azione o ingerenza di carattere religioso che possa turbare o urtare la sensibilità di persone o alunni non credenti o appartenenti ad altre confessioni religiose.

Sebbene il problema del diritto a professare liberamente ed a manifestare in ogni ambiente la propria fede sia stato ampiamente trattato, sia sotto il profilo giuridico, sia sotto quello pedagogico-scolastico, è necessario riproporre alcuni interrogativi.

Se la religione cattolica è parte integrante della cultura del nostro popolo ed ha una forza educativa enorme, perché percepirla come un ostacolo o, peggio, come un attentato alle libertà personali?

Se sul piano sociale essa contribuisce alla formazione di un costume di reciproco rispetto e si colloca nel quadro generale di un complesso percorso di alfabetizzazione culturale e morale, di una accogliente e insostituibile relazione educativa che genera alla vita affettiva, relazionale, intellettuale e mira ad offrire a tutti uguali opportunità di conoscenza, di comprensione e
maturazione dell’incontro di una libertà con un’altra libertà, perché deve rimanere chiusa nelle chiese?

Quale norma può infrangere e quale sensibilità può urtare un sacerdote che chiede di entrare in una scuola per un saluto?

Se così fosse, nel rispetto della laicità dello Stato, i politici, gli amministratori, i rappresentanti delle forze dell’ordine non dovrebbero partecipare a cerimonie religiose, cosa che invece spesso accade, e i sacerdoti non dovrebbero né insegnare, né entrare in un ospedale o in un carcere per recare una parola di conforto ad un ammalato o ad un carcerato.

La vera preoccupazione, abbandonata ogni sollecitazione di carattere ideologico e senza minimamente intaccare il principio della laicità dello Stato, dovrebbe essere quella, non di mettere in contrapposizione laicità e religiosità, ma di lavorare seriamente su un’idea regolativa e normativa di tutta l’educazione e, in particolare, dell’educazione religiosa.

Questo atto è la sola via che può riappacificare le coscienze, allargare le conoscenze e riportare l’uomo al riconoscimento di quella verità e di quel bene, in nome dei quali è possibile tracciare quelle virtuose disposizioni che non periscono e portano ad una delicata, ma chiara operazione di discernimento del bene dal male, del vero dal falso, del culturale dal trascendente.

La costruzione di una scuola pluralista e democratica è possibile soltanto se, contemporaneamente al suo sviluppo, si verifica anche quella di una educazione che indichi una via, riconosca quella paternità divina che vincola al riconoscimento di una presenza, di una libertà, di un amore che appaga e soddisfa i bisogni essenziali dell’essere.

Dal punto di vista pedagogico, la scuola, che nel suo DNA ha il gene dell’inclusività, non può inciampare in queste ambivalenze o contraddizioni: includere da una parte, ed escludere dall’altra.

L’azione educativa per risultare autentica, incisiva ed efficace, deve favorire la presenza dei valori religiosi e, nelle forme più varie, operare per la crescita culturale e spirituale dei suoi alunni.

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